Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Il medico santo che non voleva essere pagato

· Giuseppe Moscati, una vita per i malati ·

Un medico, tutte le mattine, scende con passo affrettato nei vicoli, stretti e bui, della città di Napoli. È ricercato per il suo intuito diagnostico, ma di più per la sua bontà di animo. Il suo nome è Giuseppe Moscati.

Medico, professore universitario, primario e direttore di sala: sono solo alcuni di quei titoli con cui un professionista illustra la propria carta personale. Ma a questi Moscati ne aggiunse uno più grande: cristiano.

Particolare della statua dedicata a Moscati nella chiesa del Gesù Nuovo a Napoli

Nato il 25 luglio 1880 a Benevento, figlio di un magistrato, da piccolo ne seguì gli spostamenti per l’importante carriera: Ancona, Benevento, Napoli, le città nelle quali visse.

È il settimo di nove fratelli. Nel 1892 Alberto, tra i più grandi, cadetto militare, cade da cavallo. Ciò gli causerà una lunga malattia che lo condurrà alla morte. Giuseppe ha dodici anni e spesso lo assiste. La sofferenza, molte volte, scrive quella pagina che solo l’amore cancella. «Madre, non pensate che io mi possa coricare accanto al malato» dice il piccolo Giuseppe alla mamma, manifestandole l’idea di fare il medico, più per missione che per professione. Idea di un ragazzo. Forse gli passerà.

Ma la storia, per fortuna, non muta indirizzo ed è proprio dei giovani pensare a un mondo più bello perché più illuminato di ideali. Alti e belli come la vita.

La situazione sanitaria dell’Italia della fine dell’Ottocento è molto diversa da quella odierna. Le visite private dei grandi nomi della medicina sono costose e le medicine si pagano privatamente. Gli ospedali sono ben lontani dal sistema del welfare.

Il 4 agosto 1903 Giuseppe Moscati si laurea in Medicina, con plauso e lode. Ha 23 anni.

Si presenta a differenti concorsi, superandoli tutti: quello per assistente ordinario agli Ospedali Riuniti e quelli per coadiutore e aiuto ordinario. Nel 1911, inoltre, vista la sua attitudine alla ricerca, vince anche la libera docenza in Chimica fisiologica. È bravo, preciso, puntuale.

I suoi esaminatori rimangono sbalorditi dalle sue prove concorsuali.

Se un uomo fosse solo titoli, allora il suo mondo sarebbe finito qui, ma la gloria di Moscati brilla, in un altro campo, nel quale questi si piegano al dovere, ma di più all’amore: il campo del servizio.

È un medico originale, per i suoi colleghi: cura e visita, gratuitamente, le persone in difficoltà.

Una volta, andando a casa di un ferroviere infermo, non solo rifiuta la busta del suo onorario, ma partecipa con gli altri alla raccolta del denaro per pagargli le medicine. Un’altra, mette sotto il cuscino del paziente una cospicua somma di denaro, rifiutando di nuovo la parcella.

E ancora: in un’altra occasione ritorna a casa del malato, dopo esservi uscito pochi minuti prima, riconsegnando gran parte della somma ricevuta e lamentandosi con i parenti perché troppo alta. Non rifiuta mai una visita, fuori Napoli, soprattutto se chi lo aspetta non può pagare.

È disinteressato al denaro, ma non all’uomo.

Nelle corsie dell’ospedale, ha delle intuizioni sbalorditive e al suo modus operandi unisce qualche consiglio di natura spirituale che, però, insieme alla cura, risana il corpo malato e l’anima piagata.

Nella sua casa istituisce uno studio medico, nel quale visita, senza compenso, ogni giorno moltissime persone. La fila è sempre interminabile.

Chiamato a decidere se fare il medico o dedicarsi all’insegnamento universitario, sceglie i malati, sacrificando una legittima aspirazione. Era il 1917.

Non si vanta né si gonfia, e a chi gli fa complimenti dice: «è Dio».

Questi solo alcuni dei tanti fatti che riguardano la sua vita, ma la lista potrebbe continuare.

Innamorato della Madonna, a lei dirige il suo cuore, soprattutto nella messa che la mattina ascolta. Parla spesso di Dio a coloro che incontra. Non è solo un praticante, ma un credente.

Ha un assoluto rispetto per il matrimonio, ma sceglie di vivere il celibato, come regola che allarga e non restringe. È semplice, umile e se contrastato, perdona subito. È una persona allegra, sa stare con gli altri, anche se riflessivo.

Visse una vita all’insegna della sobrietà e della povertà. Non guardò mai all’interesse proprio ma solo a quello degli altri.

Nella sua esistenza tenne fede alla parola di Cristo che insegna a pregare, fare elemosina e gesti di carità, nel silenzio del cuore. Morì il 12 aprile 1927. Aveva 46 anni.

Napoli e il mondo avevano perso un ottimo medico, ma soprattutto un meraviglioso apostolo che aveva fatto della scienza un servizio di amore.

Giovanni Paolo II, il 25 ottobre 1987, canonizzandolo, lo indicò come modello per il mondo di oggi.

di Gianluca Giorgio

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 settembre 2019

NOTIZIE CORRELATE