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Il John Fante di San Frediano

· L’epica popolare di Vasco Pratolini a venticinque anni dalla morte ·

La Firenze di Pratolini, il più fiorentino degli scrittori del Novecento, è nata a Napoli, dalla distanza e dalla similitudine dei vicoli del centro storico con i Quartieri spagnoli; è una delle sorprese in cui ci si imbatte leggendo quello che l’autore stesso racconta della genesi delle sue opere. Uno scrittore, se non scandalosamente dimenticato, come sosteneva il suo amico Mario Luzi, comunque troppo spesso archiviato nell’angusta casella del folclore locale. Solo nel suo Paese però, visto che è tra gli autori italiani del Novecento più tradotti all’estero, con versioni delle sue opere in oltre venti lingue.

La locandina del film «Le ragazze di San Frediano» di Valerio Zurlini (1955)

Anche la sua biografia assomiglia di più a quella di un romanziere americano che a un poeta laureato italiano, ricorda il precariato perenne — diventato dimensione esistenziale — di John Fante più che il cursus honorum di Giovanni Pascoli.

Autodidatta, orfano di madre e affidato ai nonni — mentre suo fratello Dante sarà affidato a una famiglia nobile fiorentina — inizia a lavorare a dodici anni e svolge i mestieri più vari: garzone di bottega, operaio tipografico, venditore ambulante, rappresentante di commercio, poi giornalista, sceneggiatore e critico cinematografico, traduttore di Victor Hugo, Charles-Louis Philippe e Jules Supervielle. Di giorno lavora, di notte legge e scrive. Alla fine del 1945, in cerca di un’occupazione stabile, si trasferisce a Napoli e comincia a insegnare in un istituto d’arte.

Qui la notte del 3 febbraio 1946 accade uno di quei piccoli miracoli che decidono la scrittura, come Pratolini stesso scrive sul «Corriere del libro» nel marzo 1947 (citato da Walter Siti nell’edizione Bur di Cronache di poveri amanti uscita nel 2011 in occasione del decennale della morte dello scrittore, avvenuta il 12 gennaio 1991). «Erano circa le tre ed era una notte, ricordo, fitta di stelle, senza luna (…) Risalii i vicoli della Speranzella, deserti, oscuri, pieni di rifiuti, tutti soli con la loro miseria secolare. Era Napoli ed era la mia città, Firenze, le viuzze stesse della mia adolescenza. Tornai a casa e scrissi le prime pagine del romanzo che da tanti anni mi accompagnava».

A Napoli stava discutendo con Rossellini sulla sceneggiatura di Paisà e forse è proprio il cinema, quel cinema che lo aiuta a dare una forma alla sua ispirazione, usando il nome di strade realmente esistenti — via del Leone, via dell’Amorino, via delle Belle donne — come un ritornello carezzevole o un contrappunto petroso — Legnaia, Calenzano, i luoghi dei “fattori arricchiti”, o Trespiano, il cimitero più grande della città — ai fatti che racconta.

Il cinema non è certo stato avaro di riconoscimenti nei suoi confronti; oltre alle parole, restano le immagini dei tanti film tratti dai suoi libri, da Cronache di poveri amanti di Carlo Lizzani (1954) a Cronaca familiare (1962) — Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia — di Valerio Zurlini, il regista che sette anni prima aveva diretto Le ragazze di San Frediano, da La costanza della ragione (Pasquale Festa Campanile, 1965) a Metello (Mauro Bolognini, 1970). Senza dimenticare le sceneggiature che contribuì a scrivere: oltre al già citato Paisà, Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti e Le quattro giornate di Napoli di Nanni Loy. In tempi più recenti dal romanzo Lo scialo (1960) e dai battibecchi vivaci, memori delle antiche beffe di Calandrino e Buffalmacco delle Ragazze di San Frediano (apologo che potremmo sottotitolare “o del vanesio punito”), sono stati tratti anche due sceneggiati televisivi, trasmessi dalla Rai nel 1987 e nel 2007.

Cronache è un titolo ricorrente nelle opere di Pratolini, e non è una parola scelta a caso, perché la storia, come direbbe Benjamin, la si ascolta tra i mercati e per le strade. Storie normali, ma vissute nel presentimento del valore eterno di ogni gesto. «Diciamo: amore — continua Pratolini — ma è l’incontro di due creature che vengono di lontano, si prendono la mano per farsi coraggio, siccome il cammino è lungo e bisogna arrivare al confine che introduce all’altra terra, se c’è».

di Silvia Guidi

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23 agosto 2019

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