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Il lattaio del Pontefice

· Federico Cavallo, il dipendente vaticano che ha accompagnato Francesco in Romania ·

Sveglia alle 4 per portare il latte, e gli altri prodotti della fattoria pontificia di Castel Gandolfo, a Casa Santa Marta, al monastero Mater Ecclesiae e nei luoghi di vendita all’Annona e ai Musei vaticani. Per Federico Cavallo «il lavoro inizia prima dell’alba per fare, da cinque anni, da collegamento tra la Villa di Castel Gandolfo e la Città del Vaticano». È proprio questa «esperienza di servizio umile e responsabile» che ha portato con sé e messo a disposizione il dipendente che ha accompagnato il Papa nel viaggio apostolico in Romania. Fin dalla sua prima visita internazionale, infatti, Francesco desidera che un dipendente faccia parte del suo seguito, per rappresentare tutti coloro che prestano servizio, a vario titolo, in Vaticano.

«In Romania ho incrociato gli sguardi di gente semplice, che non vive nel lusso, che ha conosciuto la sofferenza, che non si vergogna a fare, con dignità e decoro, anche i lavori più umili: mi sono sentito uno di loro e subito ho riconosciuto la loro anima, soprattutto quando ho visto tutti quei pellegrini, tra pioggia e fango, al santuario di Şumuleu Ciuc». È visibilmente commosso Federico — 46 anni, dipendente a Castel Gandolfo dal 1998 — nel rivivere, come un fiume in piena di emozioni e ricordi, questa sua «straordinaria esperienza spirituale e umana».

E per raccontarla, confida, «mi permetto di prendere in prestito le parole di Papa Francesco a Blaj, in quella periferia delle periferie dove domenica pomeriggio ha incontrato la comunità rom: “Ora torno a casa arricchito”. Sì, anche io, nel mio piccolo, sono tornato a casa arricchito e ora sta a me mettere queste “ricchezze” a disposizione della mia famiglia e dei miei colleghi di lavoro: in Romania ho sentito la responsabilità di rappresentarli come meritano». E poi, ha aggiunto, «il fatto che il Papa abbia avuto il coraggio di chiedere umilmente perdono per le discriminazioni contro i rom è stata una bella lezione anche per me, per la mia vita».

Ma non finisce qui. Affascinato dalla «bellezza della liturgia orientale che mi ha fatto sentire parte di una grande tradizione», dice, «a casa ho portato anche la dignità della famiglia che a Iaşi, sabato pomeriggio, ha raccontato al Papa una testimonianza agghiacciante: l’anziana donna, Elisabetta, parlava e il marito Ioan accompagnava le sue parole con le lacrime. Ma anche con le mie di lacrime: non sono riuscito a trattenere il pianto. Al Papa hanno presentato i loro 11 figli e non so quanti nipoti. E hanno parlato di lavoro e di preghiera come il segreto di una famiglia poverissima capace comunque di dar da mangiare a tanti figli».

C’è «una cosa» a cui Federico tiene tantissimo: «Non disperdere questo patrimonio di esperienza, vissuto oltretutto in un clima di grande amicizia e collaborazione con tutti coloro che facevano parte del seguito del Papa». Sì, insiste, «sarebbe superficiale confinare questi tre giorni in Romania, accanto al Papa, nell’album dei ricordi più belli o delle fotografie “storiche” della mia vita. È stata un’occasione unica che, però, non deve solo farmi sentire fortunato e privilegiato ma anche, e soprattutto, responsabile per provare a essere un padre migliore — ho due figli, Giorgia, 17 anni, e Dario, 12 — e un marito migliore — sono sposato da 19 anni con Francesca — e anche per mettere ancora più impegno nel mio servizio, insieme ai miei colleghi». Altrimenti, confida Federico, «non avrebbe senso che come dipendente vaticano abbia partecipato a un viaggio apostolico del Papa».

E c’è già un altro «ambito vaticano» in cui Federico sta sperimentando concretamente e in prima persona questo stile: Athletica Vaticana, la prima associazione sportiva costituita in Vaticano, di cui è consigliere. «Vivo la passione della corsa — racconta — ma con le amiche e gli amici di Athletica Vaticana, colleghi che incontro ogni giorno, non corriamo “e basta”. Abbiamo accolto in squadra due ragazzi migranti africani e stiamo dando vita a tante iniziative solidali con i disabili e per i poveri, insieme all’Elemosineria apostolica, al Dispensario Santa Marta e anche ai Musei vaticani: il 14 giugno accompagneremo 10 atleti non vedenti nel bellissimo percorso di visita tattile plurisensoriale». Inoltre, spiega, «prima di ogni corsa preghiamo insieme distribuendo l’immaginetta della “Preghiera del maratoneta” alle persone che incontriamo per le strade delle gare: un gesto semplice che ci rende ancora più uniti e “in famiglia” quando poi ci troviamo fianco a fianco per lavoro in Vaticano».

Sono «valori profondi» che, conclude Federico, «ho respirato in famiglia: mio padre è da 48 anni custode del convento delle suore Brignoline mentre di mia madre ricordo che, teneramente, mi ha accompagnato per mano a dire una preghiera come ultimo omaggio a Papa Paolo VI, all’indomani della sua morte. Li vedo sempre accanto a Luca, mio fratello, che hanno accolto e amato nella sua fragile disabilità».

di Giampaolo Mattei

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24 giugno 2019

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