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Il grido della città

Il variegato mondo della diocesi di Roma, guidato dal cardinale vicario generale Angelo De Donatis, ha accolto Papa Francesco, giovedì sera, 9 maggio, durante l’assemblea diocesana nella basilica di San Giovanni in Laterano. È stato il momento conclusivo del percorso dell’anno pastorale, con lo sguardo rivolto verso il lavoro futuro. Ma è stata anche l’occasione per farsi voce dinanzi al Pontefice del grido che si leva dagli abitanti di Roma.

Al suo arrivo Francesco ha salutato nella sacrestia la famiglia Omerovic, che in questi giorni è stata oggetto di minacce e insulti razzisti in seguito all’assegnazione di una casa popolare da parte del Comune.

Durante il successivo incontro in basilica, dopo l’introduzione da parte del cardinale vicario, ha preso la parola monsignor Mario Pecchielan, parroco di San Giovanni Battista de’ Rossi, che ha offerto una riflessione da sacerdote che come tanti altri vive quotidianamente le gioie e le sfide del servizio pastorale a Roma.

Pecchielan ha ricordato di essere nell’Urbe fin da giovane seminarista, negli anni Settanta. Per questo, è stato testimone delle varie stagioni che la Chiesa locale ha vissuto dal dopo-Concilio in poi. Ha fatto notare come da due anni è iniziato un nuovo cammino in preparazione al grande Giubileo 2025. In questo anno, ha aggiunto, è stato fatto un check-up per verificare lo stato di salute della diocesi e delle parrocchie. In questa analisi sono state riscontrate varie malattie — «stanchezza, autoreferenzialità, divisioni» — ed è stato riconosciuto che, come Chiesa, è stato perso un po’ di «mordente: siamo un piccolo resto e il numero dei lontani va crescendo». Questo, ha aggiunto, può sembrare un quadro pessimistico, ma in verità «è solo una faccia della medaglia; sono le angosce e le tristezze della nostra pastorale».

Allargando l’orizzonte, si può cogliere anche l’altra faccia della medaglia, quella del Gaudium et spes. L’anno in corso, ha spiegato monsignor Pecchielan, è stato dedicato in primo luogo alla memoria a partire dal dopo-Concilio. «È stato — ha detto — un passaggio molto importante; non è stata una cronaca, ma un vero esercizio di fede che ci ha fatto prendere coscienza che in anni molto travagliati, quelli del dopo-Concilio, della sua applicazione, il ’68, il Signore non ha abbandonato la sua Chiesa, ma ha compiuto meraviglie». Sono stati anni «in cui è emersa la carica innovativa del concilio e anche tutta la ricchezza della Chiesa di Roma, dalla riforma liturgica al movimento della catechesi». Tante cose che hanno visto anche il laicato crescere «nella disponibilità e nella maturità». Alle grandi associazioni, ha fatto notare, si sono aggiunti i nuovi movimenti che «hanno introdotto aria nuova e anche qualche problema e anche qualche conflitto, sicuramente, e che si sono sviluppati qui, a Roma, grazie anche alla lungimiranza del cardinale Poletti, che non ha avuto paura del nuovo». Nelle parrocchie, ha continuato, è andata crescendo «la coscienza di essere popolo di Dio: il protagonismo dei laici, il movimento catechistico, il grande sviluppo della carità e del servizio ai poveri, il desiderio di rinnovamento». Sono stati anni travagliati, ha detto, ma anche molto belli: «si cercava, si sperimentava, ci si confrontava, si sbagliava anche, ma si respirava aria nuova e nuovo entusiasmo, con indimenticabili esperienze ecclesiali come il convegno del febbraio del 1974 sui mali di Roma, e poi la missione cittadina che ci ha preparato al grande Giubileo del 2000 e alla bellissima Gmg dell’anno 2000 qui, nella nostra città». La Chiesa di Roma, ha sottolineato il parroco, non è una Chiesa «rassegnata; non è una Chiesa depressa, tutt’altro, ma desiderosa di reagire e di affrontare queste sfide del nostro tempo».

Dopo la memoria, ha continuato monsignor Pecchielan, «c’è stato il passaggio della riconciliazione, perché la memoria ci ha fatto prendere coscienza sicuramente dell’opera di Dio, per cui abbiamo reso grazie». Ma è stato anche il momento della presa di coscienza degli errori, dei limiti. Da qui la richiesta di perdono a Dio e tra i fratelli. Poi, il parroco ha invitato a essere realisti: «il terreno da coltivare è molto arido; le sfide sono enormi e ci sentiamo davvero piccoli e ogni nostra iniziativa sembra insufficiente». Da qui il bisogno di continuare la ricerca di una pastorale che sia sempre più all’altezza della situazione. Il programma pastorale «è un cantiere aperto, per cui non è che tutto è già bello stabilito, schematico».

Purtroppo, ha constatato, si nota un «calo dei battesimi, tanti bambini che dopo la prima comunione non fanno il percorso della cresima», ma anche un «forte calo dei matrimoni in chiesa, calo delle vocazioni — i nostri seminari sono proprio ridotti ai minimi — la pratica domenicale intorno al 9-10 per cento. Non sembri esagerato dire, ha sottolineato, che si è in piena crisi di fede». «Una crisi — ha aggiunto — che intacca le nostre parrocchie che, invece di essere comunità di fede, spesso diventano luoghi, centri sociali o ricreativi — si fa il ballo, si fa lo yoga, si fanno mille cose — e distributori di sacramenti». E in questo contesto, ha proseguito, «entra in crisi anche il nostro ruolo di preti, ridotti talvolta a direttori di azienda piuttosto che padri e maestri di fede».

Come reagire di fronte a tutto questo? «Non con lo scoraggiamento — ha detto il sacerdote — ma con la consapevolezza di avere in mano la forza travolgente del Vangelo che può trasformare la nostra città». Da qui la questione fondamentale e urgente che risalta è una: la nuova evangelizzazione di Roma. La città «è il cuore della Chiesa, è il centro del cristianesimo, ed è doloroso dover dire che è diventata terra di missione». Per monsignor Pecchielan non ci si può più fermare alla Lumen gentium; occorre passare alla Ad gentes. La Chiesa di Roma, «le nostre parrocchie, devono diventare missionarie».

Ha quindi preso la parola Simona Vassallucci, responsabile di due case famiglia nel progetto “Ospedale da campo”. Si tratta, ha spiegato, di un’iniziativa attiva da alcuni anni, che si occupa di realtà giovanili in forte difficoltà e con varie dipendenze. Il progetto, ha aggiunto, «consente di abitare stabilmente tanti ambienti dei ragazzi per dare risposte concrete ai problemi di questa fascia giovanile. Con una formazione semplice, da qualche anno presente in diocesi, e con una metodologia adeguata, tutti noi qui presenti possiamo abitare resistenza periferica di tanti giovani che giocano con la vita, della fede non sanno che farsene». Ogni giorno, ha detto, «verifico che abbiamo uno splendido margine di azione con tante esperienze positive, a patto di impegnarci a generare processi pastorali aggiornati in uscita, senza indugiare sulle abituali iniziative pastoral-parrocchiali». Tantissimi ragazzi sfuggono ai circuiti parrocchiali, come sfuggono a se stessi, alla scuola, alla famiglia, al lavoro, al volontariato, ai servizi sociali, alla sanità, alla legge, al confronto.

È stata poi la volta di due coniugi con due figli: Paolo e Doretta Perelli, i quali si sono fatti interpreti del grido delle famiglie. Quello delle giovani coppie che «decidono di sposarsi tra la speranza che sia “per sempre” e la paura di affrontare ogni giorno». Quello delle coppie che «si aprono alla sfida della genitorialità, dei bambini, degli adolescenti che chiedono a noi genitori radici in un mondo frammentato e ali che accettino l’avventura del volo». Ma anche quello di molte famiglie che «attraversavano tante ferite: quella dell’infertilità, dell’aborto, della separazione, della malattia, sperimentando profonda solitudine». O anche di famiglie «con figli diversamente abili che ogni giorno lottano tra istituzioni e discriminazioni per garantire ai propri figli ciò di cui hanno bisogno». O di famiglie in cui «ci sono anziani che hanno bisogno di cure impegnative e continue e di tanto affetto». C’è anche, ha fatto notare Perelli, il grido sempre più «numeroso e silenzioso di chi vive in stato di povertà». Qui si trova la sfida tra «il rispondere alle urgenti necessità quotidiane, fino al ridare a queste persone e a queste famiglie la dignità di chi può provvedere per se stesso».

Infine, ha parlato don Benoni Amarus, direttore della Caritas diocesana, il quale ha raccontato brevemente l’esperienza che segna molti degli operatori e volontari dell’organismo caritativo e delle parrocchie della diocesi. «Quotidianamente — ha detto — incontriamo situazioni e drammi talmente complessi e dolorosi che l’impotenza potrebbe afferrare il nostro cuore». Don Benoni ha raccontato che le richieste sono tali da restare sopraffatti e «marchiati nel cuore dal dolore per non riuscire a far fronte a tutti. La folla è numerosa e variegata». Tante volte ci si trova nella situazione dei discepoli che «dicono al Signore: duecento denari di pane non basterebbero perché ciascuno abbia un pezzo!». Ogni volta che questo capita, ha affermato, «rinnoviamo la nostra obbedienza al Signore, che dopo aver chiesto: Quanti pani avete?, comanda: Fateli sedere!». Proprio il “farli sedere” è «il primo passo del servizio. Il resto poi, decorre in modo più semplice. A volte ci manca il coraggio di farli sedere, ci manca il posto per farli sedere».

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