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Il mio vero nome è Malika

· ​La Shoah dei rom ·

Innanzi tutto un romanzo, Io non mi chiamo Miriam di Majgull Axelsson (Milano, Iperborea, 2016, pagine 576 euro, 19,50) un romanzo avvincente che ti prende dalla prima all’ultima pagina. Al di là del commento che viene spontaneo a proposito della letteratura riguardante l’Olocausto, questo è innanzitutto un vero romanzo, la cui protagonista ci fa vedere coi suoi occhi e ci fa sentire col suo cuore la vita nei campi di concentramento. 

Un particolare della copertina del libro

Se fosse solo questa la vicenda narrata probabilmente risulterebbe alquanto pesante da digerire e avrebbe un che di déjà-vu. Invece, come scrive nella postfazione Bjorn Larsson, c’è un forte potenziale narrativo che distingue questo testo da molti scritti-documento sulla Shoah. Il libro inizia nella Svezia di oggi. La protagonista compie 85 anni e di fronte al bracciale regalatole dai familiari con il suo nome inciso, Miriam, non si trattiene per un attimo dal dire qualcosa che si è tenuta dentro per settanta anni: «Io non mi chiamo Miriam».
Già prima di questa sussurrata confessione della protagonista si aprono spazi del passato nella sua mente e sulle pagine, dove la memoria si alterna col racconto del presente. Questo è un escamotage che rende la lettura più scorrevole. Non siamo di fronte a un lungo ricordo, ma i ricordi affiorano così, casuali, a volte più lunghi, a volte più brevi. E c’è anche, spesso e per lunghi tratti, il ricordo nel ricordo.
Quando Miriam-Malika è in Svezia nella prima parte della sua vita ogni tanto ritornano, non voluti, non cercati, i ricordi. Sono i frammenti di una vita che vita non può neanche dirsi, in cui si procede per forza di inerzia, per quella volontà di sopravvivere che è connaturata in noi, qualsiasi cosa abbiamo sofferto e stiamo soffrendo. Parliamo di una ragazzina di quindici anni che si è vista strappare in un solo giorno i genitori e la cugina. 

di Sabino Caronia

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20 ottobre 2019

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