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Il mistero
dell’arazzo

· Presentato il restauro dell’«Ultima cena» ·

Sulle tracce di Leonardo in Francia. L’enigma dell’arazzo dell’Ultima Cena è il titolo della giornata di studi che si è tenuta il 14 maggio ai Musei Vaticani a conclusione del restauro del celebre arazzo conservato oggi nella Pinacoteca Vaticana. Pubblichiamo la prefazione al catalogo della mostra La Cène de Léonard de Vinci pour François Ier, un chef-d’œuvre d’or et de soie a cura di P.C. Marani (Skira 2019).

Un omaggio a Leonardo. I Musei Vaticani hanno voluto prendere parte alle celebrazioni vinciane del 2019 con diverse iniziative. Questa sul prezioso arazzo vaticano dell’Ultima Cena ad Amboise, nel castello di Clos Lucé, è forse la più rappresentativa di tali festeggiamenti ma anche delle poliedriche attività che si svolgono oggi nei Musei Vaticani: progetti di ricerca, di restauro, di collaborazione con istituzioni diverse a più livelli. Un omaggio quindi al genio leonardesco da parte dei Musei del Papa.

È stato un piacere e un onore dialogare con le istituzioni francesi e riannodare quel rapporto che risale al 1533 e al dono del celebre arazzo, sontuosamente realizzato in seta con fili d’oro e d’argento e completato con un bordo in velluto cremisi. Il panno venne infatti omaggiato al Pontefice regnante Clemente VII Medici in occasione delle giovani nozze fra sua nipote, Caterina de’ Medici, con Enrico di Valois, figlio del cristianissimo re di Francia Francesco i ed erede al trono; un matrimonio celebrato con tutti i fasti dallo stesso Pontefice nella città di Marsiglia nell’autunno del 1533.

L’arazzo, la cui committenza e provenienza sono state oggetto di ipotesi, congetture e misteri, è ancora oggi difficilmente identificabile anche per quanto riguarda la bottega manifatturiera. Indubbio il legame con Francesco i e con sua madre, Luisa di Savoia, per i molteplici riferimenti araldici e simbolici ai due devoti sovrani.

Gli studi che si sono susseguiti fino a oggi sull’opera hanno tenuto vivo l’interesse sulla sua realizzazione e sul rapporto, artistico, cronologico e stilistico con il celeberrimo e iconico dipinto di Leonardo concepito per il refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie a Milano — il Cenacolo — di cui l’arazzo presenta identiche misure e solo qualche differenza iconografica.

Uno degli arazzi più preziosi delle collezioni vaticane torna quindi a essere protagonista di scambi artistico-culturali fra Vaticano e Francia in occasione di questa mostra che racconta le vicende intercorse nei primi decenni del Cinquecento, un’epoca di sottili rapporti politici fra la Chiesa e le grandi casate regnanti, ma anche di saldi legami professionali e umani fra Leonardo e i sovrani francesi. Il ritorno dell’arazzo in Francia è quindi l’occasione per raccontare la storia del panno circondandolo di un pregevole nucleo di opere che narrano il contesto storico, quello artistico e quello personale nel quale si muoveva Leonardo.

Nata da una acuta proposta di Pietro Marani per far conoscere un’importante opera ancora oggi misconosciuta, nonostante sia esposta nella sala VIII della Pinacoteca Vaticana, la mostra è stata immediatamente accolta. Dalla proposta dello studioso è partita la “macchina” vaticana: in primis Alessandra Rodolfo, l’infaticabile curatore del Reparto Arazzi e Tessuti, che ha coordinato un lungo e delicato lavoro di ricerca (arrivando a nuove e convincenti chiarificazioni) e di restauro che ha previsto complesse lavorazioni e l’impiego di tanti professionisti, e che è stato reso possibile grazie al sostegno della direzione del Castello di Clos Lucé e del Polo Mostre di Palazzo Reale a Milano.

Chiara Pavan, responsabile del Laboratorio di restauro Arazzi e Tessuti, e le sue collaboratrici, Emanuela Pignataro, Laura Pace Morino, Viola Ceppetelli, hanno sapientemente lavorato fra il dicembre del 2017 e l’aprile del 2019. Un gruppo di professioniste che ha ridato vita ad un arazzo meraviglioso che per le vicissitudini passate ricordava in maniera sorprendente il precario stato di conservazione del Cenacolo vinciano.

Il risultato è sotto i nostri occhi, stupefacente il recupero cromatico, e ancor di più le tante novità emerse da questo complesso lavoro. Lo studio del retro dell’arazzo, condotto nel solco dei tanti quesiti posti nei decenni precedenti, l’analisi dei filati e dei pigmenti di colore, hanno offerto alcune risposte fondamentali circa la datazione e la realizzazione. Ottima l’attività di ricerca scientifica che ha supportato il lavoro, svoltasi fra le mura vaticane, nel Gabinetto di Ricerche Scientifiche.

L’attività di ricerca archivistica e museografica ha permesso di raccontare anche la storia dell’arazzo in Vaticano. Presente negli inventari della Floreria Apostolica già dal 1536 venne da subito riconosciuto quale opera straordinaria e, considerata la sua natura, utilizzato sovente nella vita della Curia Pontificia, nelle tante celebrazioni che vi si svolgevano e in particolare quelle della Lavanda dei piedi del Giovedì Santo nella Sala Ducale o in quella del Corpus Domini, come ci testimonia il dipinto di Vincenzo Marchi Morresi della seconda metà del XIX secolo, dove l’arazzo è appeso accanto al berniniano Costantino nella Scala Regia. Tale uso logorò talmente tanto il panno che abbiamo testimonianza di restauri già nel XVII e quindi nel XVIII secolo. Alla fine del Settecento Papa Pio vi Braschi sentì la necessità di farlo replicare, probabilmente proprio allo scopo di preservarlo. Grazie a questa attenzione abbiamo nelle collezioni vaticane il bel bozzetto a olio di Bernardino Nocchi del 1783 e la copia dell’arazzo di Felice Cettomai dello stesso periodo.

Sotto Leone XIII Pecci, nel luglio del 1902, venne esposto due volte all’aperto, insieme alla sua replica o in alternanza a essa, nel Cortile del Belvedere, in occasione del Congresso Eucaristico e nella visita del Popolo di Parma al Pontefice “recluso” in Vaticano per la “Questione Romana”. Il grande Pio XI, pochi mesi dopo la “Conciliazione”, lo esposte nuovamente in piazza san Pietro nel luglio del 1929 per una processione eucaristica di “riconciliazione” e quindi nel Cortile del Belvedere, il 13 settembre dello stesso anno, per accogliere la Gioventù Cattolica nel cuore del nuovo Stato della Città del Vaticano. L’arazzo è esposto dal 1931 nella nuova Pinacoteca Vaticana, nella sontuosa Sala VIII, insieme ai capolavori raffaelleschi; salone concepito da Luca Beltrami, e dai responsabili di allora, Bartolomeo Nogara e Biagio Biagetti, quale luogo per eccellenza dei capolavori delle collezioni vaticane.

Ma è il restauro dell’arazzo, e la nuova visibilità e la luce che ha assunto grazie a esso, che costituiscono l’elemento fondamentale di questa esposizione. Per questo motivo la Direzione dei Musei Vaticani ha voluto dedicare il restauro alla memoria di Natalia Maovaz, grande professionista nella conservazione dei tessuti, la cui generosità d’animo non le ha permesso di lavorare su questa preziosa opera d’arte.

di Barbara Jatta

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14 ottobre 2019

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