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Il presente è nelle mani dei farabutti

· A ottant’anni dall’Anschluss ·

«È confortante che l’avvenire sia nelle mani di Dio: ma il presente è nelle mani dei farabutti». Con queste parole — appuntate da monsignor Domenico Tardini — un amareggiato Pio XI commentava, alla sera del 6 aprile 1938, gli avvenimenti occorsi in Austria dove, a seguito dell’annessione al Terzo Reich realizzata manu militari nella notte tra l’11 e il 12 marzo, ci si preparava al plebiscito che, quattro giorni più tardi, avrebbe definitivamente consacrato l’unione dei due Paesi, che all’indomani della fine della prima guerra mondiale i trattati di pace di Versailles (art. 80) e di Saint-Germain en Laye (art. 88) si erano prefissati di impedire.
Non si trattava della prima violazione delle norme stabilite dalla conferenza di pace di Parigi (1919) da parte della Germania hitleriana, ma certamente di quella più dolorosa per la Santa Sede, che per quasi vent’anni si era spesa per garantire alla piccola Repubblica austriaca — «capo tagliato dal corpo», secondo un’efficace espressione di Benedetto XV — un futuro dignitoso e indipendente. Proprio per questo papa Achille Ratti, il quale notoriamente non aveva un debole per i politici in abito talare, aveva chiuso un occhio sulla presenza di uno di questi — monsignor Ignaz Seipel — ai massimi vertici dello Stato austriaco lungo quasi tutti gli anni Venti. Una fiducia, quella del pontefice, che Seipel seppe ampiamente ripagare, riuscendo a garantire al Paese i crediti internazionali necessari per sopravvivere e mantenendosi fermo nei confronti dell’opposizione (anche armata) dei socialisti. Al termine della sua parabola politica il prelato elaborò anche un ambizioso progetto di riforma costituzionale — volto a rafforzare il ruolo dell’esecutivo contro i rischi di quello che veniva percepito come un parlamentarismo esagerato — che si concretizzò alcuni anni più tardi grazie all’opera del cancelliere Engelbert Dollfuss. 

Papa Pio xi

Sotto la guida di Dollfuss, che affermava di volersi ispirare fedelmente alle direttive dell’enciclica di Pio XI Quadragesimo anno (1931), l’Austria divenne un punto di riferimento per tutti quei cattolici che, in Europa come altrove, da tempo stavano riflettendo su quale dovesse essere la forma ideale dello Stato, ritenendo che fosse necessario individuare una “terza via” che permettesse di evitare le ingiustizie del capitalismo liberista e i pericoli del collettivismo socialcomunista. Con la Costituzione entrata in vigore il 1° maggio 1934 — giorno in cui, concomitanza non certo casuale, veniva ufficialmente ratificato anche il concordato con la Santa Sede firmato da Dollfuss in Vaticano il 5 giugno 1933 — nacque lo “Stato corporativo e cristiano” austriaco (Ständestaat), che archiviava definitivamente la democrazia parlamentare sostituendola con un regime autoritario al quale i suoi detrattori avrebbero in seguito affibbiato l’etichetta (forse un po’ sbrigativa) di «austrofascismo».
In questo vero e proprio regime change il ruolo della Santa Sede fu tutt’altro che passivo o marginale. Le carte conservate presso la Segreteria di Stato dimostrano, al contrario, che Pio xi spese tutta la propria autorità per sostenere la svolta in atto in Austria, prima — nel dicembre del 1933 — convincendo il presidente federale Wilhelm Miklas a non opporsi al cambio costituzionale che violava la costituzione sulla quale questi aveva in precedenza giurato (in quell’occasione il papa sottolineò che «la costituzione è per il popolo, non il popolo per la costituzione»), e poco dopo — nel febbraio del 1934 — rifiutandosi di suggerire moderazione a Dollfuss nella repressione della rivolta armata capeggiata dai socialisti del Republikanischer Schutzbund, contrariamente a quanto chiesto in via riservata dall’ambasciatore francese presso la Santa Sede François Charles-Roux e, pubblicamente, da importanti personalità del mondo cattolico europeo come Jacques Maritain e don Luigi Sturzo.
La morte violenta del «valoroso cancelliere» (così lo definì “La Civiltà Cattolica”), avvenuta nel corso del tentato putsch nazionalsocialista del 25 luglio 1934, non sembrò inizialmente mettere in crisi il progetto di riforma corporativa dello Stato, di cui si fece carico il successore Kurt von Schuschnigg. Il rapido deteriorarsi del quadro politico internazionale — con la fine dell’effimero “fronte di Stresa” e il riposizionamento dell’Italia fascista (fino ad allora partner imprescindibile per l’Austria) al fianco della Germania nazionalsocialista — rese tuttavia la prospettiva dell’annessione, paventata dalla Santa Sede, una semplice questione di tempo. L’ottimismo costantemente ostentato dalla diplomazia austriaca — di cui si fecero eco anche la stampa cattolica italiana e vaticana (lo attestano anche gli ultimi articoli scritti prima dell’Anschluss da Alcide De Gasperi e Guido Gonella rispettivamente su «L’Illustrazione Vaticana» e «L’Osservatore Romano») — si scontrava con il crescente pessimismo di Pio xi e del segretario di Stato Eugenio Pacelli, i quali nel marzo del 1938, oltre alla sconfitta rappresentata dall’annessione, dovettero subire anche l’umiliazione di vedere un intero episcopato, quello austriaco, sottomettersi ai nuovi padroni dell’Austria, arrivando a firmare una “Dichiarazione solenne” (18 marzo 1938) che salutava la riunificazione dei due popoli fratelli, lodava le «cose eccellenti» compiute dal nazionalsocialismo «nel campo della ricostruzione nazionale, economica e sociale per il Reich e per il popolo tedesco, in particolare per i ceti più poveri», e invitava tutti i cattolici a votare “sì” al plebiscito per l’annessione, concludendosi con il saluto «Heil Hitler!». Da qui i ripetuti tentativi della Santa Sede — rivelatisi inutili — di ottenere una rettifica dai vescovi, tentativi ai quali seguirono prima una presa di distanza (con un’asciutta nota pubblicata su «L’Osservatore Romano»), poi una sconfessione implicita, di cui si incaricò il gesuita Gustav Gundlach — con il consenso di Pio XI  e di Pacelli — attraverso una trasmissione della Radio Vaticana la sera del 1° aprile, e infine la convocazione a Roma del cardinale arcivescovo di Vienna Theodor Innitzer, il quale il 6 aprile fu costretto a firmare davanti a Pacelli una dichiarazione che sostanzialmente “correggeva il tiro” di quella da lui sottoscritta il 18 marzo precedente, prima di essere ricevuto da un Pio XI particolarmente adirato, di fronte al quale Innitzer apparve come «un pulcino tra gli artigli del falco».
Significativamente, a fronte della sostanziale accettazione del fatto compiuto delle principali potenze europee (in primis Gran Bretagna e Francia) e mondiali — solo il Messico, il 18 marzo 1938, protestò ufficialmente contro l’Anschluss presso la Società delle Nazioni —, l’atteggiamento «di ostilità in pura perdita» della Santa Sede suscitò lo stupore di quanti, come l’incaricato d’affari italiano a Berlino Massimo Magistrati, non capivano perché «il Vaticano dava l’impressione di essere il solo a volersi opporre all’Anschluss».

di Paolo Valvo

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