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Il padre dell’astrofisica

· Omaggio ad Angelo Secchi nel bicentenario della nascita ·

Per iniziare a delineare i tratti della personalità del padre Angelo Secchi vorrei citare le parole che Papa Francesco pronunciò parlando di lui ai partecipanti al simposio promosso dalla Specola Vaticana il 18 settembre 2015: «È stato un esempio importante anche oggi per quei religiosi che dedicano la loro vita a stare proprio sulle frontiere tra la fede e il sapere umano, la fede e la scienza moderna».

Padre Secchi nacque a Reggio Emilia il 28 giugno 1818 e fu battezzato il giorno seguente nel Battistero cittadino, con il nome di Angelo Francesco Ignazio Baldassarre. Dopo i primi anni di studi fatti a Reggio, nel collegio dei padri gesuiti, all’età di 15 anni, entrò nel noviziato della Compagnia di Gesù a Sant’Andrea al Quirinale a Roma. Durante gli studi presso il Collegio romano mostrò una grande inclinazione per le scienze, in particolare per la matematica e la fisica. La spiritualità di sant’Ignazio di Loyola, che lo portava a «cercare e trovare Dio in tutte le cose» trovò in lui la naturale sinergia con le sue doti intellettuali e il rigore scientifico nel suo cammino di religioso e di scienziato. Non ancora sacerdote gli fu affidata la cattedra di fisica al Collegio illirico di Loreto, da dove fu richiamato al Collegio romano per essere assistente del matematico padre Giovanni Battista Pianciani e del direttore dell’Osservatorio astronomico, padre Francesco De Vico.

Subito dopo la sua ordinazione sacerdotale avvenuta nel 1847, i moti risorgimentali, che portarono a creare la Repubblica romana, costrinsero i padri gesuiti ad allontanarsi da Roma, in esilio volontario. Con essi si trovò in Inghilterra e, dopo pochi mesi si spostò al Collegio di Georgetown a Washington, dove ancora una volta insegnò matematica e fisica. Il soggiorno americano fu molto importante per la sua formazione scientifica, per l’aggiornamento sui nuovi sviluppi teorici della fisica e, in particolare, sui nuovi metodi della meteorologia dinamica.

Intanto la Repubblica romana ebbe breve durata e, alla sua caduta, i padri gesuiti poterono ritornare al Collegio romano. Allora il padre Secchi fu designato come direttore dell’Osservatorio astronomico. Nel corso della sua direzione egli intraprese la profonda riorganizzazione dell’Osservatorio portandolo a figurare come il primo osservatorio astrofisico del mondo. Infatti, grazie alla strumentazione della quale era dotato, il nuovo osservatorio fu tra i primi ad occuparsi dello studio fisico dei corpi celesti, soprattutto attraverso tecniche allora in via di sviluppo, quali la spettroscopia. Nasceva così la moderna astrofisica.

Nel corso di pochi anni riuscì ad osservare e catalogare oltre quattromila spettri stellari, introducendo una delle prime classificazioni delle stelle, punto di riferimento imprescindibile per gli studi successivi in questo settore scientifico. Padre Secchi è considerato anche tra gli iniziatori della fisica solare, al quale è dedicato il suo trattato Le soleil (1870). Tra le pubblicazioni più importanti si ricordano quelle dedicate a L’unità delle forze fisiche (1864) e a Le stelle, saggio di astronomia siderale (1877). I suoi interessi furono molteplici: oltre all’astronomia, la sua attività spaziava dall’archeologia alla geodesìa, dalla geofisica alla meteorologia. Fu anche molto attento allo sviluppo delle applicazioni pratiche dei risultati scientifici, con il fine specifico di migliorare la vita della gente comune. A questo scopo curò la realizzazione della prima rete meteorologica italiana, la determinazione del primo meridiano d’Italia, e, per il governo pontificio, le misure antincendio e la collocazione dei parafulmini nei principali monumenti ed edifici pubblici della capitale.

Alla scienza fondamentale Secchi univa sempre l’attenzione verso la scienza applicativa da lui definita “scienza utile”. Per questo motivo divenne punto di riferimento sia per Papa Pio IX, che per le autorità cittadine, tanto che la sua permanenza nella sede del Collegio romano poté continuare anche dopo la cacciata dei gesuiti, fino alla sua morte. Partecipò a numerose spedizioni scientifiche nazionali ed internazionali per l’osservazione di eclissi totali di sole. Nel campo della climatologia e della meteorologia fu molto apprezzato per il suo meteorògrafo (la prima stazione meteorologica automatica) che gli valse il Grand Prix all’Esposizione universale di Parigi nel 1867 e il conferimento della Légion d’Honneur.

Come uomo di scienza è stato un grande mediatore tra la cultura cattolica e la cultura laico-liberale nel momento storico in cui era durissimo lo scontro tra la Chiesa e il nuovo Stato dell’Italia risorgimentale. Fino alla morte, avvenuta prematuramente il 26 febbraio 1878, rimase fedele alla sua duplice vocazione di sacerdote e di scienziato, nel profondo legame con la Chiesa e nella fedeltà al Papa in un’epoca non facile per i rapporti tra Stato e Chiesa, oltre che tra scienza e fede. Venne spesso a trovarsi tra due fuochi: da una parte l’anticlericalismo laico e dall’altra un certo intransigentismo religioso. Così scrive in una sua lettera: «Mentre alcuni vedono l’incredulità e l’ateismo nei miei scritti, altri vi vedono invece un’esaltata teologia che falsifica la fisica per appoggiare la Bibbia... Chi si lamenta di non trovarvi le scoperte che aspettava, chi non vi trova la fisica di san Tommaso».

Nella propria vita fu sempre animato da un grande amore per la verità, tenacemente perseguita con i mezzi della scienza e con i principi della fede. Fu sempre sostenuto dalla certezza che le visioni del mondo, che la fede e la scienza forniscono all’uomo, sono armoniche e complementari.

La sua testimonianza si inserisce così pienamente nella tradizione della Chiesa secondo la quale «la luce della ragione e quella della fede provengono entrambe da Dio, perciò non possono contraddirsi tra loro» (cfr. Giovanni Paolo II, lettera enciclica Fides et Ratio, 43).

Tutto il creato, il cielo e gli astri diventano un’occasione per contemplare e per ammirare l’opera del Creatore: «Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si contempla il loro autore» (Sapienza, 13, 5). In molte occasioni pubbliche il padre Secchi espresse questa sua visione. E queste sono le sue parole: «Quante altre meraviglie non devono trovarsi nell’immensità di quello spazio, che noi non possiamo scandagliare? Chi avrebbe immaginato, dieci anni or sono, le meraviglie che stava per rivelarci lo spettroscopio? Ogni nuovo perfezionamento dell’arte ne porta uno alla scienza, e l’astronomo profittando dell’arte e della scienza, ci svela sempre più la grandezza di Dio, e ci fa esclamare col reale profeta: “Che sono magne le tue fatture, o Signore; tutte esse in sapienza facesti”» (Salmo 104). Poteva mostrare che la vera fede si interroga profondamente sulle ragioni dell’esistenza, del cosmo e di tutto l’essere. E trova un alleato insostituibile in una scienza che, mossa dallo stupore, ricerca nella creazione quelle leggi e quei segni che ne tracciano il meraviglioso ordine e l’intima struttura.

di Luis Ladaria

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