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Il motore del progresso sociale

· Paolo VI, la «Populorum progressio» e la Fao ·

Il volume La carità motore di tutto il progresso sociale. Paolo VI, la «Populorum progressio» e la Fao, che è stato recentemente pubblicato nella collana «Cultura» dell’editrice Studium, rappresenta un’importante silloge, frutto del contributo di eminenti personalità che hanno messo in luce la rilevanza della figura di san Paolo VI e del ruolo centrale che la Santa Sede — grazie al suo zelo dapprima diplomatico, successivamente pontificio — ha assunto sulla scena internazionale e nell’interazione con le Organizzazioni internazionali, in particolare quella della Fao, per la tutela dell’essere umano e la salvaguardia della sua intrinseca dignità.

Ruolo centrale che deriva dall’approccio proposto già a partire dall’enciclica Ecclesiam suam del 1964, riaffermato nel discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1965 e consacrato nell’enciclica Populorum progressio del 1967, con la quale san Paolo VI identificò, quale compito principale della Chiesa, quello di offrire agli uomini e alle loro aspirazioni «ciò che possiede in proprio: una visione globale dell’uomo e dell’umanità» (Populorum progressio, 13).

Di fronte a tale attività instancabile di Papa Montini che, tra gli altri, ha avuto il merito di condurre a lieto porto il concilio ecumenico Vaticano II, quale insegnamento possiamo trarre oggi? Di quale messaggio il presente volume vuole farsi portatore?

Vorrei soffermarmi, a tal proposito, su tre parole che ritengo fondamentali: dialogo, carità, persona.

Innanzitutto, mi preme sottolineare come san Paolo VI abbia trasmesso a tutti l’importanza del dialogo e della risoluzione dei problemi di portata generale attraverso l’azione concertata e condivisa di tutti gli attori operanti sulla scena internazionale. È ciò che ha sempre animato l’apertura di monsignor Giovanni Battista Montini alle questioni internazionali prima e dopo la sua ascesa al soglio petrino — come ben ci ricorda il contributo di Chenaux — e da cui ha avuto origine la sua fiducia nel multilateralismo e nel ruolo delle Organizzazioni internazionali. Anche in tali contesti, Paolo VI sostenne nell’enciclica Ecclesiam suam, che la Chiesa avrebbe dovuto essere presente: «Per offrire al mondo il suo messaggio di fraternità e salvezza» (Ecclesiam suam, 27). «La Chiesa deve venire in dialogo con il mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola, si fa messaggio, si fa colloquio» (Ecclesiam suam, 67). Ed è ciò che ribadisce instancabilmente anche Papa Francesco che, nei suoi numerosi viaggi apostolici — da ultimo quello in Marocco nello scorso marzo 2019 — ha sottolineato come: «Affermare che la Chiesa deve entrare in dialogo non dipende da una moda, tanto meno da una strategia per aumentare il numero dei suoi membri. Se la Chiesa deve entrare in dialogo è per fedeltà al suo Signore e Maestro che, fin dall’inizio, mosso dall’amore, ha voluto entrare in dialogo come amico e invitarci a partecipare della sua amicizia» (Viaggio apostolico di Sua Santità Francesco in Marocco. Incontro con i sacerdoti, i religiosi, i consacrati e il Consiglio ecumenico delle Chiese, 31 marzo 2019). Un dialogo che, quindi, siamo invitati a realizzare alla maniera di Gesù, con un amore fervente e disinteressato, senza calcoli e senza limiti, nel rispetto della libertà delle persone e che deve avere, come affermò Paolo VI, i caratteri della chiarezza, della mitezza, della fiducia e della prudenza (Ecclesiam suam, 83). Un dialogo, che è indice di amicizia con i popoli e le nazioni e su cui si deve basare l’azione diplomatica della Santa Sede, in ragione della quale essa ha giustificato la richiesta di assumere una posizione peculiare in molte Organizzazioni internazionali, con la qualifica di “Osservatore permanente”. Come riporta compiutamente V. Buonomo nel suo contributo, delineando i tratti delle relazioni tra Santa Sede e Fao fin dal loro emergere, la concessione alla Santa Sede di tale status di Osservatore presso la Fao fu il contraltare dell’apprezzamento che già l’allora sostituto della Segreteria di Stato Montini aveva mosso verso l’Organizzazione, per gli alti principi morali e umanitari che la ispirano, ponendola allo stesso tempo in perfetta rispondenza alla natura della missione religioso-morale della Chiesa. Si evince, quindi, come per Papa Montini il valore del dialogo tracimi persino nell’azione internazionale della Santa Sede, quale migliore strumento per riaffermare il valore più grande della dottrina cristiana: la carità.

Mi collego, quindi, alla seconda parola sulla quale voglio soffermarmi, appunto la “carità”. Essa deve orientare ogni nostra azione e, come titola il volume, deve essere il motore del progresso sociale. Un progresso che, quindi, non prende a riferimento lo sviluppo economico di corto periodo o il dato statistico, ma che chiede un’attenzione alla persona, allo sviluppo integrale di ogni uomo e di tutto l’uomo (Populorum progressio, 14); un progresso sociale che sa essere «nuovo nome della pace» (Populorum progressio, 87). La carità, pertanto, eccede la giustizia ma, come ha sottolineato Fernanda Guerrieri nel suo contributo, esige comunque quest’ultima nel riconoscimento e il rispetto dei legittimi diritti degli individui e dei popoli. La carità, d’altro canto, supera la giustizia stessa, includendola nella logica del dono e del perdono, affinché i rapporti di diritti e doveri vengano completati da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione. La visione profetica di Papa Paolo VI rimane guida per Papa Francesco stesso, il quale ne ha continuato a declinare le intuizioni con la esortazione Evangelii gaudium e l’enciclica Laudato si’. La visione dello sviluppo che Papa Montini proponeva, implica una responsabilità verso l’altro e un dovere di carità universale, cioè la promozione di un mondo più umano per tutti. Riprendendo le parole di monsignor Tomasi nel suo contributo al volume, «sviluppo e carità sono due rotaie su cui avanza il treno del futuro comune. Il rischio è che non ci sia futuro se la persona non è realmente al centro e se la carità non è universale: verrebbe negato il processo che porta da condizioni meno umane a condizioni più umane sia per la singola persona che per tutta l’umanità» (pagina 45). È grazie alla carità che il dialogo acquisisce un’autorità intrinseca, legata alla verità che espone e all’esempio che propone, non divenendo comando o imposizione. La carità fa sì che il dialogo — quale sollecitudine ad accostare i fratelli — non si traduca in una diminuzione della verità, ma sia condotto sulla base del discernimento che deve guidare la lettura dei segni dei tempi. Allo stesso tempo la carità fa sì che il progresso possa essere vagliato, quindi ritenuto effettivamente tale nel caso in cui abbracciasse tutte le esigenze della persona umana: dalle necessità fisiche del cibo, della salute e della convivenza pacifica, alla dimensione trascendente della persona e al suo rapporto con Dio.

Tutto ciò, coniugato al singolare, in maniera parallela va ad applicarsi agli Stati, prosceni giuridici sui quali sono sempre più necessarie e frequenti le prove di convivenza multietnica, per tutelare la pace ed educare alla solidarietà: forza capace di rendere la globalizzazione anziché una forza negativa, la spinta incontestabile per mettere in luce l’unità del genere umano: famiglia di Dio al di là delle frontiere e delle esperienze storiche. Alla luce di ciò, vorrei riferirmi all’ultima parola: persona. In modo del tutto chiaro, per Paolo VI è la persona a costituire l’autentico metro di misura del progresso. Come egli evidenziava: «Nessuno può rimanere indifferente alla sorte dei suoi fratelli tuttora immersi nella miseria, in preda all’ignoranza, vittime dell’insicurezza. Come il Cuore di Cristo, il cuore del cristiano deve muoversi a compassione di questa miseria» (Populorum progressio, 74). Ed è la stessa persona dell’affamato a cui Papa Francesco si riferisce, nell’invitare il personale del Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo a “cercare un volto” in ogni questione trattata o documento elaborato. Occorre, scriveva Papa Bergoglio raccomandandosi: «Mettersi nei loro panni per capire meglio la loro situazione. È importante non rimanere in superficie, ma cercare di entrare nella realtà per intravedervi i volti e raggiungere il cuore delle persone. [...]. Allora il lavoro diventa un prendersi a cuore gli altri, le vicende, le storie di tutti» (Saluto del Santo Padre Francesco al personale del Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo, 14 febbraio 2019).

In quest’ottica, questo libro, realizzato grazie al preziosissimo lavoro di coordinamento svolto da Patrizia Moretti, costituisce un importante tassello di riflessione sull’appello che la Santa Sede muove a favore degli affamati, nei confronti degli attori delle relazioni internazionali e, per loro tramite, nei confronti di ciascuno. Tutti, infatti, oggi più che mai siamo chiamati a cambiare i paradigmi della cosiddetta cultura dello scarto, per innestare nella società in cui viviamo un cambiamento di mentalità in favore dello sviluppo integrale di ciascuno, secondo il pensiero, l’esperienza e l’ermeneutica montiniane.

L’auspicio che rivolgo a quanti leggeranno e studieranno questo volume è che il pensiero di Paolo VI sia ulteriormente indagato, specialmente dai più giovani, e possa germogliare in stimolanti campi d’applicazione, capaci di spronare e sostenere la fraternità: autentica cifra evangelica per il perseguimento del bene comune.

di Fernando Chica Arellano

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20 agosto 2019

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