Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Il mistico
della fonderia

· Pubblicati i diari del gesuita Egied Van Broeckhoven, morto in fabbrica a 34 anni ·

«È in questo ambiente, molto concreto, scristianizzato, duro fino a spossarti e a stordirti, che io trovo il mio clima di vita contemplativa (...). L’immersione in questo ambiente è per me l’immersione nella vita della Certosa o della Trappa: abbandonare tutto, rischiare tutto, vendere tutto, per Dio»: così il 13 dicembre 1967 il gesuita trentaquattrenne Egied Van Broeckhoven descrive il suo impegno quotidiano nella fabbrica metallurgica di Anderlecht, quartiere di Bruxelles vicino alla Gare du Midi. Due settimane dopo il giovane morirà sul colpo durante il lavoro a causa di una lastra di migliaia di chili piombatagli sulla schiena.

L’impiego in fabbrica e la morte improvvisa rappresentano il compimento di un percorso appassionato alla ricerca di Dio che aveva condotto il gesuita e mistico fiammingo a vivere gomito a gomito con immigrati e operai. Una testimonianza viva e ricchissima ora riscoperta grazie alla pubblicazione, a cura di Emanuele Colombo, del suo diario con il titolo L’amicizia. Diario di un gesuita in fabbrica (1958-1967) (Bologna, Marietti 1820, 2018, pagine 171, euro 14). Alla morte di Van Broeckhoven, infatti, vennero trovati 26 quaderni di appunti, pensieri e annotazioni in olandese a uso personale, ora in parte presentati ai lettori italiani.

Rimasto orfano e cresciuto dagli zii, a 16 anni Van Broeckhoven entra nel noviziato della Compagnia di Gesù a Drongen, vicino Gand, seguendo il lungo curriculum della formazione gesuitica.

Immagine tratta dalla copertina del libro

Già negli anni dello studio, durante l’estate, lega con alcune famiglie operaie e immigrate che vivono al porto di Anversa dove era nata una piccola comunità di gesuiti sotto la guida di Ferdinand Bellens, con cui Egied stringerà un’amicizia profonda. Ordinato sacerdote l’8 agosto 1964, l’anno dopo finisce il percorso di studi teologici e decide di dare seguito al desiderio di servire «i poveri più prossimi», quelli cioè che vivono invisibili nelle grandi città.

Con due confratelli Van Broeckhoven si stabilisce quindi ad Anderlecht, a sud di Bruxelles. Celebra messa nel vicino quartiere di Bon Air, condivide i pasti con gli operai provenienti da differenti contesti culturali e religiosi, visita e frequenta le loro famiglie.

Tra il 1965 e il 1967, sempre nella capitale belga, lavora in diverse fabbriche come addetto alla fusione del ferro e alla realizzazione di stampi in sabbia. Prima (agosto-novembre 1965) è a K., fabbrica da cui viene licenziato dopo tre mesi quando la direzione scopre che l’operaio Van Broeckhoven è un sacerdote; poi (fine novembre 1965 - agosto 1966) lavora nella fonderia L., dove subisce un incidente che lo costringe a un mese di convalescenza; quindi (gennaio-maggio 1967) passa cinque mesi in una fabbrica di lamiera, prima di essere ancora una volta licenziato; infine trova lavoro a P., fabbrica dove morirà.

Sottoposto agli sfiancanti ritmi della catena di montaggio, Van Broeckhoven è felice di essere esattamente come gli altri «per poter testimoniare in modo più profondo un amore più umile, più accogliente, talmente discreto e senza pretese». Le periferie di Bruxelles diventano per lui il roveto ardente, luogo dell’incontro tra Mosè e il Signore: «Quando pensiamo alla creazione divina — scrive il 13 marzo 1966 — pensiamo sempre a un passato mitico o a un avvenire santo, ma è fonte di gioia scoprire che questa creazione mitica e santa è il mondo concreto di oggi: qui, ora, Bruxelles, questi uomini concreti, in questa fonderia sporca, i nostri amici, tutto questo costituisce la realtà, e questa realtà è santa perché è l’unico luogo in cui Dio può venirci incontro, e dunque l’unico luogo in cui ci raggiunge».

A metà anni Sessanta, quando Van Broeckhoven comincia a lavorare in fabbrica, il movimento dei preti operai ha da poco ripreso l’attività dopo una lunga interruzione. Con l’approvazione di Roma, si stabilisce infatti che i sacerdoti possano lavorare nelle fabbriche e nei cantieri senza però assumere incarichi di responsabilità sindacale: per segnare una discontinuità con il passato, si ricorda che i preti in fabbrica devono dedicarsi all’annuncio del vangelo (la decisione anticipava alcuni passaggi del decreto conciliare Presbyterorum ordinis).

La vicenda dei preti operai — come ricorda Colombo nell’accurata introduzione al diario di Van Broeckhoven — aveva attraversato, con modalità e conseguenze diverse, la storia dei numerosi ordini religiosi coinvolti, tra cui anche la Compagnia di Gesù. In Belgio furono molte le resistenze da parte di gesuiti diffidenti verso una forma di apostolato che non apparteneva alla tradizione dell’ordine. Van Broeckhoven, che proprio nel 1965 comincia a lavorare in fabbrica, registra queste difficoltà: «Pecca contro l’amore chi ritiene che l’apostolato intellettuale sia l’apostolato specifico della Compagnia. Infatti l’apostolato della Compagnia può essere esercitato anche facendo l’operaio addetto ai lavori stradali, il maestro o l’infermiere. Ciò che esso ha di specifico è di essere mistico: portare Cristo agli uomini cercando, a partire dall’intimità della nostra persona, l’intimità profonda degli altri».

Pur definendosi a volte prete operaio e ammirando chi lo aveva preceduto, Van Broeckhoven rifiutà però l’identificazione con il modello dei preti operai allora diffuso. «Noi non siamo preti specializzati nella soluzione dei problemi del mondo operaio, siamo preti in mezzo alla gente, che vivono come tutti (condizioni di lavoro, alloggio) e cercano di creare una nuova forma di comunità ecclesiale (sia essa autonoma, parrocchiale o di altra natura); in ogni caso centrati sull’Eucarestia».

Le tre parti del diario ora pubblicato seguono l’evoluzione dell’idea di amicizia secondo Van Broeckhoven. Nella prima sezione (1958-1959) l’amicizia con un confratello fa nascere in lui l’idea che i rapporti personali siano il luogo privilegiato in cui Dio si manifesta e si fa conoscere. Da questa intuizione, parte la lotta quotidiana affinché l’amicizia si purifichi, non rimanga in superficie, e perché in ogni rapporto di amicizia risplenda la presenza nascosta di Dio: è quella che lui efficacemente chiama la “trasparenza” dell’amicizia.

Nella seconda parte del diario (1960-1965), Van Broeckhoven comprende come l’amicizia vissuta in profondità introduca l’uomo nel mistero di Dio permettendogli di partecipare all’amicizia trinitaria. «Sbaglia — scrive il 19 maggio 1965 — chi pensa che io vada verso gli emarginati scristianizzati per compiere un lavoro da pioniere, per accrescere la reputazione della Compagnia di Gesù, per scrivere dei libri: ci vado solamente per fare il lavoro del padre, per amarli, per radunarli presso il padre nel figlio mediante la forza dello spirito. È l’unica ragione, più che sufficiente».

L’amicizia si allarga ancora nella terza parte del diario (1965-1967), diventando sempre più oggettiva: l’amicizia cristiana, infatti, non è solo un rapporto preferenziale, ma si mostra in tutta la sua apertura e universalità nella tensione ad abbracciare ogni uomo, diventando la strada privilegiata per l’incontro con Dio. Van Broeckhoven cerca di spiegare anche in quest’ottica ai confratelli le ragioni della sua insolita scelta accanto agli operai. «Amarli completamente, in modo tale da condividere il loro modo di vivere, abitare con loro, affrontare i rischi della vita, amarli cioè concretamente, fino alle ultime conseguenze». Alla domanda “perché sei andato in fabbrica”, Van Broeckhoven risponde per “costruire il Regno di Dio”.

Sono diversi i grandi temi che ritornano nelle pagine di Van Broeckhoven: il bisogno della vita comunitaria, della celebrazione dell’eucarestia e della preghiera, senza le quali la presenza in fabbrica si svuoterebbe di significato (preghiera e azione, silenzio e parola non sono per lui universi separati); la necessità dell’obbedienza alla Chiesa (il dialogo con i superiori, il bisogno di essere in comunione con la Compagnia e con la Chiesa poiché l’apostolato non è un’iniziativa individuale); una riflessione continua sul metodo e la natura della missione che porta il giovane gesuita ad ammettere i suoi errori e a cercare di continuo nuove soluzioni.

È interessante come per Van Broeckhoven il diario sia un tassello cruciale della propria vocazione: si tratta infatti di uno strumento indispensabile per non dimenticare le occasioni della vita quotidiana in cui Dio si rende presente. Dio, infatti, parla attraverso i fatti e le persone: una parola della liturgia, il sorriso di un collega di lavoro, l’accoglienza di una famiglia di immigrati, gli incontri con Gini, operaio italiano, con Ahmed, operaio musulmano, con Joseph, sindacalista comunista (che alla morte di Van Broeckhoven dirà «per me Egied è Cristo»). È evidente come l’apostolato nelle periferie e nelle fabbriche di Bruxelles non sia per Van Broeckhoven un progetto sociale, ma piuttosto l’espressione del desiderio di incontrare Dio perché «l’apostolato non è altro che l’amicizia più profonda».

Nelle sue riflessioni viene così eliminato ogni dualismo tra terra e cielo, tra umano e divino. L’avvenimento per eccellenza che rende possibile l’incontro con Dio sulla terra è infatti l’incarnazione: «Non si può spiegare in modo migliore il significato dell’Incarnazione che paragonandola al gesto di stendere le braccia per abbracciare qualcuno. È il gesto che esprime in modo chiaro l’intenzione di attrarre l’altro alla propria intimità e di coinvolgersi con l’intimità dell’altro».

Questo gesto di Cristo rappresenta per Van Broeckhoven il paradigma dell’amicizia: «È lo sguardo di Gesù che si porta dentro l’amicizia. Gesù fissò su di lui lo sguardo e lo amò».

«Dio è amore, desiderio di vedere Dio»: aprendo il suo armadietto in fabbrica dopo l’incidente mortale, verrà ritrovata questa frase trascritta su un foglietto. In essa vi è il senso ultimo di quell’impegno quotidiano per portare il Signore nella vita dei “poveri più prossimi”, camminando, passo dopo passo, con loro. «Il solo modo di andare veramente verso questi poveri uomini (...) e il solo modo di amarli, è diventare uno di loro (...) essere sprovvisti di tutto come loro. È per questo che Cristo ha voluto diventare l’ultimo di tutti; altrimenti i piccoli non sarebbero mai giunti ad amarlo veramente. Colui che si eleva al di sopra degli altri non può essere amato veramente».

di Silvia Gusmano

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

20 settembre 2019

NOTIZIE CORRELATE