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Il pane spezzato
e la forza del simbolo

Appena sceso dall’aereo a Skopje Papa Francesco ha ricevuto in dono un cesto pieno di pani e prendendone uno lo ha spezzato offrendolo al presidente della Macedonia del Nord Gjorge Ivanov dicendo: «È così che si fa l’amicizia, vero?». Un gesto simbolico che ha colpito il presidente, cristiano ortodosso, che nel saluto ufficiale si è dilungato su questo tema sottolineando come «Per l’uomo moderno, il simbolo è vuoto di sostanza» e ha elogiato il Santo Padre per il suo tenace lavoro di restituire quella consistenza perduta al linguaggio simbolico. Il Papa come “vivificatore” dei simboli ormai logorati, è una bella immagine che si attaglia bene al pontificato di Papa Francesco, grazie al quale, ha aggiunto Ivanov, «noi riconosciamo l’essenza dei simboli. Con Lei, le parole si identificano con i fatti e i fatti sono quelli che riguardano le reali necessità dell’umanità».

Quello che manca oggi è dunque il riconoscimento dei simboli, come se le parole avessero perso significato, peso. Siamo diventati cinici secondo l’espressione di Oscar Wilde per cui conosciamo di ogni cosa il prezzo ma non il valore. L’uomo moderno non sembra più essere un animale simbolico, da sim-bàllo che in greco vuol dire “gettare, mettere insieme”, ma è diventato “dia-bolico”, “colui che divide”. C’è un modo per uscire dalla spirale diabolica ed è seguire il cammino dell’incarnazione, cioè delle reali necessità dell’umanità, delle diverse forme di fame che assillano l’uomo: «fame di pane, di fraternità, di Dio» ha detto il Papa nell’omelia di martedì commentando il brano del Vangelo di Giovanni del discorso sul pane dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Sono quelle tre necessità, ha detto il Papa, che hanno spinto Madre Teresa, piccola suora di Skopje, ad agire, a com-muoversi, avendo come fondamento due pilastri: Gesù incarnato nell’Eucaristia e Gesù incarnato nei poveri.

L’amore per Dio e l’amore per il prossimo come legge fondamentale del cristiano; lo aveva ribadito lunedì pomeriggio in occasione delle Prime Comunioni (ben 245, un record nella storia dei viaggi apostolici) dei bambini raccolti nella chiesa del Sacro Cuore di Rakovskj, quando ha spiegato loro qual è «la nostra carta di identità: Dio è nostro Padre, Gesù è nostro Fratello, la Chiesa è la nostra famiglia, noi siamo fratelli, la nostra legge è l’amore». In un mondo in crisi di identità, prova paradossale ne sono i diversi sovranismi (è l’uomo insicuro che alza la voce), il Papa ha il coraggio di parlare di identità e andare al cuore, all’essenza della fede cristiana. E l’essenza è in quel simbolo, che per il cristiano è molto più di un simbolo, del pane spezzato: «In ogni Eucaristia, il Signore si spezza e si distribuisce» ha ricordato il Papa nell’omelia di martedì, «e invita anche noi a spezzarci e distribuirci insieme a Lui e a partecipare a quel miracolo moltiplicatore che vuole raggiungere e toccare ogni angolo di questa città, di questo Paese, di questa terra con un poco di tenerezza e di compassione». È allo spezzare del pane che i discepoli di Emmaus hanno riconosciuto Gesù risorto; è questa la chiamata per ogni cattolico, oggi: diventare anch’egli quel pane spezzato in modo da aprire gli occhi all’uomo contemporaneo che altrimenti finisce «per mangiare distrazione, chiusura e solitudine».

Andrea Monda

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25 agosto 2019

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