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Il medico degli indios

· A colloquio con Gabriele Lonardi ·

Per raggiungere i suoi pazienti impiega da quindici a venti giorni. Dipende dallo stato dei fiumi. In aereo fino a Manaus, poi cinque giorni di battello per raggiungere Lábrea e almeno altri undici per arrivare agli indios Suruwahá. Ha scelto di esercitare così la sua professione Gabriele Lonardi, medico veronese con laurea a Padova e specializzazione in malattie tropicali a Lisbona.

Gabriele Lonardi con alcuni pazienti

Sessantacinque anni molto ben portati, andò in Brasile appena finiti gli studi con un progetto di cooperazione gestito dalla ong padovana Aes. Lavorò ad Anchieta, nell’Espírito Santo, la città dove visse e morì José de Anchieta, il primo evangelizzatore del Brasile, e poi nel Piauí, nel nord-est, al seguito di Umberto Pietrogrande, gesuita, morto nel 2015, un pedagogista che importò in Brasile il metodo delle scuole famiglia agricole e che meriterebbe di essere meglio conosciuto anche in Italia.

Quando la diocesi di Vitória, capitale dell’Espírito Santo, si gemellò con la prelazia di Lábrea, all’estremo opposto del Brasile, nell’Amazzonia più profonda, accettò di trasferirvisi e di operare come medico fra gli indios. Sono anni che Lonardi compie così lunghe trasferte, che durano mesi, in queste terre remote e inaccessibili, per occuparsi della salute di popolazioni che sono ferme alla preistoria.

Gli chiedo perché lo fa. «Perché sono esseri umani, come noi, sono figli di Dio, hanno anche loro diritto alla salute e se la vita quasi casualmente mi ha portato da loro, come medico ho il dovere di prendermene cura. E meritano anche la nostra ammirazione per essere riusciti a sopravvivere in Amazzonia, che è il trionfo della natura, una terra strepitosa, ma anche la più inospitale per l’uomo». Mi cita Euclides da Cunha, che alla fine dell’Ottocento esplorò per primo l’Alto Purús: «In questa natura sovrana e primitiva, che qui libera le sue energie più potenti e incontrollabili, l’uomo è solo un intruso».

Sulle rive di questo fiume e delle sue innumerevoli diramazioni si distende la prelazia di Lábrea, verso il Perú, vicino al confine con la Bolivia. È grande poco meno dell’Italia (230.000 chilometri quadrati) e ci vivono non più di 80.000 persone. È una terra anfibia — mi spiega Lonardi —, perché l’Alto Purús è «infinitamente ricco di curve e rientranze, con un percorso mutevole, che cambia a seconda delle stagioni quando l’acqua si alza o si abbassa per il disgelo delle nevi andine e invade la foresta anche per trenta chilometri, formando laghi enormi, dato che l’inclinazione del fiume è minima e le acque, a volte, invece di scendere si fermano e si allargano. La geografia, in questa terra impressionante, cambia di continuo». In settembre, il mese più caldo, la temperatura può arrivare a 40 gradi con il 90 per cento di umidità: un clima che permette alla vegetazione di esplodere, alza gli alberi fino a 50 metri, riempie l’aria di insetti micidiali e la foresta di ogni tipo di animali. Solo gli indios si sono adattati a quest’ambiente estremo.

«Vivere qui, dove tutto è nemico dell’uomo — mi dice Lonardi — è una lotta titanica, anche per il bassissimo potenziale agricolo della foresta. L’economia è miserabile, di mera sussistenza. Per questo le popolazioni locali sono piccoli gruppi seminomadi, isolati l’uno dall’altro, che si nutrono di caccia e di pesca e hanno bisogno per sopravvivere di territori molto vasti. L’unico vero prodotto della terra è la manioca, ma ha un bassissimo contenuto proteico e accresce la denutrizione. Nella mia regione di Lábrea abbiamo identificato 13 gruppi di popolazione, diversissimi tra loro per caratteristiche somatiche, culturali, linguistiche e alimentari. Ma ciascuno conta al massimo 2500 persone, in genere meno di mille. In altre zone amazzoniche, dove possono contare su territori più ampi, superano di poco i ventimila individui, come gli Yanomami verso il Venezuela. Il Funai, l’ente brasiliano che tutela le popolazioni indigene, ha censito 220 etnie differenti. E tieni presente — aggiunge — che mi riferisco alla sola Amazzonia brasiliana, mentre l’immenso territorio amazzonico penetra in una decina di stati e si distende su oltre 7 milioni di chilometri quadrati, poco meno dell’intera Europa, come gli Stati Uniti senza l’Alaska».

Chiedo se è facile avvicinare gli indios. «Per niente — mi risponde — Difendono con gli archi e le frecce il loro territorio e la loro solitudine, che è frutto di esperienze lontane di lotte con gli estranei per il territorio e di malattie portate dall’esterno, per cui hanno imparato a nascondersi per sopravvivere. Sono riuscito a entrare nei villaggi dei Suruwahá (ma il nome si può scrivere in vari modi), uno dei gruppi più piccoli, individuati solo pochi anni fa, cioè nelle loro maloche — le abitazioni collettive, ciascuna delle quali costituisce un villaggio — solo perché riuscii a salvare uno di loro morso da un serpente e lo riportai alla sua maloca. Da allora mi accolgono come uno di loro, e quando li raggiungo, dopo almeno dieci giorni di navigazione sui fiumi oltre Lábrea, vivo con loro, nella maloca, dormendo accanto a loro su un’amaca. C’è l’ostacolo della lingua, ma mi aiuta un’india che conosce il portoghese. E quando dico che sono lontani, che è difficile raggiungerli, mi rispondono che sono io lontano da loro, rompendo tutte le mie categorie mentali etnocentriche. Quando torno a Verona e assisto agli spettacoli grandiosi dell’Arena, non posso non pensare con qualche sgomento a questi indios, per i quali la loro maloca è il centro del mondo».

Che patologie trovi fra i tuoi indios? «Di tutto. La malaria, la tubercolosi, anemie aggravate dalle parassitosi intestinali, verminosi che distruggono soprattutto i bambini. Le peggiori malattie tropicali, alcune ben note, altre molto meno, qui proliferano tutte, a volte sviluppandosi in forme imprevedibili, trasmesse dagli insetti, aggravate dal clima tropicale, dall’igiene inesistente, dalla mancanza di medicine e di ospedali. Per arrivare al più vicino, quello di Lábrea, bisogna navigare per giorni e giorni. La malaria è un flagello. Ne abbiamo diagnosticato settemila casi solo nei primi cinque mesi di quest’anno in un’area popolata da circa 40.000 persone. Poi c’è la febbre nera di Lábrea, o epatite delta, presente quasi esclusivamente nella mia zona con un virus molto aggressivo, che con i colleghi di medicina tropicale di Manaus stiamo cercando di isolare, impedendo che si estenda ad altre regioni. La filariosi è quasi endemica, dato che secondo i miei calcoli riguarda il 70 per cento della popolazione. Ti assicuro che un medico in Amazzonia ha solo da imparare! Ho studiato in Europa in celebri scuole specializzate, ma il mio master l’ho fatto qui, curando come posso questa gente che non sa dirti quanti anni ha perché manca del senso del tempo e vive in un eterno presente, né sa dirti come si chiama», perché non esiste individualità personale dove tutto è collettivo.

«E poi — continua Lonardi — c’è la lebbra, estesa in tutta l’Amazzonia, della quale si parla troppo poco. Il municipio di Lábrea è stato considerato per molto tempo il luogo di massima concentrazione della malattia di Hansen di tutta l’Amazzonia, insieme con aree del Mato Grosso. Posso ricordare che un secolo fa il grande esploratore e antropologo italiano Ermanno Stradelli, una celebrità in Brasile ma ancora troppo poco conosciuto in Italia, contrasse proprio qui la lebbra di cui morì nel 1926. Nel barrio di San Lazzaro, abbiamo registrato 3623 casi di hanseniase. La patologia tutto sommato è sotto controllo, ma lascia nel malato stigmate incancellabili. Qui di lebbrosi col corpo martoriato ne vedi tanti».

Ma in Amazzonia non ci sono solo gli indios, mi dice ancora Lonardi. Ci sono i brasiliani, generalmente “nordestini”, discendenti di coloro che emigrarono qui nel secolo scorso quando l’estrazione della gomma parve aprire ogni possibile arricchimento. Il ciclo del caucciù durò poco, ma ha lasciato segni profondi. Manaus, oggi capitale dell’Amazzonia, che dista 1800 chilometri di fiume da Lábrea (900 in linea d’aria), divenne allora una grande città, con il celebre teatro d’opera, dove si dice che abbia cantato anche Caruso. Fu in quegli anni che molte popolazioni indie sfuggirono alla schiavizzazione dei signori del caucciù, che cercavano manodopera, rifugiandosi nella foresta più lontana. Il loro terrore degli estranei data da allora. La gomma amazzonica ha perduto presto il suo valore e oggi Manaus è riuscita a sopravvivere trasformandosi in zona franca, mentre molti discendenti dei brasiliani che sciamarono allora in Amazzonia, i siringueiros, conducono una vita grama, non molto migliore di quella degli indios. Anche questa povera gente fa parte dei pazienti del medico veronese.

C’è un’ultima domanda che non posso non fare a Lonardi. Perché continui a venire qui? «Perché sono un medico, mi risponde, e qui c’è un bisogno disperato di medici. Perché l’Amazzonia, come ti ho detto, insegna più di una facoltà di medicina. E anche perché questa gente, che sembra nel gradino più basso dell’umanità, possiede valori che non cessano mai di stupirmi e di mettere in crisi il mio senso di superiorità di uomo europeo: la socialità, la solidarietà reciproca, il senso comunitario, la gratitudine per chi faccia qualcosa per loro, nonostante il terrore dell’estraneo, dello straniero. Non hanno nulla e non desiderano nulla. E poi sono inermi, inoffensivi, non fanno male a nessuno mentre tutti, a cominciare dalla natura, hanno sempre fatto del male a loro. Vogliono solo vivere come sono sempre vissuti, anzi, sopravvivere. E io provo ad aiutarli. Quando dormo nella loro maloca, ben coperto dalla mia zanzariera, talvolta penso che potrei essere un agiato professionista e vivere in una bella villa sulle colline veronesi. Ma non ho rimpianti, credimi. Qui mi sento davvero utile, agli altri e a me stesso».

E conclude: «Sono immensamente grato a Francesco per l’indizione del sinodo sull’Amazzonia. Finalmente un grande del nostro tempo mette gli occhi su questa terra e la porta all’attenzione di tutti. L’anno venturo le maloche di questi poveri indios dimenticati e trattati spesso peggio degli animali saranno davvero, per un momento, il centro del mondo».

di Gianpaolo Romanato

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23 marzo 2019

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