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Il neorealismo
del terzo millennio

· Nuove tendenze del cinema ai David di Donatello ·

Dopo il neorealismo cosa ci sarà, si domandavano Carlo Lizzani, Cesare Zavattini e Luchino Visconti negli anni Cinquanta. A distanza di più di mezzo secolo il dilemma si pone di nuovo e con maggiore urgenza di allora. Lo scorso 27 marzo, a Roma, sono stati consegnati i Premi David di Donatello 2019, la prima edizione organizzata (con una giuria tutta nuova) da Piera Detassis. Le storie dei film vincitori inducono a una riflessione non episodica proprio sull’ipotesi del ritorno di una nuova forma di neorealismo.

agine da «Frontiera» di Alessandro Di Gregorio

Frontiera di Alessandro Di Gregorio, premio per il migliore cortometraggio, è un apologo rigoroso sul dramma apparentemente senza fine dei migranti morti in mare. I due protagonisti sono un ufficiale della guardia costiera incaricato di recuperare i corpi affondati e un ragazzo delle pompe funebri in trasferta sull’isola per svolgere il triste servizio delle esequie delle tante vittime anonime che riempiono un capannone. In silenzio i due giovani si scambiano una sigaretta mentre cercano riparo dall’angoscia all’ombra dei rottami delle navi dei trafficanti di esseri umani abbandonate sulla spiaggia. Il loro incontro muto (la sceneggiatura non ha dialoghi) ha lo stesso fragore di un urlo potente e addolorato.

Dogman, di Matteo Garrone, è il trionfatore del David con nove statuette, tra cui quelle più importanti come miglior film e miglior regia: narra la storia vera del “Canaro”, una vittima che si tramuta in carnefice. Marcello Fonte, protagonista del film, è un attore che sembra preso dalla strada, come già succedeva nel dopoguerra per i capolavori del neorealismo. La forza del film sta tutta nella scelta di Garrone: con la sofferenza del “Canaro”, il regista racconta lo smarrimento etico di un’intera comunità.

Sulla mia pelle è l’opera prima di Alessio Cremonini, vincitore morale dell’edizione di quest’anno con quattro David, al regista, al protagonista, Alessandro Borghi, e al produttore insieme con lo speciale David Giovani: il film è dedicato alla morte di Stefano Cucchi ed è una denuncia asciutta e severa del silenzio assordante delle persone delle istituzioni che voltarono il capo per non vedere.

«La stagione cosiddetta neorealistica è stata nella storia del cinema italiano un momento magico, forse il solo momento veramente magico. Quanto magico sia stato quel momento, e quanto irripetibile, purtroppo, finora, si avverte con particolare incisività oggi che il rischio della colonizzazione culturale attraverso suoni e immagini si è fatto, per il nostro paese, evidentissimo e preoccupante», scriveva il caporedattore dell’Osservatore Romano, Sergio Trasatti, nel 1989.

Trasatti si preoccupava di un’invasione, che già negli anni Ottanta avanzava inesorabile attraverso le nuove piattaforme dell’audiovisivo. «Una non innocua invasione di immagini estranee, standardizzate, omogeneizzate, in grado di provocare effetti di estraniamento di portata enorme», si legge nel suo libro I cattolici e il neorealismo, (Ente dello Spettacolo, 1989). «In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro», ha detto Papa Francesco dall’ambone durante la messa celebrata a Lampedusa nel 2013.

Il neorealismo, anche quello nuovissimo del terzo millennio che abbiamo visto al David, potrebbe essere l’antidoto di cui abbiamo bisogno. Diceva Roberto Rossellini che il neorealismo non è mai stato una corrente, uno stile, una scuola, un movimento: è stato piuttosto una posizione morale. «Contemplavamo le rovine dalle quali sbucavamo coperti di polvere. Uscì dai nostri cuori un bisogno profondo e sincero di riconoscerci e di individuarci. Dalla nostra posizione morale, che ci imponeva di capire l’assurda tragedia alla quale eravamo sopravvissuti, nasceva il neorealismo», scriveva profeticamente Rossellini nel 1956.

di Andrea Piersanti

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