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Il magistero di pace di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI

· Premiato a Reggio Calabria il cardinale Bertone ·

«Come l’alto magistero di pace del beato Giovanni Paolo II si è posto in continuità con le linee dei suoi Predecessori, così il luminoso e fecondo insegnamento sulla pace del nostro Santo Padre Benedetto XVI segue le grandi traiettorie dottrinali di quanti lo hanno preceduto sulla Cattedra di Pietro». Lo ha detto il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, ricevendo sabato pomeriggio, 3 dicembre, a Reggio Calabria, il premio «Giovanni Paolo II» per la pace, conferitogli dall’associazione Anassilaos.

Nel suo discorso il porporato ha sottolineato come in particolare Papa Ratzinger, «ponendo puntuale attenzione ai valori universali che accomunano le religioni, le culture e i diversi sistemi di pensiero», abbia «individuato in un valore assoluto, la verità, il fondamento della pace». Per questo, nel solco di Papa Wojtyła, l’attuale Pontefice non si stanca «di richiamare i cristiani alla centralità di Gesù che, abbattendo ogni muro di separazione, mostra la possibilità reale, concreta e non generica di un impegno per la pace universale, senza la quale — ha aggiunto citandone il messaggio Urbi et Orbi del Natale 2005 — “è a rischio il futuro del pianeta”». Da qui l’esortazione a uno sforzo comune per essere «dappertutto costruttori della pace vera». Perché — ha spiegato — «può essere portatore di pace chi la possiede in se stesso, così da testimoniarla anzitutto nel proprio comportamento di ogni giorno, vivendo in accordo con Dio e facendo la sua volontà, espressa sinteticamente nei dieci comandamenti». E di conseguenza «i portatori di pace saranno autentici pacificatori, in quanto si sforzeranno di creare legami, di stabilire rapporti fra le persone, appianando tensioni che incontrano in tanti ambienti di famiglia, di lavoro, di scuola, di ritrovo».

In precedenza il cardinale Bertone aveva offerto una riflessione sul magistero di Giovanni Paolo II a proposito della pace. Un tema definito «qualificante sia perché strettamente connesso con la sua vicenda personale, segnata dalla tragedia della seconda guerra mondiale, sia perché innovativo, per taluni aspetti». Specie — ha aggiunto — «negli ultimi scampoli del tormentato secolo ventesimo e agli albori del terzo millennio cristiano, il suo magistero riprende e aggiorna, con accenti inediti, alla luce del nuovo scenario internazionale, l’eredità dei Papi che l’hanno preceduto». Il riferimento è ad «alcune celebri espressioni dei suoi predecessori» che «s’intrecciano nella predicazione» del Pontefice polacco. «Penso — ha detto — al “Mai più la guerra!” del servo di Dio Paolo VI, alla Pacem in terris del beato Giovanni XXIII, al “Nulla è perduto con la pace, tutto può essere perduto con la guerra” del venerabile Pio XII, il primo Papa a dare consistenza a un pensiero critico nei confronti della guerra, il quale proclamò queste pregnanti parole poco dopo l’elezione, un mese prima dell’invasione della Polonia da parte di Hitler».

Il segretario di Stato ha quindi ricordato che nella prima enciclica del suo pontificato, la Redemptor hominis , del 4 marzo 1979, Giovanni Paolo II individuò «nel rispetto dei diritti umani la via maestra per assicurare la pace tra i popoli. Questo legame tra giustizia e pace costituirà il punto nodale degli innumerevoli interventi per la realizzazione della pace, sia in ambito locale e regionale, sia in prospettiva mondiale». Un magistero ricchissimo, quello di Giovanni Paolo II, a cominciare dai suoi messaggi per la Giornata mondiale della pace, che si celebra ogni anno il 1° gennaio. «Pagine di un “sillabario” sulla concordia da sfogliare con attenzione, dove è chiaro l’intento pedagogico», le ha definite il cardinale Bertone, che ha poi messo in luce come non meno importante fosse la tradizionale udienza nei primi giorni dell’anno al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, «occasione privilegiata che Giovanni Paolo II ha sempre sfruttato per uno sguardo a tutto campo sulla situazione internazionale e per dare un personale contributo alla concordia tra le nazioni».

Successivamente il porporato ha evidenziato come nel pontificato wojtyliano alle parole si accompagnassero anche fatti concreti: i viaggi tra popoli in guerra, le visite in zone sconvolte dal terrorismo, le iniziative collaterali e la dottrina del dovere da parte della comunità internazionale di fermare le guerre disarmando l’aggressore. «Giovanni Paolo II si è speso senza risparmio — ha detto in proposito — compiendo viaggi internazionali, incontrando capi di Stato e di Governo, uomini di cultura ed esponenti di spicco della società civile, non lesinando messaggi ai Parlamenti nazionali. Dalla guerra delle Falkland al conflitto in Bosnia, dalla guerra del Golfo alla crisi Usa-Iraq, dall’area mediorientale a quella dei Grandi Laghi in Africa: non c’è zona infuocata del pianeta che non abbia ricevuto attenzione dal Papa». E in questo disegno rientrano anche le tre giornate mondiali di preghiera e di digiuno per la pace nel mondo, ad Assisi, nel 1986, nel 1993 e nel 2002: tappe essenziali nel pontificato, scandite dalla preghiera, dal pellegrinaggio e dal digiuno, «in cui per la prima volta le parole e i gesti di tutte le tradizioni religiose si associano in un’unica invocazione di pace».

Un ulteriore elemento significativo, e per certi versi nuovo, del magistero di pace di Wojtyła individuato dal cardinale Bertone è quello del perdono, considerato a livello politico. «Non viene proposto solo il consueto invito all’esercizio della virtù personale del perdono. Qui si tratta di proporre il perdono considerandolo nel livello politico, cui l’atteggiamento della riconciliazione può giungere». Infine l’ultimo elemento elencato dal porporato è quel continuo spronare i singoli a trasformarsi in operatori di pace, coraggiosi e responsabili, con particolare attenzione a tre categorie di persone, cui Giovanni Paolo II assegna un ruolo di grande importanza e incisività: i giovani, la donna, i cristiani.

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