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Il mito di Roma

· ​Santiago del Cile una mostra con opere tutte provenienti dai Musei vaticani ·

«El Mito de Roma» è al centro della mostra — che si apre il 6 novembre presso il Centro Cultural La Moneda, a Santiago del Cile — composta da 146 opere, tutte provenienti dai Musei vaticani.
L’idea dell’esposizione, che si concluderà il prossimo 11 marzo, nasce dal desiderio espresso dal presidente del Cile, Michelle Bachelet, ad Antonio Paolucci, direttore dei Musei vaticani, in occasione di una visita in Vaticano nel giugno del 2015. Da quel desiderio si è andato quindi costruendo un progetto che Barbara Jatta, suo successore, ha ereditato e quindi seguito nelle diverse fasi di realizzazione. Il lavoro, curato dal sottoscritto, è stato coronato da felice esito grazie al grande impegno di tutti i reparti dei Musei vaticani, in particolare quello delle Antichità greche e romane, e dei Laboratori di restauro. 

Copia in tempera su carta di una delle pareti della Tomba del Triclinio di Tarquinia (databile intorno al 470 prima dell’era cristiana Il cartone fu eseguito da Carlo Ruspi nel 1833)

Non è stato facile selezionare le opere per illustrare un tema così vasto e complesso. Infatti, la storia di Roma, dalla sua fondazione (fissata dalle fonti al 753 prima dell’era cristiana) alla caduta dell’impero (476 dell’era cristiana), abbraccia un lasso cronologico di più di mille anni e un ambito geografico immenso. Durante il regno di Traiano (98-117 dell’era cristana) viene raggiunta la maggiore ampiezza dei confini che, dai ghiacci dell’Europa settentrionale ai deserti arabici, contenevano una estrema varietà di culture, determinata sia dalla differenza delle classi sociali, sia dalle diversità etniche. Quindi ogni argomento trattato nella mostra — inerente la vita privata, la vita sociale, la vita pubblica — non poteva prescindere dalla costante presenza di almeno tre interrogativi fondamentali: quando? dove? chi?
Queste domande sembrano ripetersi in continuazione a ogni passo dell’allestimento e del catalogo, per tutte le sei sezioni in cui è stata suddivisa la mostra, sottolineando l’estrema variabilità delle situazioni. Queste sezioni prendono il via dalle origini di Roma e terminano con la fine dell’impero e la diffusione del cristianesimo, passando per la storia civile, militare, ma anche illustrando la vita quotidiana, la religione e il culto dei morti.
In particolare, la prima sezione è dedicata all’ambito geografico-culturale etrusco, italico e greco, con cenni a quelli celtico e punico, che è stato la culla della nascita di Roma. Riguardo alle origini e i primi secoli di Roma, a volte mito e storia si incontrano, altre volte divergono. Da un primo abitato, con vocazione mercantile, si passa a una città, a un territorio in rapida espansione, a una nazione conquistatrice, a un grande impero. Per valorizzare l’apporto della civiltà etrusca agli “esordi” della storia di Roma si è deciso di presentare la ricostruzione della tomba del Triclinio di Tarquinia che, attraverso i pannelli dipinti da Carlo Ruspi nel 1833, può bene illustrare l’aristocratica pratica del simposio, caratterizzato dalla presenza di primizie culinarie e spesso allietato da musici e danzatori.
Altra preziosa testimonianza pittorica è rappresentata da alcuni vasi greci, etruschi e italioti decorati da scene di vita quotidiana o di battaglia.
Nella seconda sezione viene trattata l’immagine ufficiale di Roma, con l’evolversi delle istituzioni politiche, amministrative e militari. L’espansione e il successo della civiltà romana non dipendono solo dalle conquiste belliche, ma soprattutto dalla struttura che, di volta in volta creata intorno a quelle, era basata sulla rete stradale, sulle bonifiche dei territori, sulla fondazione di nuove città e, in genere, sulla partecipazione degli abitanti delle province alla vita pubblica locale e, perfino, a quella della stessa Roma. Emergono i simboli del potere e le immagini degli uomini che hanno concorso a ottenerlo: i perni iconografici su cui ruota questo settore sono la lupa con i gemelli, l’aquila imperiale, le scene di battaglia raffigurate sui rilievi storici e i ritratti di alcuni imperatori.
La terza sezione è invece indirizzata alla presentazione della vita privata e quotidiana dell’uomo romano, alla sua famiglia, alle sue passioni. Tutti questi aspetti, pur variando in base al periodo storico e agli ambiti geografici e sociali, manifestano una base comune a tutto il mondo latino e occidentale. Nel corso del tempo, sia nella vita domestica sia in quella pubblica, si può osservare il mutare dei desideri indirizzati alla ricerca del benessere e dell’affermazione personale: le basilari comodità offerte da una prima tecnologia, i piaceri della tavola, delle terme, degli spettacoli, della vita agreste sono ben rappresentati in opere scolpite, plasmate, dipinte, realizzate a mosaico. Qui, più che altrove, ritroviamo il modello di vita che abbiamo ereditato, con i nostri proverbiali pregi e difetti.
Nella quarta sezione è stato affrontato un tema molto influente per la vita dell’uomo romano, quello religioso. In questo ambito non ci si può limitare a trattare della sola religione classica, di Stato, ma bisognerà spiegare come abbiano avuto sempre un gran peso le tradizioni popolari e le superstizioni. Inoltre, la cultura religiosa romana si è progressivamente aperta ai culti provenienti dalle province, soprattutto quelle orientali, questione che poi permetterà anche il successo del cristianesimo. Per illustrare questa convivenza — pacifica — di religioni e forme di pensiero così differenti si sono poste, le une di fronte alle altre, le rappresentazioni di divinità classiche, orientali e sincretistiche.
Nella quinta sezione viene affrontato il culto dei morti. A questo aspetto si è voluto dedicare un capitolo a parte per l’importanza che riveste. Qui, infatti, in qualche modo convergono molti degli argomenti già presentati: attraverso le iscrizioni, soprattutto quelle corredate del cursus honorum, e le simbologie funerarie si evincono alcuni brani della storia di Roma, le ambizioni di carriera, il legame con la famiglia, le passioni avute in vita, i diversi rituali e, ovviamente, la speranza e le aspettative nell’aldilà. Urne, sarcofagi, affreschi, iscrizioni e rilievi sono le pagine di questo libro, con le storie personali della gente comune.
La sesta sezione, che conclude la mostra, è dedicata al passaggio, complesso e controverso, dalla Roma pagana alla Roma cristiana. Una transizione che assume un carattere non solo religioso, ma anche filosofico, sociale, amministrativo. La negazione del culto agli imperatori rende presto invisa questa nuova religione allo Stato romano, solitamente molto tollerante, ed è alla base delle numerose persecuzioni. La definitiva affermazione del cristianesimo avverrà — nei secoli iii e iv — in concomitanza con la crisi dell’impero e con la sua frammentazione. Le opere esposte appartengono a un’epoca posteriore all’Editto di Costantino, quando il cristianesimo ha potuto esprimersi con un’iconografia propria e inedita. La presenza di riproduzioni ottocentesche dipinte di famosi affreschi di catacombe permetterà ai visitatori cileni di potersi emozionare con il sentimento dei primi cristiani, anche al di fuori di quelle gallerie sotterranee romane che accolsero le spoglie di tanti martiri e santi.
Si è cercato quindi di costruire la mostra in diverse sezioni che, composte armonicamente, potessero essere montate come i fotogrammi di un film, dove tutto si sviluppa in tempi e spazi concatenati e quel che succede dipende da ciò che è avvenuto prima o in luoghi vicini. Gli argomenti trattati, quindi, devono interagire costantemente fra loro. L’arte, la cultura, le passioni sono correlate alla vita quotidiana e gli avvenimenti storici, così come i contesti geografici, si riflettono su di esse. La penisola e le isole italiane sono state sempre percorse da migrazioni di popoli e da rotte commerciali: non si tratta quindi di un ambito geografico isolato, ma di una terra naturalmente permeata da culture diverse e in continua evoluzione.
Tale processo porta a riconoscere come Roma non abbia conquistato il mondo facendo leva solo sul suo esercito — altrimenti l’impero non sarebbe potuto essere così vasto e duraturo — ma si è invece aperta oltre i suoi confini poco alla volta, spesso con grande diplomazia e saggezza, inglobando i territori e gli uomini con un’intelligente e selettiva integrazione di culture diverse. Poco alla volta lo straniero diveniva romano e tutte le componenti dell’impero — uomini, città, province — divennero i protagonisti della sua civiltà, della sua cultura, insomma della sua medesima storia. Questo argomento, come è facile intuire, non si esaurisce nella storia di Roma, ma risulta di grande attualità. La paura verso ciò che non si conosce e verso quel che ci potrebbe cambiare produce muri e frontiere, genera diffidenza e rifiuto. La grandezza di Roma e il benessere dei cittadini romani si sono invece basati sull’apertura ai vicini, agli stranieri, cui si è offerto un modello di vita ben sperimentato che produceva enormi benefici per tutti (o quasi): questo modello è stato spesso accettato e replicato proprio perché era oggettivamente valido e conveniente.
Non a caso Roma è stata grande finché ha avuto modo di evolversi. Poi, nei secoli successivi alla sua massima espansione, si è giunti a una crisi generale della struttura imperiale, che non segna solo l’economia e l’organizzazione statale e sociale, ma interviene anche nell’animo umano. Si tratta di una progressiva perdita di fiducia religiosa, politica e morale, contrastata solo da eterogenee correnti filosofiche e da nuovi culti salvifici. Su questa profonda crisi mette le sue radici il cristianesimo, che donerà a Roma il suo futuro.
L’auspicio è che la mostra, con il catalogo che l’accompagna, possa efficacemente testimoniare quanto importante e pervasiva sia stata l’eredità di Roma antica: questo, infatti, era l’obiettivo che ci si era prefissati.

di Giandomenico Spinola

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14 ottobre 2019

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