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Il mantello che guarisce

· Iconografia dell’emorroissa nell’arte paleocristiana ·

Una vena aniconica (che non ammette immagini) attraversa i primi secoli del cristianesimo, forse per aderire all’atteggiamento antidolatrico, fissato in una legge celebre del Decalogo (Esodo 20, 4-5) che fa divieto di creare simulacri sacri, e che conobbe uno sviluppo esegetico nel Deuteronomio (4, 14-19). 

Tale atteggiamento fluisce, in tutti i suoi termini, nel comportamento paleocristiano, come ben chiarisce un dossier patristico, dal quale emerge per forza e lucidità un brano dell’Octavius di Minucio Felice: «E perché dovrei scolpire un simulacro di Dio, quando, se ben rifletti, l’uomo stesso è il simulacro di Dio? Perché dovrei erigergli un tempio, quando tutto il mondo creato da lui non riesce a contenerlo?” (Octavius 32). In oriente si esprimono negli stessi termini Clemente Alessandrino (Protreptico 4, 45-46) e Origene (Contra Celsum 8, 17, 20).

Pannello musivo con scena di guarigione dell’emorroissa  (Sant’Apollinare Nuovo, Ravenna, VI secolo)

L’atteggiamento antidolatrico, e non anticonico, come si è ritenuto in passato, si affaccia nel iv secolo, quando Epifanio di Salamina, in una lettera conosciuta anche attraverso la traduzione di Girolamo (Epistula 51), racconta, con dovizia di particolari, di una sua escursione in un villaggio palestinese, dove aveva visto una tela con le immagini di Cristo e degli altri santi.
Eusebio di Cesarea entra pienamente nei termini della questione: Costanza, sorella dell’imperatore Costantino e vedova di Licinio, aveva richiesto proprio al padre della Chiesa di corte l’immagine di Cristo, ricevendo un netto rifiuto, poiché, secondo quanto specifica il biografo di Costantino, non è possibile rappresentare l’invisibile.
Ma la posizione di Eusebio sembra oscillante, al proposito, se, mentre dimostra una posizione rigorista allorquando si rappresenta il sacro, similmente sottolinea enfaticamente la rappresentazione di scene cristiane commissionate direttamente dall’imperatore.
Nella Vita Constantini, infatti, Eusebio descrive alcune fontane e piazze di Costantinopoli che — su commissione dell’imperatore — erano state decorate con le immagini di Daniele tra i leoni e del Buon Pastore, né sembra biasimare l’intenzione di chi fece rappresentare il miracolo della guarigione dell’emorroissa, pur puntualizzando che l’operazione risentiva di un’“usanza pagana” (Vita Constantini 7,18).
Fermiamoci su quest’ultima testimonianza che fa riferimento al gruppo scultoreo fatto costruire a Paneas, nota come Cesarea di Filippi, dalla donna affetta da emorragia e guarita per aver toccato un lembo del manto di Gesù (Matteo 9, 18-22 = Marco 5, 21-23 = Luca 8, 40-48). In un frammento del Commentario sul vangelo di Luca si ricorda che in un monumento bronzeo, sistemato su una pietra innalzata davanti alle porte della sua casa, si riconosceva la donna in ginocchio, con le mani levate. Dinanzi a lei un uomo stante in tunica e pallio tende una mano destra nel gesto della parola. Ai suoi piedi cresce una strana pianta, considerata un medicamento per qualsiasi malattia. La gente dice che la statua rappresenta proprio il Cristo, e che il complesso di bronzo fu distrutto dall’imperatore Massimino.
Eusebio dichiara di aver visto personalmente il monumento riferito proprio alla committenza dell’emorroissa durante una visita a Cesarea di Filippi e la sua accurata descrizione anche nell’Historia Ecclesiastica sembra confermarlo (VII, 18).
D’altra parte l’iconografia dell’emorroissa guarita dal Cristo appare nell’arte paleocristiana, proprio secondo lo schema iconografico descritto dal vescovo di Cesarea, a cominciare dal III secolo, in un affresco del cubicolo della coronatio nel complesso catacombale di Pretestato e continuando con altre scene, già del secolo IV, nelle catacombe dei santissimi Marcellino e Pietro e di Domitilla.
Anche gli artifices che scolpirono i sarcofagi scelgono lo schema canonico e lo ripetono, tra il IV e il V secolo, a Roma, a Milano, in Gallia e in Spagna, per sfociare, in un mosaico di sant’ Apollinare Nuovo a Ravenna, oramai del tempo bizantino.
All’episodio fanno riferimento i più noti padri della Chiesa: da Giustino ad Ireneo, da Ippolito ad Origene, da Gregorio Nazianzieno ad Epifanio, da San Pier Crisologo ad Ambrogio che in un rapido passaggio del De Poenitentia (1,7) vede nella miracolata la Chiesa, che mette a nudo le sue piaghe, chiedendo che vengano curate e del tutto sanate.

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