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Il nunzio apostolico in Nicaragua
chiede la ripresa del dialogo

· Ogni giorno morti e feriti negli scontri tra dimostranti, polizia e paramilitari ·

I funerali di una giovane vittima degli scontri a Monimbo (Ap)

Il nunzio apostolico in Nicaragua, il vescovo Waldemar Stanisław Sommertag, ha espresso ieri la sua profonda preoccupazione per il «tragico momento» che il paese sudamericano sta vivendo, e ha chiesto di risolvere la crisi attraverso il dialogo. «Con tutta la mia forza umana e spirituale, invito le coscienze di tutti a raggiungere una tregua e consentire un rapido ritorno ai tavoli del dialogo nazionale per cercare insieme una soluzione appropriata e quindi risolvere la crisi» ha detto il vescovo.

In un messaggio vocale trasmesso ieri, martedì, Sommertag ha dichiarato che, dopo l’assedio alla chiesa della Divina Misericordia a Managua, l’agguato al vescovo di Estelí, nonché i continui scontri tra dimostranti e polizia che ogni giorno causano morti e feriti, occorre una svolta. «Logicamente non è accettabile pensare che i morti e le vittime della violenza possano risolvere la crisi politica e garantire un futuro di pace e prosperità in Nicaragua» ha affermato Sommertag. Sabato scorso, il nunzio apostolico aveva ribadito il suo sostegno alla conferenza episcopale del Nicaragua, mediatore e testimone del dialogo nazionale.

Nel paese, intanto, la situazione è drammatica: gli scontri e le proteste esplosi lo scorso 18 aprile non accennano a diminuire. Forze di polizia e paramilitari, le cosiddette turbas, hanno preso il controllo ieri del centro di Masaya, città a trenta chilometri dalla capitale Managua, divenuta uno dei simboli dell’opposizione al governo del presidente Daniel Ortega. L’operazione militare è durata oltre sette ore, in particolare nell’area dove risiede la comunità indigena di Monimbo. Stando ai testimoni locali, sono scoppiati scontri: i militari hanno fatto un ampio ricorso alle armi da fuoco. Il bilancio parla di almeno tre morti e di numerosi feriti. Ma si teme che le vittime possano essere molte di più: una verifica indipendente è impossibile perché la città è tutt’ora assediata dalle forze di sicurezza, che impediscono l’accesso ai giornalisti.

C’è soltanto la testimonianza di padre Augusto Gutiérrez, parroco nell’area della comunità indigena di Monimbo, che fa capire la tragedia che la popolazione sta vivendo. Gutiérrez spiega che «sono state quattro ore di attacco con armi da guerra pesanti: alcune chiese sono state distrutte. Ciò che il governo sta facendo è molto ingiusto. È un genocidio. Non ha altro nome». Parlando con la stampa, Gutiérrez ha lanciato un grido di aiuto: «Questo quartiere è di gente umile, un quartiere indigeno di lavoratori. Il governo ci sta uccidendo».

In soli tre mesi di proteste e manifestazioni, contro la fame, la povertà, la corruzione, i morti sono oltre 350, tra cui decine di adolescenti, ragazzi e anche bambini. Ieri, a Managua, il presidente Ortega ha celebrato con sua moglie Rosario Murillo e alcune migliaia di sostenitori i 39 anni da quando l’allora Fronte sandinista rovesciò con le armi la dittatura di Anastasio Somoza Debayle. Tuttavia, il presidente non ha speso nemmeno una parola sugli scontri, i morti e la disperazione dei suoi concittadini.

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26 maggio 2019

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