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​Il marabut cristiano

Il 1° dicembre 1916 moriva Charles de Foucauld, assassinato all’età di 58 anni da un gruppo armato della tribù dei senussisti, che aveva circondato il suo eremo di Tamanrasset nel Sahara algerino. Se la notizia della sua morte non ebbe una grande eco nell’Europa lacerata dalla grande guerra, il religioso passerà agli occhi della storia come uno dei più importanti della sua generazione, a cavallo di due secoli. 

La prima biografia scritta da René Bazin nel 1923 consacrò la sua posterità spirituale, facendo conoscere in Francia e poi al mondo la sua personalità fuori dal comune e la sua opera prolifica, che hanno suscitato tante vocazioni. A un secolo dalla morte, una nuova opera dedicata alla vita del religioso, beatificato da Benedetto XVI nel 2005, intitolata Charles de Foucauld, 1858-1916 (Paris, Éditions Salvator, 2016, pagine 720, euro 29,90) con la prefazione di padre Bernard Ardura, postulatore della sua causa di canonizzazione, dovrebbe a sua volta fare epoca. 

L’ultima foto conosciuta di Charles de Foucauld (1915 circa)

L’autore, Pierre Sourisseau, è in effetti, tra i migliori conoscitori del prete eremita: archivista della sua causa di beatificazione, ha all’attivo trentacinque anni di lavori di ricerca, di articoli e di conferenze su di lui. Il volume, simile a una summa, presenta una serie di ritratti di Foucauld, seguendo le tappe della sua vita e i suoi diversi status, dalla sua infanzia a Strasburgo e la sua gioventù nell’esercito, fino alla sua vocazione missionaria tra i tuareg del Sahara. Ripercorre anche nel dettaglio i suoi anni di ricerca contemplativa in Terra santa, nella trappa in Francia poi in Siria, così come il suo soggiorno tra le suore clarisse a Nazaret, dove fiorirà la sua vocazione profonda, fino alla sua ordinazione a Viviers, il 9 giugno 1901.
Attraverso il voluminoso carteggio di Foucauld, numerose citazioni delle sue opere e documenti inediti della sua causa di canonizzazione, Sourisseau fa anche luce su alcuni elementi ancora oggetto di dibattito. In particolare attenua l’immagine di libertino impenitente e di dilettante attribuita al giovane prima della sua conversione, specialmente da ufficiale.
Se l’appellativo di «letterato festaiolo», affibbiatogli dal suo amico, il generale Laperrine, non è certo del tutto infondato, la sua corrispondenza dell’epoca lascia già intravedere un giovane uomo profondo, alla ricerca di un ideale, che si rivelerà un lavoratore instancabile quando un progetto gli sta a cuore. I racconti della sua spedizione nei paesi del Magreb tra il 1882 e il 1886 — dopo essersi congedato dall’esercito — lo confermano: l’ardente fede che osserva tra i musulmani rimetterà al centro delle sue riflessioni la questione della trascendenza, che aveva liquidato durante la sua adolescenza.
Contrariamente all’idea molto diffusa secondo la quale si sarebbe convertito improvvisamente entrando nella chiesa Saint-Augustin di Parigi, solo alla fine di un lungo percorso, anzitutto intellettuale, Foucauld riabbraccerà la fede. Due persone ebbero un ruolo determinante nel processo: Bossuet e la sua amata cugina Marie de Bondy. Quest’ultima gli aveva regalato per la sua prima comunione le Elévations sur les mystères, capolavoro del grande predicatore che riscoprirà a Parigi al suo rientro dal Marocco, nell’estate del 1886.
Charles provava allora un’inclinazione nuova per l’idea stessa di virtù, inclinazione rafforzata dal clima di dolcezza instaurato dalle presenze femminili di sua zia e delle sue cugine, dalle quali viveva, e nelle quali trovò «l’esempio di tutte le virtù unito alla visione di grandi intelligenze e di convinzioni religiose profonde», come scriverà alcun anni dopo. Per soddisfare quello slancio dell’anima, all’inizio però si volse verso i moralisti dell’antichità, quegli stessi filosofi «pagani» che anni prima l’avevano portato ad allontanarsi dalla fede cristiana, ma fra i quali trovava ormai «solo vuoto e disgusto». Anzi, con suo grande stupore, il modello di virtù professato da Bossuet lo riavvicinò alle sue aspirazioni profonde, al punto da fargli pensare che «la fede di una così grande mente (…) non era forse così incompatibile con il buon senso come (gli) era sembrato fino ad allora». Sua cugina Maria, che gli aveva fatto «sentire il calore e la bellezza» dell’opera di Bossuet, incarnava la forma più perfetta di quella «bellezza d’animo» che lasciava trasparire una virtù «così bella da avergli irrevocabilmente rapito il cuore». Fu allora che Charles decise di seguire dei corsi di religione nella cripta della chiesa Saint-Augustin, impartiti da Henri Huvelin, che diventerà poi il suo direttore spirituale. Da quel momento Charles de Foucauld manterrà una relazione epistolare costante con il prete, che considera un padre e che eserciterà su di lui una considerevole influenza.
La fedeltà di Foucauld verso la sua famiglia e i suoi numerosi amici è attestata da una fitta corrispondenza. Ma fu a sua cugina Maria — colei che aveva destato in lui il gusto del Vangelo e che chiamava «Madre» — che riservò il suo affetto più grande. Un affetto corredato da una profonda ammirazione reciproca, rivelata nel corso della biografia da molti passaggi dei loro scambi epistolari, quasi quotidiani.
Maria era per Charles una figura di santità, che consultava ogni volta che nasceva in lui un dubbio. Fu sempre lei a fargli scoprire la devozione al Sacro Cuore di Gesù, il quale diventerà il suo emblema. Quel cuore sovrastato da una croce che portava sulla sua veste liturgica e che faceva apparire nell’intestazione di tutte le sue lettere era anche il simbolo di ciò che Maria aveva risvegliato in lui: «Lei ha acceso il fuoco dell’Amore divino nel mio cuore dove si era tanto spento e mi ha salvato quando ero perduto», le scrisse il 2 luglio 1901, pochi giorni dopo la sua ordinazione e la sua prima messa nella festa del Santissimo Sacramento. Fu in quel momento che sentì la chiamata a una vita missionaria nel Sahara. Fratel Charles de Jésus aveva allora quarantatré anni.
«La palla è lanciata: chi la fermerà?», scrisse un giorno Huvelin riguardo al suo figlio spirituale. Una formula molto calzante che fa eco al motto della famiglia di Foucauld: «Mai indietro», e che divenne ancora più pertinente nell’ultima parte della sua vita, segnata da una seconda chiamata verso l’Africa del Nord. La chiamata assunse allora un carattere diverso, quello di una «vocazione speciale». Huvelin, all’inizio contrario all’idea di una partenza di Charles verso regioni così lontane, finì col comprenderne la dimensione spirituale. «Qualcosa lo spinge, qualcosa di irresistibile, credo» scrisse a Marie de Bondy.
Charles trascorse inizialmente tre anni a Beni Abbès, in Algeria, durante i quali si distinse per la sua lotta attiva contro la schiavitù. Ma non riuscendo a portare compagni nella fraternità che aveva eretta, decise su invito del comandante Laperrine di avvicinarsi ai tuareg, popolo che viveva nel cuore del deserto. A Tamanrasset, nella regione dell’Hoggar, quello che i tuareg chiamano il «marabut cristiano» non lesina sforzi: dal Natale 1905 iniziò a tradurre i vangeli in lingua tuareg e poi elaborò — con l’aiuto di un amico interprete — un vocabolario tuareg-francese. Scrisse anche testi in prosa sui costumi ancestrali di quel popolo, fondati sulle testimonianze degli anziani.
Questi lavori di ricerca, dal valore scientifico senza precedenti, erano in sintonia con l’apostolato di fratel Charles de Jésus: la diffusione della bellezza del cristianesimo con le sue opere e la sua bontà. In effetti, la sua rapida presa di coscienza dei limiti dell’evangelizzazione tradizionale tra il popolo tuareg gli aveva ispirato quest’intuizione, espressa in una lettera a monsignor Guérin: «Non bisogna predicare Gesù, ma preparare la sua predicazione». Proprio in questo apostolato originale, in questa ecclesiologia antropologica monsignor Maurice Bouvier, postulatore della sua causa di beatificazione e canonizzazione tra il 1990 e il 2011, ha percepito alcune intuizioni anticipatrici dello spirito del concilio Vaticano II.
«È nel momento in cui Giacobbe è in cammino, povero, solo, in cui si distende sulla nuda terra, nel deserto… è nel momento in cui si trova in questa dolorosa situazione di viandante isolato nel mezzo di un lungo cammino in un paese straniero e selvaggio, senza alloggio, è nel momento in cui si ritrova in questa triste condizione, che Dio lo ricolma di favori incomparabili». Questa meditazione biblica (ispirata a Genesi 28) di Charles de Foucauld, scritta durante il suo soggiorno a Roma nel dicembre 1896, riassume in modo particolarmente eloquente il suo percorso spirituale: quello di un uomo insaziabile nella sua sequela di Gesù, in costante ricerca nella sua vocazione.
Una meditazione che assume tratti eminentemente profetici nel momento in cui Charles, giunto a un crocevia della sua esistenza, sta per intraprendere un cammino che si annuncia abissale quanto quello di Giacobbe.

di Solène Tadié

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06 dicembre 2019

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