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Il nuovo potere digitale

· «Internet non è la risposta» di Andrew Keen ·

È davvero internet uno strumento capace di democratizzare gli aspetti positivi della realtà e disgregare quelli negativi, creando così un mondo più aperto e paritario? Questa è solo una delle domande che si pone Andrew Keen, autore del libro Internet non è la risposta (Milano, Egea, 2015, pagine 248, euro 22). Secondo Keen, internet a partire dal 1993 — ovvero da quel web inventato da Tim Berners-Lee che insieme al primo browser grafico, Mosaic, ha permesso la navigabilità nella rete — si è evoluto invece in una macchina globale per la creazione di un mondo caratterizzato da vasta e crescente disuguaglianza.

L’inventore di internet Tim Berners-Lee su un francobollo delle Isole Marshall

«L’errore che fanno i cosiddetti web-entusiasti — scrive — è quello di supporre che la tecnologia decentralizzata di internet si traduca naturalmente in una società meno gerarchica o disuguale. Ma piuttosto che una maggiore apertura e la distruzione delle gerarchie, una società di rete non regolamentata sta aggravando la disuguaglianza economica e culturale, e portando alla creazione di una generazione digitale di padroni del mondo. Questo nuovo potere insomma si traduce in enorme ricchezza e potenza per una piccola manciata di aziende e privati.» Basti pensare che più della metà di quello che viene speso online va a finire nelle casse di due sole aziende, Amazon e Google.
Un altro refrain della narrazione dominante che Keen intende sfatare è l’ineluttabilità di ciò che Joseph Schumpeter chiama «distruzione creativa», che è un’altra parola per dire «danno collaterale» inflitto dal processo di disruption (rottura) tipico delle aziende della new technology. In poche parole: per creare un nuovo modo di produzione bisogna prima distruggere il vecchio.
Bisogna però guardare alle dimensioni di quanto viene distrutto, rispetto a quanto di nuovo viene creato.
Molti critici ne parlano ma Keen è andato a vedere di persona quello che disruption tecnologica realmente significa. L’autore infatti va a Rochester, New York, la città che un tempo era il centro produttivo della Eastman Kodak, il gigante di fatto cancellato dall’avvento della fotografia digitale. Kodak impiegava 145.000 persone in tutto il mondo. Oggi Rochester non è solo una città fantasma in stile Detroit, ma vi sono 55.000 ex dipendenti le cui pensioni sono svanite nella bancarotta.
Per fare un rapporto con uno dei giganti della rete, il numero di impiegati di Twitter nel mondo è di appena 3800 persone.
L’autore mette sotto la lente di ingrandimento anche quelle che appaiono le verità più solide sulla rete, ad esempio quella di essere un circuito che genera emozioni concrete e positive. Agli occhi dell’autore internet appare piuttosto un circuito perfetto per la moltiplicazione di feedback negativi.
Nel libro Keen cita uno studio del 2013 condotto dalla Beihang University di Pechino, secondo cui l’emozione che si diffonde più rapidamente sui social media è infatti la rabbia, mentre la gioia arriva seconda a molta distanza. Questo sentimento prevale a prescindere dall’area geografica nella quale ci troviamo.
Secondo lo psicologo Ryan Martin dell’Università del Wisconsin, la rabbia è un sentimento virale online perché la sua condivisione con estranei ci fa sentire meno il peso della nostra (ma lo sapevano già i latini: commune naufragium omnibus solacium: «un naufragio collettivo è un sollievo per tutti»). La gioia invece la preferiamo condividere con amici (reali) e familiari.
Ma anche sul fronte “pari-opportunità”, sempre secondo l’autore, internet non promette nulla di buono.
L’autore cita la scrittrice femminista e giornalista Amanda Hess, secondo la quale le donne non sono benvenute in rete. Lo dimostrerebbero i tantissimi casi di commenti maschilisti verso donne al centro dell’interesse mediatico. Quando la politica attivista Caroline Criado-Perez fece una petizione alla Banca d’Inghilterra per aggiungere Jane Austen sulla faccia delle banconote, ricevette una valanga di minacce di morte e di violenza fisica su Twitter. In Italia diverse donne politiche sono state vittime dello stesso tipo di aggressione verbale. Numerosi sono i casi di blogger donne che hanno chiuso i propri spazi di pensiero per via dei numerosi commenti offensivi della loro dignità.
Da questa critica a 360 gradi della rete, non sfugge neppure l’enciclopedia più famosa del mondo. E qui l’autore prende in prestito il pensiero di Tom Simonite che in un articolo intitolato «Il declino di Wikipedia» ricorda che su questo grande dizionario globale ci sono troppe voci su videogames e pornostar femminili, mentre la copertura di scrittrici donne o di località nell’Africa sub-sahariana resta solamente abbozzata. La ragione di questa “stortura” è nota, scrive l’autore. Wikipedia viene curata da un grande collettivo composto per il 90 per cento da maschi, che opera sotto una ferrea burocrazia, in un clima che scoraggia l’accesso di nuovi operatori, accesso che invece potrebbe aumentare la partecipazione e dunque ampliare la copertura delle voci presenti. Resta dunque il fatto, conclude Simonite, che quello che si ottiene in Wikipedia è il mondo come viene osservato da un giovane maschio occidentale bianco.
Insomma lungi dall’essere la risposta ai problemi della società, Keen individua nella rete la radice di molti di questi problemi, il maggiore dei quali resta certamente quel processo di distruzione creatrice che, se da una parte ha offerto la possibilità ai più talentuosi e creativi giovani di tutto il mondo di accumulare enormi ricchezze e rendere più agile molte operazioni quotidiane un tempo tediose, se non del tutto impossibili, dall’altra ha «affondato» un bel pezzo di classe media.

Secondo Keen per le democrazie si pone oggi una questione fondamentale: possono i governi eletti controllare quei movimenti di distruzione creatrice che la rivoluzione digitale ha moltiplicato o possono solo restare a guardare come spettatori inermi? Su questo per ora non c’è davvero risposta.

di Cristian Martini Grimaldi

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17 settembre 2019

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