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Il mistero dell’azione umana

È difficilissimo — soprattutto per chi, come me, non è filosofo di professione — e forse quasi temerario, recensire l’ultimo libro di Giorgio Agamben Karman. Breve trattato sull’azione, la colpa e il gesto (Torino, Bollati Boringhieri, 2017, pagine 148, euro 14). Anche se si tratta di un libro non molto esteso e scritto in uno stile limpido, che sembra facilmente comprensibile persino a un profano.

Ma non è così, ed è in realtà difficile seguire Agamben in un percorso quasi acrobatico: tra filosofia greca e latina, patristica e grandi pensatori dell’età moderna, Kant in testa. Da parte di un autore capace di utilizzare opere di linguistica raffinate e poco note, testi di giurisprudenza, e di confrontare i capisaldi della filosofia occidentale con quelli della tradizione buddista. Una lettura non facile, dunque, ma che senza dubbio vale la pena.

Omar Galliani, «Mantra Buddha» (2013)

Si tratta infatti di un’opera di alta acrobazia intellettuale, che fa intuire in cosa consista la diversità occidentale, cioè la percezione di «quella evoluzione che culmina nel pensiero moderno secondo cui la responsabilità si fonda in ultima istanza nella libera volontà del soggetto, come un progresso».

Su questo concetto è basata la concezione della colpa che Agamben definisce con il termine crimen, utilizzato tanto per l’accusa che per l’azione delittuosa. E di qui si dipana il suo originale accostamento fra crimen e karman, dei quali mette in luce la forte prossimità, nello stupore di chi si accorge che essa non è stata presa in considerazione né dagli studiosi del diritto né dagli storici delle religioni.

Karman significa letteralmente azione, intesa come connessione fatale fra gli atti e le loro conseguenze. Secondo i buddisti la conseguenza è involontaria, e si estende alle esistenze future. Al contrario, «il concetto di crimen, di un’azione sanzionata, cioè imputabile e produttrice di conseguenze» secondo Agamben sta «a fondamento non soltanto del diritto, ma anche dell’etica e della morale religiosa dell’Occidente». Qui la volontà di chi compie l’azione svolge un ruolo fondamentale.

Anche se infatti è stato appurato che nella cultura classica è mancata una nozione corrispondente a quella di volontà, intesa come fondamento dell’azione libera e responsabile, ne troviamo l’origine nella teologia cristiana. L’etica cristiana, infatti, è stata creata sostituendo a un essere che può, quale è l’uomo antico, un essere che vuole, il soggetto cristiano.

Al percorso che attraversa la filosofia e la teologia occidentali Agamben affianca spesso una riflessione sull’etimologia delle parole, riportandole al loro significato originario, che è sempre religioso e giuridico. Il verbo agere, da cui deriva agire, significa in origine celebrare un sacrificio. Così, riscoprendo le origini, si può tornare a intuire il mistero dell’azione umana, del suo complesso rapporto con il fine. Si può anche comprendere meglio l’esistenza di arti che noi chiamiamo performative perché costituiscono l’esempio di una azione umana che sembra sfuggire alla categoria della finalità, come la danza.

Per il filosofo quindi il rapporto fra atto e volontà, finalità e mezzo, proprio nella concettualizzazione della cultura occidentale non sono fondati con sufficiente chiarezza.

La vita umana si rivela così un mistero anche nel suo farsi prassi, mistero fatto di gesti e di parole. Perché, scrive Agamben, «a ogni essere umano è stato consegnato un segreto e la vita di ciascuno è il mistero che mette in scena questo arcano, che non si scioglie con il tempo, ma diventa sempre più fitto. Fino a mostrarsi in ultimo per quello che è: un puro gesto, come tale — nella misura in cui riesce a restare mistero e non si iscrive nel dispositivo dei mezzi e dei fini — ingiudicabile».

di Lucetta Scaraffia

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17 ottobre 2018

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