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Il muro della discordia

· Tensione tra Messico e Stati Uniti dopo l’annuncio del presidente Trump ·

Il capo dello stato messicano, Enrique Peña Nieto, non annulla il previsto incontro con il presidente statunitense, Donald Trump, martedì prossimo a Washington. Sarà un incontro non certo privo di tensione, dopo la firma ieri da parte di Trump dell'ordine esecutivo che prevede la costruzione di un muro al confine tra i due Paesi. «La riunione di lavoro fra i due presidenti a Washington è confermata. Voglio che sia chiaro: la riunione per ora è ancora in piedi» ha detto il ministro degli esteri messicano, Luis Videgaray.

Un punto della barriera già esistente tra il Messico e gli Stati Uniti (Afp)

Trump ha promesso non solo un completamento della barriera che divide i due paesi (sarà lunga nel complesso 3.200 chilometri), ma anche un irrigidimento delle misure per frenare i flussi migratori verso gli Stati Uniti. E in un'intervista, il presidente ha dichiarato: «La costruzione del muro comincerà nel giro di qualche mese, ma la pianificazione parte subito». Poi ha precisato: «Per avviare la costruzione useremo i soldi dei contribuenti, ma poi li rimborseremo. Useremo i dazi o qualche altro meccanismo, ma alla fine pagherà il Messico». Oggi — stando a indiscrezioni della stampa — il presidente statunitense dovrebbe firmare diversi decreti per sospendere la concessione dei visti a persone provenienti da paesi a rischio terrorismo come Siria, Sudan, Somalia, Iraq, Iran, Libia e Yemen.

Peña Nieto ha immediatamente replicato alle parole di Trump sottolineando che il Messico non intende pagare per il muro. «Condanno e mi rammarico per la decisione del governo statunitense di continuare con la costruzione di un confine che per anni ci ha diviso più di quanto ci abbia unito; il Messico dà e chiede il rispetto dovuto come nazione sovrana». Peña Nieto ha spiegato che «il Messico offre la sua amicizia al popolo degli Stati Uniti e la sua disponibilità a raggiungere accordi con il loro governo, accordi che dovranno beneficiare il Messico e i messicani». A temere le mosse della nuova amministrazione in materia di immigrazione sono soprattutto i circa undici milioni di immigrati senza documenti che da anni vivono e lavorano negli Stati Uniti, in attesa di una riforma che possa regolarizzare la loro situazione. Il progetto di riforma proposto da Barack Obama, e bloccato al Congresso dai repubblicani, era fondato su due aspetti cruciali: niente espulsione dal paese per i genitori senza documenti di figli nati negli Stati Uniti e protezione assoluta per le persone arrivate nel paese quando erano bambini.

«Abbiamo bisogno di ponti, non di muri» ha dichiarato in un tweet il segretario generale della conferenza episcopale messicana, Antonio Miranda, vescovo ausiliare dell'arcidiocesi di Monterrey, appena appresa la notizia della costruzione del muro. «Non più stranieri, Messico e Stati Uniti, insieme nel viaggio della speranza» ha aggiunto. Sempre sul nuovo muro, il vescovo di Austin, Joe S. Vásquez, presidente della commissione per l'immigrazione della conferenza episcopale statunitense, ha dichiarato: «Invece di costruire muri, io e i miei fratelli vescovi continueremo a seguire l'esempio di Papa Francesco. Cercheremo di costruire ponti tra i popoli che ci permettano di abbattere i muri dell'esclusione e dello sfruttamento».

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