Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Il lavoro non è mai neutro

· Responsabilità per ciò che si produce e creatività ·

«Basta col piagnisteo o con il conto alla rovescia per il giorno della pensione; basta con la pretesa di eternità. Trasmettiamo passione, voglia di esserci e costruiamo spazi liberi a partire dall’esempio personale»: così scrive il sindacalista Marco Bentivogli. Come dargli torto?

Una scena da «Tempi moderni» di Charlie Chaplin

Sempre più in jeans e polo che in tuta, il lavoratore si confonde nell’indifferenziato del nostro tempo. Il lavoro finisce inoltre associato a una triste necessità per guadagnare qualcosa a fronte di una diffusa rassegnazione, che si esprime in molteplici affermazioni: «non c’è lavoro per tutti!», «purtroppo devo lavorare, ma se avessi soldi mi godrei la vita», «il lunedì al lavoro è deprimente quanto una multa sul cruscotto», «non vedo l’ora del fine settimana!». E poi, perché lavorare nella stagione del «reddito per tutti»? In questo panorama, è difficile sentirsi a casa per chi è stato educato a respirare tra le vette della Costituzione italiana: la cittadinanza è connessa al lavoro, pensato e voluto come protagonismo della persona umana che contribuisce a costruire il bene comune. Siamo fondati sul lavoro. Papa Francesco lo ha ricordato nella sua visita all’Ilva di Genova il 27 maggio 2017: «L’obiettivo vero da raggiungere non è il “reddito per tutti”, ma il “lavoro per tutti”! Senza lavoro per tutti non ci sarà dignità per tutti».

Da che mondo e mondo, il rapporto tra l’uomo e il lavoro non è mai stato semplice. Nel mondo antico il lavoro era visto come degradante, perché associato alla schiavitù. Il popolo d’Israele ne ha fatto concretamente i conti nell’esperienza dell’esodo: in Egitto il lavoro era schiacciato sotto le pretese dei numeri. Da schiavi bisogna produrre sempre più, alle dipendenze di chi domina. Il cammino di liberazione porta a risignificare il lavoro: al termine del libro dell’Esodo, infatti, Israele lavora per costruire il santuario della presenza di Dio. Lo abbellisce e lo rende degna dimora. La liberazione è così confezionata: dalla schiavitù ripetitiva alla creatività artistica. Dentro a questo percorso ci sta la sfida di ogni tempo: liberare il lavoro come esperienza di dignità umana. Persino l’industria o il lavoro 4.0, quella tecnologico per intenderci, non può sottrarsi a questa liberazione. L’innovazione non può essere subìta (sarebbe schiavitù!), ma va guidata perché l’intelligenza artificiale e i robot siano al servizio dell’uomo.

Il magistero della Chiesa presenta il lavoro utilizzando quattro aggettivi: libero, creativo, partecipativo e solidale (Evangelii gaudium 192). È immaginabile come una croce a quattro bracci, dove ogni aggettivo indica una liberazione da promuovere.

La libertà ricorda che l’uomo non è un ingranaggio nel sistema di produzione. Da Tempi moderni di Charlie Chaplin al tempo di Amazon, i rischi di schiavitù si ripresentano in forme nuove. Lavori sottopagati, occupazioni sotto ricatto, lavoratori “in nero”, contratti precari non sono poi così rari nel panorama odierno. È curioso poi che si parli più facilmente di «tempo libero» che di «lavoro libero». Di strada da fare ce n’è ancora molta.

La creatività è il braccio che si libera della ripetitività. Nell’era della tecnologia la fantasia umana si gioca in un’impresa che sa produrre risparmiando sull’utilizzo delle risorse. L’economia circolare, le forme di riciclo, la cosiddetta green economy, la protezione della biodiversità sono alcuni esempi che suggeriscono la necessaria creatività. L’immagine e somiglianza dell’uomo/donna con il Creatore si manifesta non solo per essere creatura che si prende cura delle creature, ma per la creatività che mantiene e migliora il dono ricevuto.

La partecipazione è il braccio della croce che esprime un bisogno di senso, dato dalla relazione e dalla presenza. La liberazione esige di abbandonare l’estraneità della vita di chi lavora dall’opera che realizza. Chi produce una testata nucleare, ad esempio, non può tirarsi fuori da una responsabilità: ogni lavoro non è mai neutrale. Costruisce o demolisce modelli di relazioni sociali. Sentirsi partecipi è un coinvolgimento etico e umano: ciò che si produce non è altro dall’umanità che si incarna nel concreto. C’è pure chi non partecipa per nulla, o perché disoccupato, o perché in cerca di lavoro o perché in perenne stand-by (i cosiddetti Neet, ossia i giovani né impegnati nella formazione né nel lavoro): l’attenzione nei loro confronti è perché nessuno si senta «scarto umano».

Da ultimo, la solidarietà è il braccio che coniuga fraternità e lavoro. Non è detto che i luoghi di lavoro siano anche fraterni. Talora la competizione o l’indifferenza rischiano di far saltare il valore aggiunto di un’attività lavorativa: il suo essere esperienza sociale. Laudato si’ 159 afferma che «ormai non si può più parlare di sviluppo sostenibile senza una solidarietà fra le generazioni». Il lavoro come esclusiva concorrenza appare sempre più come una guerra tra poveri. La solidarietà, invece, sa inventarsi nuovi modi di esprimersi: si pensi alle forme di microcredito o alla riduzione della settimana lavorativa o a forme di libera autotassazione per mantenere posti di lavoro a colleghi che rischiano di rimanere disoccupati.

Anche oggi i quattro bracci della croce del lavoro hanno bisogno di essere liberati. Possa la Pasqua coincidere con la loro fioritura. Ci vuole coraggio. Lo chiedono le giovani generazioni, che rischiano di perdere di vista il senso del lavoro, in stretto legame con la vocazione di rispondere generosamente al progetto di Dio. Creativi alla scuola del Creatore.

di Bruno Bignami

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

22 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE