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Il mio amico Benedetto XVI

· Nostra intervista al presidente Napolitano ·

Benedetto XVI lo  accoglie  e lo saluta con il calore che si ha nei confronti di un vecchio e caro amico. Il maestro Daniel Barenboim lo  indica come «l'architetto» dell'evento  vissuto  ieri, all'imbrunire di una serata storica, a  Castel Gandolfo. Lui, il presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano, mostra tutta la sua soddisfazione per essere riuscito nell'intento di far conoscere più da vicino due uomini che diffondono lo stesso messaggio di non violenza e di pace. L'uno, il Papa, con la sua parola che risuona in ogni angolo della terra. L'altro, il maestro Barenboim, percorrendo  quelle stesse strade  al ritmo di una sinfonia di pace interpretata da giovani artisti israeliani, palestinesi, siriani, libanesi, egiziani, americani, tedeschi, spagnoli, argentini. Con la sua innata cordialità, con la sua  eccezionale disponibilità al dialogo, mai venuta meno davanti ai grandi come ai piccoli temi della vita, il presidente Napolitano ha accettato volentieri di parlarne con «L'Osservatore Romano».

Il cardinale Ravasi prima e il maestro Barenboim poi hanno svelato un piccolo segreto: è stato lei l'ispiratore e l'architetto  di una serata andata ben al di là  del  suo pur eccezionale valore artistico e culturale. Ci  spiega perché ha così fortemente voluto questo momento?

Da molti anni conosco e intrattengo un rapporto fatto di  ammirazione e di amicizia profonda con il maestro Barenboim. Conosco bene anche la sua orchestra di giovani. Anzi sono stato  molto lieto  di devolvere  il premio Dan David che mi è stato conferito il 15 maggio 2011 a Tel Aviv (una borsa da un milione di dollari, ndr) a questa orchestra per aiutarla a consolidare e a sviluppare la sua attività nel mondo. Ho visto immagini meravigliose dei loro concerti nel mondo. Mi ha molto colpito il concerto che hanno tenuto a  Ramallah: incredibile come questi ragazzi riescano ad  affratellare tanti giovani diversi, come la musica dia quello che  purtroppo   ancora oggi i Governi e la politica non riescono a dare, cioè un senso di pace, di  partecipazione, di condivisione di valori comuni  che parlano di solidarietà, di spiritualità. Valori che potrebbero veramente facilitare la soluzione di un annoso e drammatico problema come quello del rapporto tra israeliani e  palestinesi. Dunque il Papa doveva conoscere questa realtà.

Quando ha maturato l'idea di farli incontrare?

Qualche tempo fa  ho avuto occasione di parlargli personalmente di questa orchestra di giovani, del messaggio che portavano nel mondo. Il Pontefice ha mostrato di comprenderne immediatamente l'importanza, ha  voluto saperne di più. E poi il grande dono. Il dono che lui ha fatto a questi giovani accogliendoli in casa. Anche per il maestro Barenboim è stato un grande regalo. Sono rimasti profondamente toccati da tanta sensibilità.

Da dove nasce questa sua manifesta sintonia con Papa Ratzinger?

Sono  trascorsi sei anni dall'inizio del mio mandato. A maggio è iniziato l'ultimo dei sette previsti.  Non esito a confessare che una delle componenti più belle che hanno caratterizzato la mia esperienza è stato proprio il rapporto con Benedetto XVI. Abbiamo scoperto insieme una grande affinità, abbiamo vissuto un sentimento di grande e reciproco rispetto. Ma c'è di più, qualcosa che ha toccato le nostre corde umane. E io per questo gli sono molto grato. Oggi, per esempio, abbiamo trascorso un momento insieme caratterizzato proprio da tanta semplice umanità. Abbiamo passeggiato, parlato come persone che hanno un rapporto di schietta amicizia, con tutta la deferenza che io ho per lui e per il suo altissimo ministero, per la sua altissima missione. Ci sentiamo in un certo senso  vicini, anche perché  chiamati a governare delle realtà complesse. Il Papa naturalmente, oltre a essere un "capo di Stato", è anche e soprattutto guida della Chiesa universale. Io mi trovo al vertice delle istituzioni della Repubblica italiana in un momento molto, molto difficile. È necessario far prevalere in qualsiasi contesto delle forti motivazioni di serenità, di pace, di moderazione. Ecco, io sento molto questa mia missione di moderatore: è cosa dire della analoga missione che spetta al Pontefice?

E poi  vi unisce anche proprio l'ideale di pace.

Io credo intanto che i continui appelli del Papa alla pace siano accolti  e condivisi da tantissima gente in tutto il mondo. Naturalmente le esortazioni alla pace, soprattutto in aree come il Medio Oriente,  si scontrano con un certo incancrenimento di  conflitti e di contrasti. Come sempre accade quando  passano decenni e decenni senza riuscire a trovare una soluzione, c'è qualcosa che poi si trasforma in incrostazione molto dura da sciogliere. Ciascuno di noi fa quello che può e il Pontefice può fare molto con la sua ispirazione, con la costanza della sua azione. Questo è almeno quello che mi auguro.

Come vede il rapporto tra Benedetto XVI e l'Italia?

Non dimenticherò mai il messaggio che ci ha rivolto in occasione delle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell'unità d'Italia: lo porto e lo porterò sempre con me come  retaggio del mio mandato presidenziale. Ci si poteva aspettare certo un messaggio cordiale, formale, ma non  tanto impegnativo come invece sono state  le sue parole e anche  il suo giudizio storico. E questo dimostra veramente come in Italia lo  Stato e la Chiesa, il popolo della Repubblica e il popolo della Chiesa, siano così profondamente e intimamente uniti.

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16 ottobre 2019

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