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Il mistero degli elenchi scomparsi

· Nel libro «Portico d’Ottavia n. 13» di Anna Foa l’ipotesi di un intervento diplomatico segreto del Vaticano per salvare gli ebrei dalla persecuzione nazifascista ·

Il libro di Anna Foa — Portico d’Ottavia n. 13. Una casa del ghetto nel lungo inverno del ’43 (Bari, Laterza, 2013, pagine XIV+143, euro 15) — ripercorre il dramma della persecuzione antisemita attraverso il prisma di tante storie individuali. In questo modo, seguendo con partecipazione le vicende degli abitanti di una casa del ghetto ebraico di Roma, la tragedia diventa una storia di nomi e di volti, di vite spezzate quasi per caso, salvate quasi per caso.

È una storia toccante e drammatica, ma è anche un libro di storia che non solo riprende il tema — non nuovo — del ruolo dei religiosi nella salvezza degli ebrei romani, ma apre una nuova e interessante pista di ricerca. Nel ricostruire rastrellamenti tedeschi e arresti da parte dei fascisti, Foa si accorge che si è verificata una cesura inspiegabile: se per il rastrellamento del 16 ottobre i tedeschi si muovevano con sicurezza, in base agli elenchi della comunità, passando al vaglio casa per casa, nome per nome, le successive razzie fasciste avvengono come a caso, più spesso in base a spiate. Gli elenchi sembrano spariti, di rastrellamenti generali non se ne parla più. In sostanza, la persecuzione continua, ma su scala ridotta. La storica ipotizza che dietro questo cambiamento ci sia una trattativa diplomatica — naturalmente segreta — del Vaticano.

Scrive la storica nello stralcio che pubblichiamo: «Una domanda emerge dal racconto di tutte le vicissitudini di quei mesi nella Casa e nel quartiere intorno. Se la presenza degli ebrei in un quartiere in cui tutti li conoscevano e nelle stesse case dove abitavano prima era abituale e prevedibile, perché non ci sono state altre razzie? I mille arresti successivi, fra il novembre 1943 e il giugno 1944, sono avvenuti solo in minima parte ad opera dei tedeschi, e anche questi per la maggior parte su segnalazione di spie italiane, e per il resto ad opera dei fascisti, bande irregolari o poliziotti che fossero. Perché, dal momento che era ancora possibile trovare ebrei nelle loro case, in particolare nella zona del ghetto, almeno i fascisti che erano alle dirette dipendenze di Kappler non hanno fatto uso delle famose liste che esistevano a Roma in numerose copie e di cui Dannecker si era avvalso il 16 ottobre?

Fra le possibili ipotesi, c’è quella di una sorta di patto con il Vaticano, risultato dei colloqui fra il segretario di Stato Maglione e l’ambasciatore Weizsäker, come suggerito dalla frase assai oscura scritta alla fine di ottobre nel rapporto dello stesso Weizsäker a Berlino: “Qui a Roma indubbiamente non saranno più effettuate azioni contro gli ebrei”».

Se un patto davvero ci fu, implicito o esplicito che fosse, i nazisti non vi tennero fede che in parte. Molti ebrei furono ancora catturati direttamente da loro, anche se non in vasti rastrellamenti. E non per mancanza di uomini. Infatti, per quanto scarsi fossero gli uomini di cui disponevano, i rastrellamenti operati direttamente dai nazisti a Roma furono numerosi: al Nomentano, al Mazzini, a Pietralata, a Centocelle, nella zona del centro, al Quadraro, nel quartiere Appio, ad Ostia, nella zona dell’Aurelia, per non citare che i più ampi. Ma non furono rivolti a catturare gli ebrei. Diversamente da quanto avvenne il 16 ottobre, in genere i nazisti circondavano un quartiere, rastrellavano quelli che si trovavano nelle strade, chiedevano loro i documenti, ne mandavano una parte al lavoro coatto in Germania. Gli arresti degli ebrei, anche quelli catturati in strada dopo il 16 ottobre, avvenivano in seguito a una segnalazione, anche se poteva naturalmente capitare che degli ebrei fossero presi in un rastrellamento e individuati solo dopo come ebrei.

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