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Il linguaggio segreto
del bambù

· Riscoprire la virtù, argine alla brutalità del mondo ·

Quando si fa l’elogio della virtù, normalmente s’incontra l’approvazione di tutti. Chi di noi, dotato di buon senso, dichiarerebbe mai di essere contrario a questa qualità morale così necessaria? Fare un discorso sulla virtù sembrerebbe quindi un compito agevole. Nient’affatto. Non ho mancato di osservare, già in passato, come redigere e poi pronunciare un tale discorso sia un compito che i miei colleghi temono; e io non potrei costituire un’eccezione.

Xu Wei, «Bambù», dinastia Ming (particolare)

In un’epoca come la nostra, così spesso dominata dal cinismo o da un edonismo sfrenato, chi si propone di cantare la virtù non ricopre necessariamente un ruolo invidiabile; corre per lo meno il rischio di apparire ingenuo. Ai giorni nostri, in effetti, quando si dice di qualcuno che è virtuoso, si usa un certo tono di condiscendenza, quasi a dire che costui è un tipo rigido, un po’ inibito, che non sa approfittare pienamente dei vantaggi e dei piaceri che la vita offre. A dirla tutta, si tratta di una persona troppo seria, scrupolosa, che facilmente appare noiosa.

Far rimare virtuoso e noioso è forse sconveniente? Scandaloso? Mi riferisco qui a Confucio, che ai suoi tempi, ossia cinque secoli prima della nostra era, lamentava appunto che la virtù, compresa male, spesso annoia: «Ah, se avessi il potere di rendere il desiderio della virtù attraente, eccitante come il desiderio carnale!». Rendere il desiderio della virtù attraente, eccitante come il desiderio carnale? Programma ambizioso!

In vista della sua attuazione, per conferire fascino alla virtù, Confucio ha fatto appello ai riti che comportano bei gesti, e anche alla musica, armoniosa e raccolta, che mentre rallegra favorisce lo slancio della bontà. Volendo poi mostrare che la virtù non è affatto un’idea o una regola astratta, ma è eminentemente incarnata, ha tentato di collegare le virtù umane alle grandi entità viventi della Natura, lanciando la famosa formula: «L’uomo colto ama l’acqua e l’uomo di cuore la montagna». Altrove ha paragonato la virtù di un uomo dabbene alla figura di un alto pino: «È tra i rigori dell’inverno che si apprezza la qualità del pino, che rimane sempre vigoroso, senza appassire».

Di qui è nata una lunga tradizione di letterati — poeti e al contempo pittori — che esaltano certe piante le cui bellezze variegate, ricche di seduzione, possono incarnare virtù specifiche dell’uomo. La pittura dei letterati, divenuta la corrente principale dell’arte pittorica cinese, ha aperto un largo campo tematico. Vi si ritrova tutta la natura, le alte montagne come i grandi fiumi, fiori e uccelli di ogni specie, e anche figure umane, immerse nel paesaggio o ritratte in gruppi isolati. I pittori-letterati hanno comunque prediletto alcune piante, seducenti per la loro bellezza ma anche per le virtù che suggeriscono.

Nell’ottica cinese, non si tratta di semplici idee soggettive che l’uomo attribuirebbe a tali piante; esse, collegate ad altre piante “medicinali”, sono percepite come realmente efficaci. E la parola virtù prende allora il suo senso originario di un agire efficace. Le piante più celebrate sono quattro: il bambù, l’orchidea, il pruno, il loto, battezzate con la bella espressione di “quattro esseri superiori” o “quattro saggi”.

Cominciamo dal bambù, il cui stelo slanciato e le foglie affilate si avvicinano ai caratteri della calligrafia; è diventato la figura emblematica del migliore spirito cinese. I significati simbolici che esso richiama sono numerosi. Innanzitutto la rettitudine e l’elevazione, grazie all’immagine di questa pianta che si slancia dritta, come d’un sol pezzo. Poi, la gioventù e la freschezza di mente, poiché il bambù è sempre verde. Quindi, l’idea di un perpetuo superamento di sé, poiché non si sviluppa lungo una semplice linea continua ma è formato da una sequenza di sezioni, come le tappe della vita, o come salti qualitativi attraverso i quali cerca di superarsi.

Un’altra virtù è suggerita dall’interno del bambù, che è cavo; più esattamente, vuoto. «Avere il cuore vuoto» si dice in cinese xu-xin. È un’espressione tutt’altro che peggiorativa: significa infatti avere un cuore o una mente privi di vanità e sufficienza. La virtù in questione altro non è, dunque, che l’umiltà. Abbiamo con questo esaurito l’elenco delle virtù incarnate dal bambù? In verità, merita di essere segnalato un ultimo punto.

Sappiamo che lo stelo del bambù porta alla sua estremità lunghe foglie fini e mobili, che quando passa una brezza, producono suoni sussurranti e melodiosi. Poeti e pittori amano rimanere seduti in mezzo ai bambù, perché le loro meditazioni si lascino cullare da questa musica intima. Anche la sommità del bambù, pertanto, irradia una qualità suprema: la grazia del raccoglimento e del canto.

Veniamo ora più brevemente alle virtù delle altre tre piante. Il pruno è una pianta tutta di contrasti. Su un ramo rugoso, pieno di vigore, si aprono piccoli fiori delicati, del colore della tenerezza, frementi di vivacità. E soprattutto, il pruno è un albero che fiorisce d’inverno.

Una delle felicità dei pittori cinesi, e di ogni cinese, è andare a contemplare il pruno fiorito in mezzo alla neve. Su uno sfondo di candore, questi fiori dal colore rosa vivace ostentano la loro fierezza di trionfare sul freddo, e di manifestare la loro bellezza a dispetto delle avversità.

Lo stesso per il loto. Cresce nello stagno, al di sopra della melma dispiega la sua presenza nobile ed essenziale. I suoi petali smaltati mai sporchi di fango ne fanno il simbolo della purezza che in nessun modo può essere corrotta, una purezza non imposta da fuori ma proveniente da una forza dell’anima, illuminata da una bontà premurosa. Non è forse evidente che i suoi petali eretti formano una corolla semichiusa, a immagine di due mani giunte in preghiera?

Quanto all’orchidea, grazie ai suoi colori, al suo profumo, alla sua forma indefinibile, incarna una bellezza che incessantemente si rinnova, una bellezza fatta di dolcezza, di delicatezza e di armonia. Inoltre, vivendo al chiuso, l’orchidea sa preservare le proprie virtù, non accetta il compromesso con la volgarità e la brutalità del mondo. Sul piano dell’immaginario, laddove, sulle orme di Balzac, in francese citiamo il «giglio nella valle», un cinese parlerebbe con maggior naturalezza dell’«orchidea nella valle».

A questo punto dovrebbe essere chiaro. Si tratta di collegare le virtù a entità vive della natura che hanno il dono di renderle affascinanti. In altre parole, collegare etica ed estetica e, per questa via, dimostrare una verità ancor più fondamentale, caldeggiata dagli antichi, ossia che a un livello superiore il buono e il bello sono uniti.

di François Cheng

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24 ottobre 2019

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