Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Il nido delle allodole

· Un nuovo studio sul percorso tormentato di Valeria Pignetti ·

Dopo alcune importanti ricerche già recensite sull’Osservatore Romano un nuovo studio arricchisce la conoscenza della figura di Valeria Paola Pignetti (1875-1961), poi suor Maria Pastorella, quindi sorella Maria di Campello, la Minore. Lo studio di Marzia Ceschia (Sorella Maria di Campello, la Minore: eremita, cattolica, francescana, prefazione di Luciano Bertazzo, Padova, Edizioni Messaggero, 2017, pagine 355, euro 28) si sofferma, in particolare, sugli anni della formazione di Maria di Campello.

Di famiglia piemontese di antica tradizione cattolica, Valeria Paola fu battezzata da monsignor Eugenio Galletti, vescovo di Alba, suo prozio materno, che battezzò anche il fratello, il generale di corpo d’armata Ugo Pignetti, «uomo di una profonda e diritta e semplice religiosità» come lei stessa scrisse nel 1942 a Pio XII. Ventiseienne, nel 1901 entrò nell’Istituto delle suore francescane missionarie di Maria, assumendo il nome di Maria Pastorella. Vi rimase fino al 1919.

Raffaele Ariante, «Omaggio a san Francesco. La predica agli uccelli» (2017, particolare)

Negli anni tragici del primo conflitto mondiale, venne progressivamente maturando in lei il proposito di una nuova esperienza di vita cristiana, di tipo eremitico, di matrice benedettino-francescana, interconfessionale, basata su una forte condivisione e un’accoglienza senza pregiudizi, aperta al dialogo con ogni esperienza di fede: Maria ebbe infatti scambi epistolari con Albert Schweitzer, Gandhi, Paul Sabatier, ma intrattenne rapporti anche con alcune figure significative della Chiesa italiana nella prima metà del XX secolo, quali — tra gli altri — padre Giovanni Semeria, don Brizio Casciola, don Luigi Orione, don Primo Mazzolari e padre Giovanni Vannucci.

La sua scelta fu in anticipo sui tempi, grazie a una straordinaria capacità di profezia che consente di leggere negli eventi della storia i segni già presenti di un cammino destinato a maturare nel futuro.

Tuttavia, come spesso accade, Maria era destinata a offrire ai posteri percorsi che a lei risultarono quantomeno difficili: dovette far fronte, infatti, a non pochi problemi, causati non solo dall’oggettiva difficoltà della Chiesa istituzionale a comprendere una proposta di vita allora fin troppo audace, ma dal fatto che nel suo percorso di discernimento aveva finito per incrociare Ernesto Buonaiuti, il sacerdote romano colpito dalla scomunica maggiore e dichiarato eretico vitandus.

Quest’ultimo, che all’epoca occupava la cattedra di Storia del cristianesimo all’università di Roma, nell’autunno del 1918 si recava spesso a far visita a un suo allievo, Agostino Biamonti, ricoverato presso la clinica anglo-americana di via Montebello, dove le francescane missionarie di Maria prestavano servizio come infermiere. Fu così — secondo quanto Buonaiuti racconta nella sua autobiografia — che egli poté «frequentemente avvicinare» Maria Pastorella «al capezzale del ricoverato». E «un giorno, nel parlatorio stesso di questo convento, Maria Pastorella volle offrirmi una delle più squisite prove di fiducia che abbiano incoraggiato il mio tremante pellegrinaggio nella vita, chiedendomi che cosa Dio mi suggerisse di pensare di un suo lungamente coltivato proposito di uscire dall’Ordine, in cui ella aveva mosso i primi passi, per iniziare arditamente, ma fiduciosamente, un’opera di assistenza benefica a quanti potessero ricorrere a lei in un asilo di pace e in un rifugio di serena gioia cristiana. Mi parve d’un subito che il programma vagheggiato rispondesse in pieno ad una di quelle esigenze che affioravano irresistibilmente di ogni intorno. Eravamo nell’inverno del 1918».

L’anno dopo suor Maria Pastorella uscì dunque dall’istituto religioso nel quale aveva vissuto diciotto anni, per avventurarsi in un nuovo percorso, inizialmente caratterizzato da una certa provvisorietà e incertezza. In ogni caso, non si trattò di un distacco traumatico: Maria serberà infinita gratitudine nei riguardi dell’istituto, rimanendo sempre in contatto con i suoi vertici.

Benedetto XV la benedisse e le concesse «il dono inestimabile di poter conservare l’anello della consacrazione» (così la Minore, nella citata lettera al Pontefice); ne fu testimone monsignor Carlo Cremonesi, creato poi cardinale da Pio XII, il quale per alcuni anni fu suo «direttore di spirito» e che nel 1921 rilasciò a Maria un attestato (riportato integralmente nel volume) a conferma dell’autenticità della sua vocazione e del valore della sua persona. Dopo anni d’incerta dimora, nel 1922, per merito di don Brizio Casciola, s’aprì infine la via dell’Umbria: il sacerdote, infatti, accolse Maria e il primo nucleo delle sue sorelle (le Allodole di san Francesco) a Montefalco, suo paese d’origine.

S’individuò quindi come sede della nuova comunità l’eremo sopra Campello, abitato dai francescani dalla fine del XIV secolo fino alla seconda metà del secolo XIX; la sua acquisizione e i successivi restauri, tuttavia, non furono cosa né breve né facile e non solo per le precarie condizioni in cui versava l’edificio.

Difficoltà dovettero indubbiamente sorgere anche per la decisione di volerne intestare la proprietà a Buonaiuti, all’agnostica Veva Lupo, all’anglicana Amy Turton — «anglosassone pura, angelica per il candore della fede e la dolcezza», la descrisse Maria in una lettera a Mazzolari del 1939 — la quale poi condividerà per diversi anni la vita dell’eremo con il nome di Nonna Amata. Nel 1926 le Allodole poterono infine prendere dimora del nido e vivervi il loro ideale di una vita francescana accogliente ispirandosi alla cosiddetta Regola non bollata, aperte a persone di ogni condizione e di ogni fede. Gli stessi nomi delle sorelle e dei fratelli all’eremo collegati riproponevano sovente quelli della prima generazione francescana: Clelia Allegri (1885-1963), cieca dalla nascita, laureata in Lettere e filosofia, una delle prime compagne di Maria, divenne sorella Jacopa; Agostino Biamonti, morto prematuramente nel 1924, ricevette il nome di Leone, mentre Buonaiuti assunse quello di Ginepro.

Anche il rapporto con l’autorità religiosa locale non fu facile: i documenti a suo tempo pubblicati da Antonio Buoncristiani mostrano con tutta evidenza l’atteggiamento sospettoso che monsignor Pietro Pacifici, arcivescovo di Spoleto dal 1912 al 1934, mantenne costantemente nei confronti della Minore e delle sue consorelle, ma rivelano altresì la docilità di Maria e la pace che, pur nella chiarezza che sempre contraddistinse la sua persona, promanava dall’eremita.

L’esperienza di Campello fu comunque oggetto di una progressiva riabilitazione da parte dell’autorità ecclesiastica, che solo in parte sorella Maria sarebbe riuscita ad assaporare: nel 1952, con lettera della Segreteria di Stato trasmessa dal sostituto monsignor Giovanni Battista Montini, giunse infatti inaspettata la benedizione di Pio XII.

Il volume di Marzia Ceschia, solidamente fondato dal punto di vista storico, corroborato da una fine rilettura teologica e arricchito da una corposa appendice documentaria, consente ora di ritornare su quell’esperienza. E nello stesso tempo di avvalorare il giudizio che l’intuizione avuta da suor Maria Pastorella in anni obiettivamente difficili sia stata una autentica mozione dello Spirito.

di Felice Accrocca

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

17 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE