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Il martirio nell’indifferenza

· Davanti alla persecuzione dei cristiani ·

Per la mia ordinazione sacerdotale un amico monaco eremita mi regalò una Bibbia di Mosul, che riprendeva e completava alcune edizioni della Scrittura secondo l’antichissima versione siriaca detta Peshitta. Edita dal metropolita siro-cattolico di Damasco, Mor Clemens Joseph David, e con una prefazione del metropolita caldeo di Amid (Diyarbakir), Jirjis Abdisho Khayyat, è un testo importante che include libri che non si trovano nella Bibbia ebraica.

Oggi che la vita dei cristiani a Mosul e in tutta quella regione della Mesopotamia viene calpestata, perseguitata, violentata, quell’edizione biblica acquista un valore di testimonianza di fronte al martirio di quelle donne e di quegli uomini che da quasi duemila anni confessano l’unico Dio, Padre, Figlio e Spirito santo, e lo fanno nella lingua che fu quella del Verbo di Dio incarnato. Mosul, città custode della Parola di Dio, oggi è diventata custode del sangue dei martiri: bruciate le case, bruciate le biblioteche, bruciata e distrutta una tradizione cristiana di quasi due millenni.

In tutto il Vicino e Medio oriente vi sono zone cristiane popolate da monaci e monache, da fedeli di tante confessioni cattoliche e ortodosse: siro-orientali, siro-occidentali, armeni, latini, fratelli nostri che in venti secoli hanno imparato a vivere insieme e a condividere una vita cristiana semplice, povera, non facile, ma sempre segnata dalla tolleranza, dalla riconciliazione, dalla fraternità. E oggi la voce dei pastori delle Chiese non soltanto lancia l’allarme ma ci dice che i cristiani a Mosul e nelle vicinanze non ci sono più.

Il patriarca siro-cattolico Ignace Youssif iii Younan ha denunciato con forza ciò che accade: «È terribile! Questa è una vergogna per la comunità internazionale». Inoltre il patriarca caldeo Louis Raphaël i Sako e tutti i vescovi caldei, siro-cattolici, siro-ortodossi e armeni del nord dell’Iraq radunati ad Ankawa, alla periferia di Erbil, chiedono la tutela necessaria verso i cristiani e le altre minoranze perseguitate, per evitare la distruzione di chiese, monasteri, manoscritti, reliquie e di tutta l’eredità cristiana, patrimonio dell’Iraq e dell’umanità intera.

Ma biblioteche, chiese, icone sono ormai distrutte, e con esse tanti libri scritti sulla pergamena, la pelle di pecora asciugata, stesa, lavorata, dove gli antichi monaci trascrivevano la Parola di Dio, i testi dei Padri, i canti di lode delle Chiese cristiane. Quelle pelli benedette che contenevano la lode del popolo di Dio sono ormai perse, distrutte, bruciate; viene da dire che rimane soltanto la pelle dei cristiani, lavata, unta e alimentata dal battesimo, dall’unzione con il crisma e dalla santa eucaristia, pelle pronta perché vi si scriva non più con l’inchiostro ma con il sangue.

La voce delle Chiese cristiane e dei loro pastori questa voce si alza nella preghiera, nella richiesta di non cadere nell’oblio e nell’omissione, nella denuncia di una sofferenza e di una persecuzione che è davanti agli occhi di tutti gli uomini. Voce dolente e angosciata di chi vede i propri figli scappare, soffrire e morire per il solo fatto di portare il nome di Cristo e vivere come cristiani.Maaloula e Saydnaia in Siria alcuni mesi fa hanno perso chiese, monasteri, biblioteche, icone, e soprattutto tante delle vere icone del Signore che sono i cristiani. Oggi a Mosul, e in tanti altri luoghi in Iraq, le popolazioni vengono derubate, schernite, lasciate nel bel mezzo del deserto: quello fisico, arido e senz’acqua, quasi ad echeggiare il salmo, e soprattutto quello spirituale, creato attorno a loro dal silenzio, dall’indifferenza di tanti, anche cristiani, che tacciono, che non possono, non osano o non vogliono far sentire la loro voce.

Nei primi secoli del cristianesimo uomini e donne andavano nel deserto per trovarvi la vita vera nell’incontro con l’Unigenito, in solitudine e in comunione all’interno delle Chiese. Oggi tanti cristiani — uomini, donne, anziani e bambini — vengono gettati a morire nel deserto, un deserto dove nella fedeltà alla loro fede trovano il vero testimone, colui che dalla croce perdonò i suoi persecutori. Di nuovo, dopo le miriadi di martiri del Novecento, nel Vicino e nel Medio oriente, ma anche in tanti altri luoghi, la fede cristiana viene messa alla prova.

«È una vergogna» ha ammonito il patriarca siro-cattolico, e ha aggiunto: «Chiediamo alla comunità internazionale di essere fedele ai principi dei diritti umani, della libertà religiosa, della libertà della coscienza. Noi siamo in Iraq, in Siria e in Libano: noi cristiani non siamo stati importati, siamo qui da millenni e quindi abbiamo il diritto di essere trattati come esseri umani e cittadini di questi Paesi». Facciamo nostra questa voce che sale dal dolore.

Manuel Nin

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06 dicembre 2019

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