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Il Natale di un pastore smarrito

· Incertezza della fede e misteriosa presenza di Dio in «Theo» ·

Può bastare un romanzo per intuire come a Dio occorra persino la fede stanca di un prete disamorato. Paul Torday, scrittore scomparso il 18 dicembre di due anni fa, con Theo (Roma, Elliot, 2015, pagine 144, euro 16,50) spalanca un’ormai secolarizzata e fredda provincia inglese all’irruzione del Nuovo, nella persona di un bambino: tema natalizio per eccellenza, se non che il piccolo manifesta le stimmate della passione, trascinando il reverendo John Elliott in un gigantesco, drammatico confronto con i confini della verità.

Infanzia e ferite: la storia si sviluppa mentre dicembre avanza e, come i vangeli di Betlemme imprimono nella natività presentimenti del sacrificio, così in Northumberland il Mistero appare incontrando resistenza e opposizione.

Ministro della Chiesa anglicana, sposato con la vivace e dolce Christine, maestra elementare, John procede da mesi su un crinale scivoloso. «Gli sembra di non sapere più niente ormai. Non sa perché continua a svolgere un lavoro che non lo appassiona più, sforzandosi di far sopravvivere una chiesa dalla quale la maggior parte degli abitanti della cittadina si è allontanata».

Torday tratteggia il travaglio di un uomo onesto, segue il corso dei suoi pensieri, distrazioni persino sul pulpito. Che cosa penserebbero i sedici uomini e donne di mezza età o più anziani, seduti davanti a lui, se improvvisamente suggerisse: «È tutto una terribile perdita di tempo. Perché non ce ne andiamo al pub?».

Ed ecco, allora, imprevista, folle, dirompente, la domanda rivoltagli da Alfred Stone, suo predecessore a San Giuseppe, in punto di morte: «Mi dica, lei è un cristiano?». Interrogativo che scuote la sua notte oscura. Torday scrive queste pagine ugualmente prossimo alla fine, consapevole della malattia che avanza e, come un vecchio pazzo, semina domande. Elliott ha un attimo di confusione. «Be’, come sa, sono stato ordinato prete, proprio come lei» risponde. Stone sorride con un’espressione scaltra. «Questo non conta, sa? Lei crede nella Resurrezione? Crede che Gesù sia morto davvero, disceso agli inferi e poi risorto dopo tre giorni?». Introdotto dapprima come un sussurro nel reparto di psichiatria in cui l’anziano prete è rinchiuso, l’interrogativo si trasforma in grido: «E se fosse tutto vero?». Urge un sedativo, nel regno della tecnica, per chi solleva l’ultima, la più determinante delle questioni.

Un bambino, tuttavia, è nel frattempo apparso: Theo. Se il soprannaturale, mobilitando l’universo inconscio di John, scatena nottetempo incubi e visioni più vicine al romanzo gotico che all’immaginario biblico, durante il giorno si presenta nei tratti delicati dell’alunno di Christine, figlio di genitori semplici, ai margini della comunità. Theo si fa incontrare in una scuola moderna, immunizzata dal fatto religioso, dominio del politically correct, creatura perfetta della sua opaca dirigente. Inaspettatamente il piccolo, portatore di un’energia calamitante, viene a stabilire col parroco una misteriosa alleanza, gli riversa in cuore un segreto, attiva il cammino che lo condurrà al cambiamento o alla soglia della follia. Tutto accade pubblicamente e, sebbene solo nell’intimità John abbia da giocare le proprie carte col futuro, l’intera comunità partecipa di avvenimenti che allargano la realtà oltre il già noto, oltre l’ammissibile.

Nel passato la fede, o la mancanza di essa, non erano sembrate a Elliott questioni degne di nota. L’osservazione del lavoro di suo padre l’aveva portato alla conclusione che essere un pastore, o un prete, consistesse in un’occupazione di tipo sociale. Ora nella delusione che lo attanaglia è esposto come mai in precedenza ai segni della passione e alla vertigine della fede. E se fosse tutto vero? Al pastore Elliott, che appena ordinato sentiva di avere il mondo ai suoi piedi; proprio a lui, «che avrebbe mostrato a tutti che cosa si può ottenere grazie al duro lavoro e a un’energica fede», Theo — Dio — domanda di varcare il limite del finito, perché nella vita si tratta non di risultati e di regole, ma di amore. Paternità: una dimensione che la notte di Natale dischiude anche per chi, come il protagonista, si vede sterile e smarrito. Il bambino, invocandola, ce la rivela.

di Sergio Massironi

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22 maggio 2019

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