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Il modello di san Giuseppe

Ci sono il rinnovamento conciliare e Paolo VI sullo sfondo del discorso che il vescovo di Roma preso «quasi alla fine del mondo» ha tenuto alla Curia romana rispondendo agli auguri del cardinale decano. Al termine di un anno eccezionale che, attraverso una successione papale senza precedenti, ha mostrato visibilmente la vitalità della Chiesa nell’attenzione ai segni dei tempi.

A differenza di Montini, che per trent’anni aveva avuto un’esperienza curiale e da un punto di vista privilegiato come la Segreteria di Stato, il suo attuale successore è stato religioso e vescovo soprattutto nella sua patria, con crescenti e importanti responsabilità all’interno di un episcopato vivace come quello latinoamericano e nella progressiva maturazione collegiale voluta dal concilio per tutta la Chiesa.

Esperienze molto diverse con una visione convergente, tanto che le parole di Papa Francesco nell’incontro natalizio richiamano alla mente quelle rivolte da Paolo VI alla Curia romana il 21 settembre 1963, esattamente tre mesi dopo la sua elezione in conclave e alla vigilia della ripresa dei lavori conciliari: «Il dovere d’essere autenticamente cristiani è qui sommamente impegnativo». E ancora, in un discorso che rimane memorabile e valido: «Ogni momento, ogni aspetto della nostra vita ha intorno a noi un’irradiazione, che può essere benefica, se fedele a ciò che Cristo vuole da noi; malefica, se infedele». Per questo Montini disegnava l’immagine di un organismo esemplare paragonato alla lucerna sul candelabro del Vangelo.

Come già aveva fatto parlando ai giornalisti tornando dal Brasile, il vescovo di Roma ha di nuovo evocato «il modello dei vecchi curiali, persone esemplari» e che costituiscono «una testimonianza molto importante nel cammino della Chiesa». Torna dunque l’esigenza di esemplarità di un organismo che deve ogni giorno rinnovarsi: curia semper reformanda si potrebbe dunque dire, tenendo presenti i criteri indicati dal vescovo di Roma, che anche per questo ha tra l’altro voluto un consiglio di otto cardinali, annunciato un mese esatto dopo l’elezione alla sede romana.

Professionalità e servizio sono i criteri delineati con asciutta precisione: «competenza, studio, aggiornamento» per il primo, «servizio al Papa e ai vescovi, alla Chiesa universale e alle Chiese particolari» per il secondo. E se mancano ecco che «cresce la struttura della Curia come una pesante dogana burocratica, ispettrice e inquisitrice, che non permette l’azione dello spirito santo e la crescita del popolo di Dio».

Ma fondamentale resta su tutto la santità della vita, non estranea al mondo curiale come vorrebbero facili semplificazioni: «Nella Curia romana — ha detto Papa Francesco — ci sono stati e ci sono santi. L’ho detto pubblicamente più di una volta, per ringraziare il Signore». E questo è il modello, minato dalle chiacchiere che danneggiano non solo le persone ma la stessa «qualità del lavoro e dell’ambiente».

E mentre si conclude l’Avvento il vescovo di Roma ha invitato la sua Curia a meditare sul modello rappresentato da un santo a lui molto caro: Giuseppe, «così silenzioso e così necessario». Alla sua sposa, Maria, immagine della Chiesa, e a Gesù, il bimbo che vuole nascere nel cuore di ogni essere umano.

g.m.v.

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19 aprile 2019

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