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Il malinteso della culla

L’uomo è una creatura mortale, certo, ma è anche una creatura “natale”, perché la cosa che connota di più la sua esistenza, a ben guardare, è che qualcuno — con la maiuscola per chi crede in un Dio creatore, con la minuscola per tutti gli altri — alla vita stessa ha dato inizio. Un tema questo caro ad Hannah Arendt, che a più riprese ne ha sondato la profondità e le grandi potenzialità speculative, messe a confronto con l’heideggeriano Essere-per-la-morte.

La discesa del Verbo di Dio Evangeliario di Bernward di Hildesheim  (1015 circa)

«Gli uomini, anche se devono morire — scrive la filosofa in Vita activa — non sono nati per morire, ma per dare inizio a qualcosa di nuovo. Con la creazione dell’uomo il principio del dare inizio è entrato nel mondo; ciò che ovviamente è solo un altro modo di dire che con la creazione dell’uomo il principio della libertà ha fatto la sua comparsa sulla terra».

A ogni nascita, la possibilità stessa della libertà si rinnova sulla terra, sottolinea Arendt. Una novità ancora più dirompente se la nascita coincide con la discesa sulla terra di un Dio che sceglie di farsi uomo: è questo il tema iconografico analizzato, scandagliato e meditato nel libro La natività di Cristo nell’arte d’Oriente e d’Occidente (Milano, Jaca Book, 2016, pagine 136, euro 18) di François Boespflug ed Emanuela Fogliadini, spaziando tra le solenni immagini sacre degli Orienti cristiani e quei capolavori dell’Occidente che pensiamo già di conoscere ma di cui spesso ci sfugge il senso profondo.

Ogni opera è arricchita da un commento che ne spiega il contesto storico, religioso e culturale rendendo il libro un originale (nel senso letterale di “ritorno all’origine”) viaggio attraverso i secoli.

La più antica immagine raffigurata nel volume risale al IV secolo: è la celebre Natività di Arles, un bassorilievo scolpito su un sarcofago. «La presenza della Natività su questo tipo di oggetto — scrivono gli autori — contribuisce all’affermazione silenziosa di un legame a tutto tondo tra il defunto e la sua fede in Cristo». In queste antiche immagini c’è un elemento ricorrente, capace di stabilire un nesso immediato tra il tema della nascita e quello della morte: le bende che fasciano il bimbo appena nato.

L’intreccio delle fasce rimanda a livello simbolico sia alle strisce di stoffa usate per coprire il defunto — le salme per secoli furono avvolte in bende piuttosto che poste in un lenzuolo — sia alle numerose rappresentazioni di Lazzaro morto e avvolto in fasciature. «Una tale Natività posta su un sarcofago — spiegano Boespflug e Fogliadini — fu indubbiamente interpretata dai contemporanei come una chiara allusione al fatto che il defunto all’interno della bara era diretto verso la vita in modo simile a Gesù». Le bende richiamano anche il Cristo crocifisso, posto nella tomba e avvolto in lini, ma rinato per sempre e, dunque, promessa di eternità. Anche la splendida, coloratissima miniatura dell’Evangeliario di Bernward di Hildesheim, riprodotta nel libro e accuratamente spiegata e commentata, descrive in modo sintetico la nostra possibilità di “nascere” alla vita eterna, tralasciando, in questo caso, completamente la preoccupazione narrativa per concentrarsi sul significato dell’avvenimento. Si tratta di un’illustrazione del prologo del vangelo di Giovanni, che ispirò nel Medioevo un gran numero di immagini di grande originalità e bellezza. L’anonimo artista provò a visualizzare il mistero dell’Incarnazione privilegiandone il lato escatologico: sulla pagina, dalla mandorla a “8” che circonda il Figlio di Dio, alla stella a otto braccia, che allude all’ottavo giorno della creazione (quello della resurrezione del Dio fatto uomo) «tutto è organizzato per una comunicazione che dall’alto si dirige verso il basso per rispondere alle attese della terra (...) la metà inferiore di questa pagina dipinta è uno stupefacente riassunto della storia della salvezza, che evoca sia la disperazione dell’umanità peccatrice sia la speranza della salvezza portata dalla Natività di Cristo, solo Mediatore tra cielo e terra». Accanto alla densità simbolica delle opere più antiche diventa ancora più evidente la debolezza di un’arte che, nel XX e nel XXI secolo, si accontenta troppo spesso di vedere in Gesù solo un bambino come tanti altri, replicando immagini oleografiche o appesantite da un sentimentalismo che riduce il mistero della teofania alla celebrazione del calore della vita familiare.

di Silvia Guidi

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19 giugno 2019

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