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Il lento ritorno dei classici

· Fenomeno europeo ·

Dall’ultimo numero di «Vita e Pensiero» pubblichiamo un articolo del bizantinista Paolo Cesaretti. Docente nell’università di Bergamo, di recente ha scritto, con Edi Minguzzi, un originale Dizionarietto di greco (Brescia, La Scuola, 2017).

«See, they return; ah, see the tentative / Movements, and the slow feet, / The trouble in the pace and the uncertain / Wavering! / See, they return…». È passato più di un secolo dacché, nel 1913, Ezra Pound pubblicò i versi di The Return, dove egli si figurava che riapparissero sulla Terra le antiche divinità elleniche “dal piede alato”.

Max Ernst «Edipo Re» (1921)

Oggi, per la capacità metaforica e allusiva della poesia (definita dallo stesso Pound come «linguaggio carico di significato al massimo grado possibile»), i suoi versi possono essere riferiti al lento ma costante, incerto ma percepibile, oscillante ma innegabile ritorno dei classici antichi nel dibattito culturale internazionale: non solo nel campo della produzione libraria ma anche in quello legato alle più dirette (e anche per questo oggi predilette) arti dell’immagine e della visione.
Qualche esempio? Zurück zur Klassik («Ritorno al classico») era il titolo di una mostra a Francoforte del 2013, che con il conforto di un importante comitato scientifico e di un poderoso catalogo suggeriva un “nuovo sguardo” sulla Grecia classica, dando particolare rilevanza alla scultura in bronzo e al suo influsso su Roma. Con Serial/Portable Classic nel 2015 Salvatore Settis firmava un’esibizione singolare e duale, ambientata tra Milano e Venezia, che indagava il concetto della serialità ripetitiva nell’arte, dalla Grecia classica a Roma antica alla modernità europea. Nel 2017 la famosa esposizione d’arte contemporanea Documenta non veniva inaugurata, come di consueto, a Kassel ma ad Atene. All’insegna di Learning from Athens, vari contesti “classici” della capitale ellenica divenivano scenari per esperimenti artistici nuovi, per lo più installazioni site-specific, laddove il compassato Museo Benaki ospitava la post-baumaniana mostra Liquid Antiquity il cui catalogo, nonostante la grafica pop, presenta vari spunti di riflessione.
E in altri campi della cultura, se non della politica? Il ministro degli esteri britannico Boris Johnson è noto per le sue tendenze antieuropeiste, meno per la sua rigorosa formazione classica: ne dà prova The Dream of Rome (2006), monografia legata a una sua serie per la Bbc dove la farraginosa Unione europea di questi anni veniva confrontata con «the grandeur that was Rome» (Poe). Fu dunque anche un fermento classicista a influire sulla Brexit? La questione è aperta, mentre sul tasto del classico insistono figure intellettuali di valenza anche pubblica nella cultura inglese, come le studiose Edith Hall e Mary Beard, che da posizioni politiche opposte a quelle di Johnson sviluppano un discorso insieme erudito e attualizzante sull’antichità greco-romana e sul suo rapporto con il moderno e il contemporaneo, indagando la prima i temi del razzismo e dell’alterità, la seconda quelli della condizione femminile. E che dire, al di là dell’Atlantico, di Martha Nussbaum con il suo richiamo all’etica antica?
E dunque «vedi, ritornano» i classici in quelle stesse tradizioni culturali che nel secondo Novecento sono state sin troppo leste a emarginare la paidéia antica dal suo stabilito e plurisecolare ruolo di guida nella formazione scolastica. Accade così che si parli spesso di ritorno del classico anche in Italia, per il successo di alcune operazioni editoriali, per la persistente seduzione del teatro ispirato all’antichità (dalle rappresentazioni di Siracusa a nuove forme di coinvolgimento del pubblico giovanile), per alcune drammatizzazioni dell’antico attraverso le tecniche dello story-telling, nonché per la “tenuta” delle iscrizioni al liceo classico. Con la sorpresa che in alcune città (per esempio a Milano) la domanda di accesso da parte degli studenti è risultata superiore ai posti effettivamente disponibili.
Occorre però domandarsi se, prima di questo “ritorno”, da noi i classici siano mai veramente “fuggiti”. Sì, perché la tradizione culturale italiana è unica e diversa, sia rispetto al gruppo delle varie tradizioni occidentali, sia rispetto alla consorella mediterranea, cioè alla Grecia. È in effetti solo nella nostra penisola che si trova una così antica e ininterrotta presenza di attenzioni diffuse alla cultura classica, latina e greca insieme. Dalle già menzionate copie romane della statuaria e dell’architettura greca ai calchi greci nella poesia latina, a sua volta imitata dai nostri poeti in lingua volgare, e di qui al Rinascimento e poi anche alle lingue germaniche: la continuità è tale e tanta (bene lo testimonia la collana sulla Memoria dell’antico nell’arte italiana, Einaudi) che solo qui poteva nascere, per reazione, la prima avanguardia artistica del Novecento, il futurismo.
Si aggiunga che sono passati quasi 160 anni dalla legge Casati, istitutiva (con molto altro) del liceo classico, e che ancora si discute di come sia possibile riformare quella veneranda istituzione scolastica, che consente all’Italia di preservare non solo l’ultimo ma ormai l’unico programma di studi superiori europeo che mantenga viva l’istruzione classica, con l’apprendimento delle lingue greca e latina. Occorre perciò domandarsi se il liceo classico, lungi dall’essere causa istituzionale e sociale del persistere della memoria dell’antico in Italia, non ne sia piuttosto, e non troppo paradossalmente, un effetto.
Sotto questo aspetto merita considerare l’entusiasmo con cui giovani provenienti da altri percorsi di studi superiori frequentano i laboratori di “Greco zero” presso le nostre facoltà umanistiche, confidando nel valore fondante del greco per la costituzione del loro percorso formativo e non appagati dalla massificazione prêt-à-porter dei cultural studies . Molti tra loro rimpiangono di essere stati deprivati dell’esperienza della lingua greca e della sua bellezza quando, da adolescenti, erano stati illusi con il miraggio cangiante dell’attualità (che però se è attuale oggi non lo sarà domani) o fuorviati dal luogo comune per cui il liceo classico sarebbe una scuola d’élite, di cui diffidare.
Tale era certo, e consapevolmente, nel 1859 sabaudo del ministro Casati, che attraverso il greco (attraverso la novità del greco, basato sui metodi allora recenti della Altertumswissenschaft tedesca) intendeva formare una nuova classe dirigente per uno Stato nuovo. Oggi invece il potere costituito ha ben altri sistemi di autoriconoscimento, selezione e autoconservazione rispetto al sapere di greco e di latino. Però quella conoscenza favorisce la comprensione dei processi storici e culturali in atto, e aiuta a identificare i nuovi volti del potere. Sì, perché la materia del nostro pensiero è fatta di parole greche, soprattutto, e latine.
È così ovunque, e specialmente in Italia, dove l’Antico — la sua presenza, la sua diffusione, la sua continuità, il suo apprezzamento — ha implicazioni e sfumature senza pari. È inscritto a tal punto nella memoria storica, visiva e paesaggistica, ne è a tal punto storicizzata la tradizione di tutela e salvaguardia (le moderne Soprintendenze artistiche e archeologiche sono nate in Italia), che è persino limitativo ridurlo a materia e segmentarlo in disciplina, come nei famosi Ssd (Settori scientifi co-disciplinari) del nostro Miur (Ministero per l’istruzione, l’università e la ricerca). Come un corpo vivente è ben più che la somma degli arti che lo costituiscono, così la memoria diffusa dell’Antico in Italia non è un aggregato di Ssd.
Non si tema dunque di riconoscere la nostra tradizione classica, nel suo complesso, come un vero e proprio bene culturale, anche se ancora implicito e non dichiarato; un bene collettivo, come tale da conoscere, conservare, proteggere e valorizzare. Non si limiti perciò il discorso sull’Antico alla sfera scolastica e nemmeno erudita ma lo si accolga come discorso di memoria civile e anche politica, nel senso alto di “pertinente alla comunità”. Le nostre istituzioni concorrono a buon diritto per la certificazione Unesco dei più vari siti di rilevanza architettonica o artistica, per tacere di varie nostre afferenze al patrimonio culturale immateriale dell’umanità, incluse (sic) la pizza napoletana e la dieta mediterranea: perché non la nostra unica e plurimillenaria memoria dell’Antico? Come spesso accade, ciò che più è evidente è più nascosto.
Due anni cruciali della storia del secondo Novecento, il 1968 e il 1989, sono segnati da produzioni culturali italiane di elevata qualità e rinomanza internazionale che anche in quei gravi snodi storici e antropologici testimoniarono la capacità italiana di declinare in varietà di forme l’Antico, e di trarne linfe nuove per la comprensione del presente. Al 1968 risale l’ Odissea televisiva di Franco Rossi (con Mario Bava e Piero Schivazappa), introdotta dalle recitazioni di Giuseppe Ungaretti; all’epoca Pier Paolo Pasolini aveva già girato l ’Edipo re (1967) e nel 1969 avrebbe proposto la sua Medea. In tv un competente innovare radicato nella tradizione, al cinema la sottolineatura di una alterità perturbante, maturata grazie alle letture di Marcel Mauss e Claude Lévi-Strauss, sottolineata dalla scelta di Maria Callas — greca e barbarica insieme, agli occhi di Pasolini — per il ruolo di protagonista tragica. L’“eretico” Pasolini aveva celebrato le esequie non del classico, ma della sua visione tradizionale. Aveva così rinnovato la sua vitalità.
Anche attraverso l’opera di Giuseppe Pontiggia (il suo “giallo filologico” Il giocatore invisibile è del 1978, i saggi letterari del Giardino delle Esperidi sono del 1984) si disegna un ponte che dal 1968 porta al 1989, con l’affermazione di due testi letterari di soggetto mitologico, ancora una volta complementari e diversi: Il canto delle Sirene di Maria Corti e Le nozze di Cadmo e Armonia di Roberto Calasso (1988), il cui esergo riporta (un poco forzando la traduzione) le parole del neoplatonico greco Salustio, per cui «Queste storie [i miti] non avvennero mai, ma sono sempre».

In riferimento alla persistente seduzione della tradizione classica nella millenaria cultura bizantina, Ernst Kitzinger parlò di «ellenismo perenne». Ora, se mai esiste un luogo in cui il classico può essere più perenne che altrove, questo luogo c’è: ed è, nonostante tutto, qui.

di Paolo Cesaretti 

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