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Il medioevo calunniato

· Torna il classico di Haskins ·

Come Mahomet et Charlemagne (1937) di Henri Pirenne, The Renaissance of the Twelfth Century (1927) di Charles Homer Haskins segnò una svolta nella medievistica del Novecento. Lo scrive Paolo Vian aggiungendo che nel volume uscito postumo due anni dopo la morte lo storico belga aveva mostrato che la vera cesura nella storia europea era stata rappresentata, fra vii e viii secolo, dall’invasione islamica, col conseguente collasso nel commercio mediterraneo, molto più che dalla silenziosa caduta dell’impero romano nel 476. 

The Monk Eadwine (1150, Trinity College, Cambridge)

Nel 1927 il medievista americano mise in discussione l’opinione che il medioevo fosse «l’età dell’ignoranza, del ristagno, della tetraggine, così assolutamente contrastante con la luce, il progresso, la libertà del Rinascimento italiano che seguì», che fosse «un tempo in cui l’uomo era insensibile alla gioia, alla bellezza di questo fuggevole mondo, lo sguardo eternamente rivolto ai terrori dell’altro». Nella scia della celebre opera di Jakob Burckhardt (1860) sul Rinascimento italiano, tutto era stato giocato sul chiaroscuro, sul passaggio dalle tenebre di un fosco medioevo alla luce di un Rinascimento abbagliato dalla solare sapienza antica. Con Haskins e dopo di lui ci si accorse che il medioevo era in verità costellato di molteplici “rinascite” (da quella carolingia, intorno alla scuola palatina, a quella ottoniana e ancora altre) e soprattutto che esse erano un originale modo di appropriazione dell’antico, non archeologico ma vitale e creativo.

L’iniziale accostamento dei due titoli è legittimo perché in entrambi i casi Pirenne e Haskins contestarono periodizzazioni consolidate e pigramente accettate da tutti. Certo, alle spalle di Haskins vi era più di un secolo di tentativi di rivalutazione del medioevo, dal Romanticismo in poi, con la possente storiografia che vi si ispirò. Ma si trattava di un fenomeno squisitamente europeo che, oltre a non scalzare i pregiudizi dei falsi colti e della caterva degli orecchianti, non era mai divenuto un’acquisizione del nuovo mondo americano che, nei primi decenni del xx secolo, si avviava a divenire la potenza egemone del Novecento ereditando tutti i preconcetti delle società europee che lo avevano generato. Il merito di Haskins fu dunque quello di acclimatare nel mondo americano una rivalutazione del medioevo che avrebbe aperto la strada a una fiorente storiografia. Dopo pochi anni essa sarebbe stata alimentata e rinvigorita da studiosi europei ostracizzati dai loro Paesi per motivi razziali e divenuti protagonisti negli Stati Uniti di una translatio studii rispecchiata nelle biografie di uomini come Ernst Kantorowicz e Stephan Kuttner, Herbert Bloch e Gerhart B. Ladner. Haskins riuscì nell’intento con una mirabile, efficacissima, vivace sintesi, non appesantita da eccessivi apparati di note, ma solidamente fondata e convincente, che a distanza di quasi novant’anni dalla sua pubblicazione regge ancora bene l’usura del tempo e merita davvero di essere letta (o riletta).

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18 novembre 2019

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