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Tutti mecenati

· Grazie a una sottoscrizione pubblica torna in Francia il breviario di Francesco I ·

Il breviario di Francesco i

L’ultima campagna «Tous Mécenès!» ha avuto successo. Grazie al milione e 400 mila euro provenienti da una colletta pubblica e agli otto milioni promessi dal colosso del lusso Lvmh, il Louvre è riuscito a raccogliere entro la scadenza del 31 gennaio scorso la somma necessaria a riportare in patria il Libro d’ore di re Francesco I. L’attuale proprietario del manoscritto — un gioiello della miniatura del XVI secolo — aveva chiesto infatti circa otto milioni di sterline per cederlo al museo. Il piccolo ma preziosissimo volume è stato esposto al Louvre fino al 15 gennaio scorso in occasione della mostra «François Ier et l’art des Pays-Bas». Il sovrano acquistò il libro nel 1538 dal mercante e gioielliere Allart Plommyer per poi donarlo alla nipote Giovanna III di Navarra, figlia di Margherita di Valois. Attraverso l’eredità di Enrico IV, il libro d’ore entrò poi nella collezione reale di Maria de’ Medici per la costituzione del suo Cabinet du Louvre. Attraverso un più complesso intreccio di beni che vennero trasferiti dai patrimoni nobiliari e dalle collezioni reali a quelle del cardinale Mazzarino, il breviario lasciò poi la Francia per l’Inghilterra all’inizio del XVIII secolo. In pochi anni passò dalla collezione di Richard Mead, erudito e medico britannico, a quella dello scrittore Horace Walpole, fino ad arrivare nelle mani del banchiere Alfred de Rothschild e poi di vari altri collezionisti privati.

Un itinerario simile ha segnato la storia di un altro volume dal valore inestimabile, il Codice sinaitico, un esemplare dell’intera Bibbia greca risalente al quarto secolo e di cui è sopravvissuto, oltre a parti dei libri veterotestamentari, l’intero Nuovo Testamento seguito dalla Lettera di Barnaba e dal Pastore di Erma.

Il codice venne venduto nel 1933 da Stalin al British Museum per centomila sterline, poi coperte da una sottoscrizione pubblica. Il crowfunding ormai è uno strumento molto usato dai musei, anche per finanziare campagne di restauro particolarmente onerose; i contributi vengono raccolti prevalentemente online sul proprio sito o su piattaforme specializzate, nel tentativo di aggregare piccoli contributi da un vasto numero di persone sfruttando le potenzialità della rete e la capillare diffusione dei social network. Negli ultimi cinque anni il “mecenatismo diffuso” ha avuto una grande diffusione nel mondo della musica e nel mondo dell’arte, in seguito al successo della prima campagna «Tous Mécenès!» del Louvre, in grado di raggiungere in un mese la cifra di un milione di euro per contribuire all’acquisto del quadro Le tre Grazie di Lucas Cranach grazie alle donazioni di più di cinquemila privati. Due anni fa, nel novembre 2016, è andata a buon fine la campagna di raccolta fondi lanciata dal Royal Museum of Fine Arts of Belgium per restaurare il Ritratto di Suzanne Bambridge, una delle opere più celebri di Gauguin, dipinta su una tela fragile e danneggiata dai frequenti spostamenti e da incauti precedenti tentativi di restauro che si sono poi rivelati controproducenti. «Altre campagne molto interessanti — scrive Francesca De Gottardo parlando del fenomeno del mecenatismo diffuso su Svegliamuseo.com — sia per i riscontri ottenuti sia per le caratteristiche dei progetti proposti, sono le successive campagne del Louvre e quella dell’Ashmolean Museum, che nel 2012 ha raccolto in otto mesi 7,8 milioni di sterline, grazie a 1048 donazioni comprese tra le 1,50 e le 10.000 sterline, destinati all’acquisizione del Ritratto di Mademoiselle Claus di Edouard Manet. O ancora, la campagna lanciata nel 2013 dalla Smithsonian Freer Sackler Gallery, che ha raccolto sulla piattaforma Razoo 176.415 dollari per l’esposizione «Yoga: The Art of Transformation», e la campagna «Let’s build a Goddamn Tesla Museum» del 2012, i cui fondi non erano destinati all’acquisizione di un’opera, bensì all’acquisizione della proprietà da trasformare in un museo dedicato a Nikola Tesla. Quindi in questo caso il museo non era l’ente proponente ma addirittura il fine stesso della campagna». In Francia, la start-up Dartagnans ha recentemente lanciato la campagna «Adotta un castello» proponendo l’acquisto collettivo di edifici storici in pericolo.

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