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Il manifesto dell’umano secondo J&J

· Vanier e Kristeva sulla disabilità ·

Il direttore mi allunga un libretto. Metto a fuoco: dapprima sorrido, poi ci rimango davvero male. Nonostante conosca bene i due autori, ugualmente penso «Ma come? Due menti così grandi e un volumetto così smilzo?». Basterà qualche pagina per dare la misura di tutta la mia stupidità di figlia della quantità e del peso. Perché, ovviamente, un anno di scambio epistolare tra l’uomo che ha creato una delle grandi meraviglie del Novecento e la donna che ha scritto pagine indimenticabili (in particolare quando ha ridato la voce alle menti femminili più radicali), può solo lasciare il lettore in ascolto rapito. Quell’ascolto capace di essere al contempo avido e centellinato. Vorresti andare avanti, mentre ti ritrovi obbligata a ruminare ogni frase.

Da un lato c’è il grido di Julia Kristeva («la tua lettera arriva a me come un grido. Sento il tuo grido, il grido dell’analista, il grido della donna, della mamma: dove ci sta portando questo mondo?»). C’è tutta la sua rabbia, l’ira scandalizzata, l’impeto stringente di chi deve “fare” per distruggere il muro, l’esclusione, il razzismo, lo sguardo che si volta dall’altra parte, il lavarsi le mani, la cancellazione, lo scarto.

Dall’altro, la pacatezza erculea di Jean Vanier. È l’amore che scardina le chiusure più arrugginite, le colle più universali, è la fede che scioglie le rocce dell’odio che si annidano dentro ogni uomo rendendolo sterile al prossimo, è la tenerezza senza filtri capace di digrignare i denti per parare il colpo restituendo un bacio. «Il tuo buonumore è attivo» gli scrive Julia Kristeva, e un ritratto migliore per Jean Vanier davvero non è possibile.

Come raccontare Il loro sguardo buca le nostre ombre. Dialogo tra una non credente e un credente sull’handicap e la paura del diverso (Roma, Donzelli, 2011, pagine 221, euro 16), il libro immenso che la psicanalista-semiologa e il fondatore dell’Arca e di Fede e luce scelgono di “scriversi”? E che scelgono di scriversi parlando, narrando, riflettendo e sperando di “disabilità”? Un doppio salto carpiato. «Nell’epoca degli sms e di facebook, non pratichiamo più la corrispondenza come una delle belle arti. Non ne possediamo né il talento né la vocazione e, diciamolo pure, neanche la storia si presta più. Tu e io abbiamo scelto per la nostra corrispondenza un tema, un impegno, nella speranza di farlo rivivere con coloro che lo sperimentano nella sofferenza e nel superamento, ma anche con coloro che se ne ritengono risparmiati».

Ognuno con i suoi dubbi, paure e tormenti, ognuno con la sua luce, gioia, calore e speranza, il libro è un canto contro la tirannia della normalità, contro la deriva che sta assumendo la nozione di umanità, contro le due speculari — ma in realtà identiche — tentazioni di uccidere e di divinizzare la persona disabile, finendo in ogni caso per violarne la dignità intrinseca.

Uno grida, l’altra canta; una scivola, l’altro rallenta il passo; uno prega, l’altra si rasserena; una pungola e l’altro freme. Non è sempre chiaro chi stia aiutando chi, chi stia sorreggendo e illuminando chi. Che poi, in fondo, è l’onda continua e singolare tra dare e ricevere, essenza vera di quell’amicizia — fatta di appartenenza e di libertà — su cui Jean Vanier ha edificato il suo progetto.

Julia Kristeva scommette «sulla vita prima di tutto e dopo tutto», e rifiuta con forza chi rifiuta. Chi nega, nasconde, essicca. «Noi saremo tra quanti si opporranno a una simile barbarie. E forse l’umanesimo, in questo estremo limite della civiltà, troverà la sua vera rifondazione. Sempre che non sia troppo tardi. La mia speranza è che la nostra corrispondenza possa contribuire a rafforzare la vigilanza».

Qualche giorno dopo, le risponde Jean Vanier. «Vorrei che la mia vita all’Arca fosse il segno di una via alternativa: al di là della normalità, delle prestazioni individuali, del bisogno di eccellenza, si profila un altro cammino. L’essere umano è fatto per vivere umanamente, tutto qui. Veniamo dalla terra e torneremo alla terra. Tempo di forze e successi, tempo anche di debolezze, lutti e malattie. Certo, è importante che ognuno sviluppi il proprio potenziale e sia riconosciuto come unico. Vivere diversamente significa vivere fedeli alla vita relazionale, spesso aiutando altri ad assaporare la vita nelle più piccole cose».

Per uno sguardo così semplicemente diverso, così vivo e terremotante per amore, basta un volumetto. La vigilanza delle piccole cose per ricordare all’umanità che è umana.

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