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Caravaggio e il guardiano

· Una storia napoletana ·

Caravaggio, «Le sette opere di misericordia» (1607)

Lo Spirito soffia nei cuori dei puri. Che sempre sono poi anche umili. Come accade ad Angelo Esposito, il custode del quadro di Caravaggio conservato nella chiesa del Pio Monte della Misericordia a Napoli e protagonista del libro Il guardiano della misericordia di Terence Ward (Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 2016, pagine 232, euro 19). Proprio questo umile personaggio vivrà una grande trasformazione spirituale e morale, vivendo su di sé in modo inconsapevole la frase del vangelo di Giovanni: «In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano che cade nella terra non morrà resterà solo; ma se morrà, darà molti frutti». E nell’aprire il suo cuore alla misericordia, tramite il perdono che concederà alla sua sposa dopo che questa lo avrà tradito, il nostro troverà il bene più grande che nasce dall’amore e dalla riconciliazione. La grazia si manifesterà attraverso il capolavoro di Caravaggio che trasformerà l’esistenza travagliata di Angelo Esposito in una sublime esperienza: Le Sette Opere di Misericordia, che Michelangelo Merisi dipinse nel 1607 e che è custodito nella chiesa del Pio Monte a Napoli ed è affidato alla guardiania di Angelo Esposito. Sono la storia vera di un guardiano, l’autobiografia di uno scrittore e la storia romanzata del celebre pittore a essere narrate in questo libro che avrebbe potuto non esserci: allo scrittore infatti era stato rubato il computer durante la stesura tra le montagne dell’Indonesia dove si trovava ma «dopo un periodo di lutto mi sono rimesso a scrivere. Per ironia del destino, è uscito proprio durante l’anno santo della misericordia» dice l’autore. 

La storia si svolge tra passato e presente in un intreccio tra la Napoli di quattrocento anni fa, quando Caravaggio dipingeva, e la città partenopea di oggi. A fare da trait d’union il custode del quadro. L’incontro con Angelo avviene in modo del tutto inatteso durante un viaggio che l’autore fa con sua moglie Idanna Pucci a Napoli dove decidono di andare in visita a una loro cara amica, Paola Caròla, che negli anni Ottanta fondò a Napoli il Centro Lacaniano di studi psicoanalitici, figlia di Jeanne Caròla, autrice del libro La cucina napoletana, considerato il ricettario più importante dopo quello di Ippolito Cavalcanti.
Durante questo soggiorno l’amica Paola li conduce a visitare la chiesa al Pio Monte della Misericordia. Qui rischiarata soltanto dalla luce che filtrava dalle vetrate della cupola vedono la tela di Caravaggio e mentre sono assorti un uomo va verso di loro: è il guardiano di questo tesoro che si mette a raccontare di quando — e quanto — questo dipinto gli abbia aperto gli occhi e la mente; e le sue parole, così intense, sono la prova del suo innalzamento spirituale: «È il più bel quadro del mondo, un quadro che guarisce le ferite dell’anima e racchiude il segreto della felicità, ama il prossimo tuo come te stesso. È un appello disperato al perdono, alla misericordia. Caravaggio ci colpisce sempre nel profondo spingendoci oltre ogni tabù. Sono persone comuni che si aiutano l’una con l’altra». Perché il tuo prossimo non è chi è legato a te da vincoli di tribù, fede o etnia. «Una vita è una vita: chi conta è la persona» dice Idanna nel libro.
Dal momento dell’incontro con il guardiano la narrazione si alterna dall’epoca attuale all’epoca dell’esilio di Caravaggio da Roma a Napoli dove l’artista crea questa pala d’altare, dando la sua personale interpretazione della grandezza eterna attraverso le opere di misericordia: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, ospitare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti. Alle sei opere di misericordia citate da Matteo (25,35-37) Caravaggio aggiunge la settima — seppellire i morti — a suggello di tutte le altre. Ma le opere di misericordia vivono anche nella Napoli di oggi tanto che il custode conduce l’autore del libro e sua moglie a conoscerle. 

di Rossella Fabiani

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