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Per il lavoro e una vita degna

· La Settimana sociale promossa dall’episcopato argentino ·

Nel contesto di una realtà sociale in cui un terzo della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà, e con una disoccupazione che ha già superato la doppia cifra, si è svolta, nei giorni scorsi, la Settimana sociale voluta dalla Commissione episcopale per la pastorale sociale della Conferenza episcopale argentina (Cea). Queste giornate, che hanno avuto come motto «Lavoro: chiave per lo sviluppo umano integrale», si inseriscono nel quadro di un’attività ad ampio spettro partecipativo e impatto referenziale che, da venticinque anni, si porta avanti nella città bonaerense di Mar del Plata.

Nel suo discorso d’apertura, il vescovo di San Isidro, Óscar Vicente Ojea, presidente della Conferenza episcopale, ha sottolineato il bisogno di rinnovare, a tutti i livelli dirigenziali e con tutto il nostro essere, la passione che coinvolge spirito, intelligenza e sensibilità. «La missione è una passione per Gesù ma, al tempo stesso, è una passione per il suo popolo», ha detto monsignor Ojea citando l’esortazione apostolica di Papa Francesco Evangelii gaudium (n. 268). Sviluppando il tema, il presidente della Cea ha detto che «nella missione del dirigente occorrono oggi più che mai tre passioni: una passione per la patria, una per la giustizia e l’equità e una passione per l’incontro e la pace degli argentini». Il concetto di patria, ha aggiunto, «ha a che vedere con le radici, con l’appartenenza più profonda a una comunità, con la nostra prossimità al fratello, e include la vicinanza, il legame e la presenza». Ha poi evidenziato che «è un dono e un compito, è quanto abbiamo ereditato e ricevuto, è ciò che mi spinge a rendere grazie. Ma, al tempo stesso, la patria è una missione. Siamo chiamati a trasformare quanto abbiamo ricevuto, e in ciò consiste la nostra missione di dirigenti, che deve prenderci la vita e il cuore».

Riguardo alla «passione per la giustizia e l’equità», il presule ha asserito che «il grado di disuguaglianza sociale in cui siamo sommersi è molto elevato e pericolosissimo per il nostro futuro. Le cause strutturali della povertà risiedono in primo luogo nell’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria. Tale autonomia è difesa da ideologie che negano il diritto di controllo degli stati incaricati di vegliare sul bene comune. Ciò non significa condannare il capitalismo; quello che la Chiesa rifiuta è l’assolutizzazione ideologica del mercato, che questo si trasformi da mezzo in fine, e che venga proposto come autoregolato e anche come regolatore di tutta la vita sociale». Infine, approfondendo il tema «passione per l’incontro degli argentini e per la pace», Ojea ha osservato che essa «include una sfida culturale e, per poterla affrontare, è indispensabile creare spazi di pensiero e di dialogo anche in questo tempo in cui l’immediato sembra prevalere su tutto. Oggi più che mai è imprescindibile fermarsi a riflettere. Il presidente della Conferenza episcopale argentina ha ricordato al riguardo san Paolo VI e la sua enciclica Ecclesiam suam, dicendo che «il dialogo deve essere chiaro, cordiale, fiducioso e prudente».

Anche il vescovo di Lomas de Zamora, Jorge Rubén Lugones, presidente della Commissione pastorale, ha affrontato l’argomento, in sintonia con monsignor Ojea. Nel suo intervento, Lugones ha affermato che, quando il modello di sviluppo economico si basa «esclusivamente sull’aspetto materiale della persona, finisce col beneficiare solo alcuni e danneggia l’ambiente». In tal caso, ha aggiunto, «genera un clamore — sia dei poveri sia della terra — che esige da noi una nuova rotta, una rotta che, per essere sostenibile, ha bisogno di collocare al centro del sistema economico la persona umana — che è sempre un lavoratore o una lavoratrice — integrando la problematica lavorativa con quella ambientale». Il vescovo ha quindi dedicato parte della sua conferenza al ruolo della donna nel campo del lavoro e ha invitato a garantire la presenza e il protagonismo delle donne anche nell’ambito lavorativo: «La persistenza di molte forme di discriminazione che offendono la dignità della donna nella sfera del lavoro si deve a una lunga serie di condizionamenti dannosi, a causa dei quali le donne sono ancora oggi dimenticate nelle loro prerogative, sono spesso emarginate, e persino ridotte in schiavitù».

L’imminente sinodo sull’Amazzonia e l’enciclica Laudato si’ sono stati ricordati spesso negli interventi. Monsignor Ojea si è interrogato dicendo: «Che cosa faremo dell’inquinamento sistematico delle nostre acque? Che cosa faremo della nostra Terra che subisce i danni provocati dagli agrotossici, e della sua conseguente stanchezza? Che cosa si può fare di fronte all’abbattimento indiscriminato di alberi e alla desertificazione, con le loro conseguenze sui cambiamenti climatici? Che cosa si può fare di fronte alle attività estrattive che portano a spremere fino al limite, e al di là del limite, la nostra Madre Terra, allo scopo di poterne tirar fuori il più possibile?». Il presidente, fiducioso, ha concluso affermando che «il prossimo sinodo sull’Amazzonia traccerà linee fondamentali per l’applicazione dell’enciclica Laudato si’ alla nostra realtà sociale ed ecologica».

Durante questo evento formativo e di dialogo tra attori della società civile impegnati per il bene comune, si sono svolti vari dibattiti tra gli esponenti dell’ambito sindacale, imprenditoriale e politico. Tutto ciò ha favorito la creazione di uno spazio di discussione su idee, esperienze e riflessioni riguardo alla rotta politica, economica e culturale del paese, allo scopo di esaminare i problemi emergenti e promuovere nuovi orientamenti operativi. Nel documento conclusivo, la Commissione episcopale per la pastorale sociale e la Conferenza episcopale argentina nel suo complesso hanno affermato: «Ci hanno colpito alcune affermazioni emerse dalle conferenze e dai relatori, dalle tavole rotonde e dai loro partecipanti, come», a esempio, che «il grado di disuguaglianza sociale in cui siamo sommersi è molto elevato e pericolosissimo per il nostro paese». Hanno esortato poi a tener presente che «sono i lavoratori a creare la ricchezza e non è la ricchezza a creare i lavoratori»; occorre «fare un patto per cambiare l’economia attuale e dare un’anima all’economia di domani»; bisogna sostenere lo spazio generato dagli attori sociali al “tavolo di dialogo per il lavoro e una vita degna”; nella sfida lavorativa e sociale della tecno-economia «il nuovo paradigma deve servire alla promozione umana e alla dignità del lavoro piuttosto che alla riproduzione di nuove forme di scarto dei lavoratori».

La dichiarazione finale conclude assicurando l’impegno dei pastori e invitando tutti a partecipare «a un dialogo responsabile e creativo, pensando fondamentalmente al bene comune della patria, al quale dobbiamo dedicare i migliori sforzi personali e istituzionali per ribaltare la difficile situazione sociale del presente e del futuro che viviamo».

di Marcelo Figueroa

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21 agosto 2019

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