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Il morso delle termiti

· Dietro al crollo del tetto della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami al Foro romano ·

Come un auspicio, dal carattere quasi imperativo, gli edifici sono denominati beni immobili: si vorrebbe che fossero tali e tali sono destinati a essere nelle intenzioni e nella percezione della committenza, della proprietà e degli utilizzatori. Ma non c’è architetto e ingegnere o geometra, come progettista, direttore dei lavori o collaudatore, che possa sognare l’eternità delle sue opere. Non c’è chi non sappia di doversi responsabilmente affidare ai consegnatari di quel bene, e di riflesso ai manutentori da questi di volta in volta incaricati.

Le ricadute dei fumi industriali sono in grado di intaccare rapidamente perfino i tetti verniciati e trattati delle auto. Lo sa chi ancora lavora in fabbrica. Le manutenzioni odierne, vincolate alla “logica” del mercato, che impone contenimento della spesa e massimo profitto, sono sporadiche, discontinue, episodiche. A volte vengono addirittura procrastinate se troppo costose o se si avvicina il momento del rifacimento totale. È però come mandare in giro qualcuno con una macchina senza freni perché è vicino il giorno in cui conviene cambiarla.

Il sacrestano in passato, senza dar peso al denaro, il più delle volte reclutato per passione, come volontario, saliva tra intercapedini e solai fino sui campanili, ispezionava mensilmente o almeno annualmente ogni andito e anfratto, custodiva l’edificio girando e conoscendolo come le sue tasche. Non gli sarebbe certo sfuggito un vistoso mucchio di segatura triturato dal “morso delle termiti”, per citare Calvino. Anche se questo minaccioso mucchietto si fosse formato non bene in vista sul pavimento della chiesa o sui banchi, ma fosse invece rimasto nascosto nel sottotetto, lui lo avrebbe presto scovato, sventando così la subdola minaccia occulta. E avrebbe dato l’allarme. Magari non si sarebbero trovati subito i fondi per provvedere adeguatamente, ma un puntello, una legatura ci sarebbero “scappati”. Quando avviene un fatto minaccioso e indesiderato si cercano le cause e le responsabilità. È perfettamente logico e normale. Ma prima occorre cercare di capire, poi – per quanto necessario – si può anche cercare di giudicare: con ordine.

Quel che è successo nella chiesa romana è con ogni probabilità connesso al deterioramento di un solo, singolo elemento di una capriata. E la causa più probabile sono gli insetti xilofagi, i tarli, oppure la marcescenza del legno dovuta a perdite e infiltrazioni. Il clima quasi tropicale, col caldo umido di questa ultima estate, con precipitazioni improvvise e abbondanti, che le gronde non più sistematicamente tenute sgombre non arrivano a smaltire, sul legno inanimato ha certamente portato una accentuazione di questi fenomeni, proprio come sul vivo delle palme avviene da anni a opera del “punteruolo rosso”. Col caldo accresciuto a Roma non sono arrivati solo i pappagalli verdi.

Gli aruspici in antico per “intraveder quasi il futuro” (per ricorrere all’espressione del Metastasio) si basavano sull’osservazione del volo degli uccelli e sull’esame delle interiora delle vittime sacrificali, il fegato in particolare. Era un modo semplice e comprensibile a tutti per indicare la capacità e la necessità di guardare in alto e in generale, in dettaglio e al particolare.

Che a cedere e crollare sia stata proprio una struttura lignea del tetto della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami al Foro Romano sotto l’Ara Coeli è certo un fatto accidentale e infausto, ma pare quasi un invito, un richiamo simbolico alla necessità di maggiore attenzione. Capre e cavalletti, si sa, sono strutture portanti in legno che i carpentieri realizzavano con quattro zampe d’appoggio, una garanzia in più rispetto all’essenzialità dei treppiedi. Muletto era la stessa struttura montata su ruote. Solo la gru con gli altri trampolieri, in natura e in cantiere, sta su un piede unico. La capriata di appoggi ne ha due e sta quindi su a contrasto con le altre, con il timpano frontale e con la struttura muraria soprastante l’arco trionfale verso il catino absidale. Questo inanimato bipede può cedere e collassare per varie cause: svergolatura del monaco per mancato ritegno dei saettoni, cedimento dei puntoni, rottura della catena. Anche solo fessurazioni in corrispondenza degli intagli di incastro: per questo abbondano le fasciature metalliche.

Così lavora in silenzio per secoli la capriata. Tutte le sue parti sono essenziali e di nessuna si può fare a meno senza compromettere l’equilibrio d’insieme di questo traliccio. Il pregio è dunque la leggerezza e l’essenzialità, quasi la povertà: non vi è nulla che non sia assolutamente necessario. Il difetto è il medesimo: a nulla si può ulteriormente rinunciare, come per le stecche di un ombrello. L’unica ridondanza che poteva in passato offrire qualche temporaneo riparo al collasso generale e improvviso del tetto, in caso di cedimento di un elemento di una capriata, consisteva nel temporaneo appoggio del monaco sul tirante (ma era un vistoso segnale di allarme ed era da tutti riconosciuto per tale, per questo si guardava alla staffa) oppure si poteva fare transitorio affidamento nella continuità della travatura dell’orditura secondaria soprastante, portata.

Se la trave di colmo o le altre travi a essa parallele sino al muro di gronda erano continue e proseguivano ininterrotte da una capriata all’altra, man mano che una singola capriata si ammalorava e si deformava, il carico veniva ripartito sugli appoggi vicini dell’orditura primaria. Certo, tutto il tetto si imbarcava ma il crollo risultava procrastinato, preceduto da evidenti segnali di preavviso. Seppure le capriate non erano dall’interno in vista si imbarcava il controsoffitto e dall’esterno si vedeva un marcato avvallamento del tetto.

Da tempo però di travi molto lunghe non se ne lavorano e non se ne trasportano più (per ragioni di sicurezza ma anche di maneggevolezza ed economia), col bel risultato che per tutti i tetti “restaurati” negli ultimi decenni se cede l’elemento di una capriata viene giù tutta la porzione del tetto che questa sosteneva o collaborava a sorreggere. Con l’industrializzazione, nei rifacimenti delle strutture, si sono persi questi accorgimenti essenziali che si tramandavano con le arti e i mestieri. Non si tratta di nostalgia, ma erano tempi nei quali il servizio, pur se indegnamente sfruttato, manteneva la sua indiscussa nobiltà almeno nella maestria. Il padrone sapeva di non essere in grado di fare ciò che il servo faceva per lui e quindi ne rispettava l’operato.

Oggi, accanto agli innegabili vantaggi della meccanizzazione che solleva le persone dai lavori più pesanti e di una maggiore istruzione e di un accesso all’informazione estremamente facilitato, vi è diffusa in ognuno la pretesa di sapere e di capire in ogni settore, di ogni affare, quindi, pur con la corresponsione di un compenso a volte più degno, si gridano ordini da eseguire e basta: per i sottoposti rischia di non esservi altro che disprezzo puro. Tra questi vi sono certamente i servitori dello stato, cioè i servi di tutti, che vedono l’inizio della loro storia con i mistoforia, nella Grecia dell’antichità classica. I cittadini pagano uno stipendio ad alcuni esperti perché si occupino con continuità della cosa comune.

Mai nei venticinque secoli che ci separano da quell’inizio, quegli incarichi pubblici sono stati più vessati e tartassati di ora. Da più di un decennio sono stati sistematicamente privati di ogni mezzo di trasporto, il loro numero è in calo vertiginoso ovunque, le stesse strutture pubbliche per le quali lavorano ne hanno ripetutamente e pubblicamente disprezzato l’opera, definita al pari di quella di una casta: né mezzi, né motivazione, né indennità commisurate all’impegno e alle responsabilità. In Italia, i provveditorati divenuti interregionali, gli uffici periferici di tutela del patrimonio ripetutamente accorpati. Nella maggioranza dei casi il dipendente pubblico guadagna meno di quanto gli costerebbe una assicurazione completa del proprio operato. Per fortuna di recente si sono riprese le assunzioni nella pubblica amministrazione e altre cospicue immissioni di nuova linfa sono state annunciate. Più di mille unità sono già state assunte nella amministrazione dei beni culturali e almeno altre duemila pare siano previste in reclutamento, nel prossimo immediato futuro. Forse quindi abbiamo già toccato il fondo e stiamo iniziando la fase di risalita.

di Francesco Scoppola

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25 marzo 2019

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