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Il male
attraverso gli occhi
di un bambino

· «Cafarnao» della regista libanese Nadine Labaki ·

È nelle sale cinematografiche Cafarnao (Capharnaüm), di Nadine Labaki, film che ha vinto il Premio della giuria nonché il Premio della giuria ecumenica all’ultimo festival di Cannes, e che è stato candidato agli Oscar come miglior film straniero, categoria in cui si è trovato la strada sbarrata da Roma di Alfonso Cuarón, ma in cui avrebbe anche potuto trionfare.

Sul banco degli imputati di un tribunale di Beirut, c’è Zain (Zain al-Rafeea), un dodicenne accusato di aver accoltellato il proprietario del negozio presso cui lavorava come fattorino. Con questo gesto, il ragazzino ha voluto vendicare la sorella, data in sposa all’uomo nonostante fosse a sua volta giovanissima, e morta a causa delle conseguenze di una gravidanza. Prima del tentato omicidio, Zain, proveniente da una famiglia povera e costretto a vivere di stenti e di criminalità, pur di stare lontano dai genitori aveva trovato lavoro alla pari come babysitter di un bambino di un anno, figlio di una clandestina etiope. Quando la donna verrà arrestata, Zain cercherà disperatamente di occuparsi del bambino, ma sarà presto costretto a venderlo a un falsario di documenti.
Con questo suo terzo lungometraggio, Labaki compie un deciso passo in avanti verso un cinema totalmente maturo, che ha il coraggio di guardare in faccia i mali del mondo senza reticenze ma senza nemmeno enfasi o sensazionalismi.
Con la sua opera prima, Caramel (Sukkar banat, 2007), la regista libanese aveva firmato un sensibile affresco femminile non particolarmente originale ma girato e scritto già con mano sicura, con qualche evidente concessione alla moda di qualche anno fa di sfornare prodotti molto caratterizzati culturalmente ma confezionati in formato da esportazione, senza però soffocare del tutto un’ispirazione più genuina. Con il successivo E ora dove andiamo? (“Et maintenant, on va où?”, 2011), supportato da una coproduzione internazionale, cominciava a rivolgersi verso un cinema più impegnato. Ma il tema delicato dello scontro fra religioni veniva ricondotto, un po’ per prudenza, un po’ per furbizia, negli schemi dichiaratamente generici della commedia se non addirittura della fiaba. Impennate drammatiche, peraltro condotte con una sapiente modulazione di registri, non erano assenti, ma sul risultato complessivo gravava un senso di programmaticità piuttosto scoperto. Convincente sotto il profilo di un’altra, sentita ode al mondo femminile, indispensabile contraltare all’atavico impulso alla guerra degli uomini, il film faceva però registrare un’involuzione stilistica rispetto al lavoro d’esordio, dovuta a un tentennamento di fondo di fronte a tematiche forse ancora troppo alte.
A qualche anno di distanza, invece, tutti questi difetti scompaiono improvvisamente con un film ispirato e solido, crudo e intenso, che è evidentemente fonte di profonda riflessione e forse di un sopravvenuto disincanto. Un grido di dolore nei confronti di un mondo spietato, degno dell’eponimo villaggio biblico, riferimento che ben s’attaglia al senso di un male antico quanto l’esistenza umana e arduo da estirpare.
Idea di fondo di Labaki è quella di ancorare il racconto al punto di vista del piccolo protagonista. La dimensione soggettiva è suggerita in modo quasi subliminale attraverso scelte di regia molto sottili, anche perché condotte con grande perizia. La cinepresa rimane quasi sempre all’altezza del protagonista e il sincronismo fra audio e video viene spesso sospeso per lasciar filtrare un tono più meditabondo e trasognato. Con questi accorgimenti, la regista corregge in senso personale quel realismo che risente ancora dell’onda lunga del Dogma danese — peraltro molto attenuatasi nelle ultime stagioni — ottenuto un po’ troppo facilmente con una cinepresa tenuta costantemente in mano. Ma soprattutto, in virtù di quest’ottica ristretta, tutto si universalizza. La periferia della capitale libanese finisce per assomigliare a quella di tanti altri luoghi, e povertà e degrado, svincolati da una dimensione sociale che l’immaginario infantile non può apprezzare, divengono facilmente simboli dell’abisso morale. Analogamente viene poi trattata la tematica che attraversa tutto il film, quella della mancanza di documenti, problema attuale come nessun altro che qui si erge a mancanza di cittadinanza presso un mondo emblematicamente privo di genitori.
Anche in sede di sceneggiatura, firmata come di consueto in prima persona, Labaki si dimostra particolarmente accorta. La cornice narrativa da film giudiziario, che relega il racconto principale a un lungo flashback, crea un minimo distanziamento emotivo nei confronti dei terribili argomenti trattati, margine senza il quale lo spettatore si sarebbe sentito ricattato. Non si tratta dunque di lanciare il sasso e ritirare il braccio, come in parte accadeva nel film precedente della regista, ma di una scelta di pudore e di rigore morale.
Altrettanto felice, ancorché azzardata, è l’idea di aggiungere, a metà film, un coprotagonista ancora più piccolo di Zain. Una scelta che, almeno inizialmente, alleggerisce un po’ il tono del racconto, ma che allo stesso tempo rafforza l’immagine di un’infanzia rubata, facendo di Zain una sorta di genitore putativo a dir poco precoce, e inserendolo ancor più dichiaratamente nella dolente ma nobile coordinata che va da I bambini ci guardano a Germania anno zero, fino a I quattrocento colpi. Sempre al coprotagonista più piccolo, tuttavia, sarà affidato anche un finale di parziale speranza, in cui verrà se non altro appagato un senso di giustizia che si credeva sepolto, e che può invece rappresentare una piccola grande base per costruire un mondo migliore.

di Emilio Ranzato

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18 agosto 2019

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