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Il Merisi partenopeo

· A Capodimonte ·

Un dettaglio del quadro «Sette opere di Misericordia» (1607)

È considerata l'opera che più di ogni altra racchiude in sé lo spirito della città, narrando la concitazione fra i vicoli dove il vociare della gente accompagnava ogni attimo della giornata come fosse musica. È stato il dipinto che ha tradotto la connessione antropologica dell'indole napoletana ed è probabilmente per questi motivi che la grande pala d'altare (390 x 260 cm) Sette opere di Misericordia (1607), eseguita per il complesso religioso del Pio Monte della Misericordia, possiamo dire sia la trasposizione su tela di quanto Michelangelo Merisi, ovvero il Caravaggio, abbia compreso di Napoli dove soggiornò diciotto mesi: a cavallo fra l'ottobre 1606 e il giugno 1607, e dall'autunno 1609 sino al viaggio che lo avrebbe riportato a Roma, salvo morire a Porto Ercole nel luglio 1610. A Napoli giunse l'ultima volta cercando di eludere la giustizia romana che lo aveva condannato a morte per l'omicidio di Ranuccio Tomassoni. Il carattere inquieto ed irascibile di Caravaggio ne condizionò spesso i rapporti personali e lavorativi anche per la determinazione con la quale era solito illustrare alle committenze gli aspetti della sua arte: da un lato così innovativa nell'uso del colore e della luce, dall'altro, specialmente per i dipinti a tema religioso, audace nell'usare questi elementi quale mezzo tangibile per accompagnare la meraviglia del gesto, colto nell'attimo preciso in cui questo lo raccorda allo stupore dell'uomo. Nella città partenopea colse le tensioni e la drammaticità meridionale, coniugando ciò alla sua irrequietezza, offrendo all'arte napoletana gli stilemi che anticiparono la pittura iberica del Seicento. La pittura del Merisi, predisposta al naturalismo, era apprezzata dall'aristocrazia spagnola mentre alcuni colleghi, come i fiamminghi Louis Finson e Abraham Vinck, fecero da tramite per inserire le sue opere nel mercato cittadino in Spagna, Francia e nelle Fiandre. Le vicende napoletane del Merisi sono state documentate con alcune importanti scoperte a cavallo fra il 1977 e il 1984 grazie anche a Vincenzo Pacelli, che pubblicò le carte d'archivio sulle quali ancora oggi gli studiosi si confrontano relativamente alla Flagellazione di Cristo (1607), al Martirio di sant'Orsola della perduta pala Radolovich (1610), e in parte alle Sette opere di Misericordia. Determinanti due mostre al Museo di Capodimonte: nel 1985 Caravaggio e il suo tempo, che aprì lo sguardo sul contesto nel quale il maestro operava per allargarsi oltre il Mediterraneo sino all'Atlantico; nel 2004 Caravaggio. L'ultimo tempo. concentrata sugli ultimi quattro anni vissuti fra Napoli, Malta e la Sicilia, rassegna che si concludeva con alcune nuove attribuzioni. Oggi, dopo ulteriori studi, la conoscenza del periodo napoletano offre una visione di maggior respiro che ritroviamo nell'esposizione in corso dal titolo Caravaggio Napoli sino al 14 luglio al Museo e Real Bosco di Capodimonte e al Pio Monte della Misericordia. Curata da Maria Cristina Terzaghi e Sylvain Bellenger, oltre a tracciare con precisione l'attività di Caravaggio in quei luoghi, il suo divenir tramite della pittura seicentesca tra Napoli e l'Europa, l'impatto che ebbe sulla Scuola napoletana e sulla costituzione della poetica del naturalismo partenopeo, ricalibra la percezione “libertina” data alla pittura del maestro lombardo, annovera ulteriori committenze e frequentazioni: «Che cosa significasse per il Caravaggio l'incontro con l’immensa capitale meridionale, più classicamente antica di Roma stessa, e insieme spagnolesca e orientale, non è difficile intendere a chi abbia letto almeno qualche passo del Porta o del Basile — scriveva Roberto Longhi — un'immersione entro una realtà quotidiana e violenta e mimica, disperatamente popolare». Provengono da collezioni museali nazionali e internazionali sei pitture del Merisi e ventidue quadri di artisti napoletani da lui influenzati. Significativo il confronto fra La Flagellazione di Cristo, eseguita da Caravaggio per la chiesa di San Domenico, conservata a Capodimonte, e la Flagellazione di Cristo del Musée des Beaux-Arts di Rouen, restaurata per l'occasione e assente a Napoli da trantacinque anni. Poi una copia del dipinto di Rouen ed altre tele ad essa ispirate come la Flagellazione di Cristo attribuita a Fabrizio Santafede di Palazzo Abatellis, il Cristo alla colonna di Battistello Caracciolo (Museo di Capodimonte) e quello di Jusepe de Ribera (Complesso Monumentale dei Girolamini) derivanti entrambi dal quadro di Caravaggio. Ed ancora la Salomè di Caravaggio dalla National Gallery di Londra e quella dal Palacio Real di Madrid. Testimoniano l'influsso caravaggesco sull'arte europea alcune opere mai esposte in Italia di Louis Finson, fra i primi seguaci e suoi copisti. In anteprima mondiale, di Tanzio da Varallo, attivo a Napoli durante la permanenza del Merisi, San Giovanni Battista di collezione privata, che affianca quello della collezione Borghese di Caravaggio; conclude il percorso l'ultima opera da lui realizzata in città, Il Martirio di Sant'Orsola, oggi alle Gallerie d'Italia a Palazzo Zevallos Stigliano. La mostra ripercorre i luoghi in cui Caravaggio visse e lavorò: fra questi il Pio Monte della Misericordia.

di Susanna Paparatti

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22 settembre 2019

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