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Il grido del Sud Sudan

· Vescovi e Caritas tornano a invocare interventi per salvare i profughi ·

«Interpellati dal messaggio imperativo del Vangelo per la pace e la giustizia chiediamo un’immediata e incondizionata cessazione delle ostilità in ogni parte del Paese: crediamo che il dialogo sia il migliore e l’unico giustificato mezzo per risolvere le controversie e le divisioni tra le parti. La violenza non è mai un’opzione». 

È quanto ribadiscono, con forza, i vescovi di Sudan e Sud Sudan in una nota che arriva mentre il Sud Sudan, a due anni di distanza dall’indipendenza, rischia di precipitare nuovamente sull’orlo di una guerra civile. La popolazione è stremata e gli sforzi compiuti per porre fine ai combattimenti non sembrano dare segnali confortanti. Caritas italiana è impegnata insieme a Caritas Sud Sudan e alle altre Caritas presenti nel Paese nella risposta all’emergenza, offrendo sostegno ai profughi e agli sfollati e provvedendo alla distribuzione di cibo, acqua e servizi essenziali.

Dopo gli scontri nella notte del 15 dicembre scorso, nella capitale Juba si sono sentiti risuonare colpi di armi da fuoco e bombe, e si sono verificati uccisioni indiscriminate di civili inermi in diversi quartieri della città. Da allora, in poco più di un mese, il conflitto ha raggiunto dimensioni catastrofiche, secondo le testimonianze dell’ente caritativo e delle ong presenti nel Paese. Agli inizi di febbraio si contano oltre diecimila morti e circa settecentocinquantamila sfollati (ovvero il 10 per cento dell’intera popolazione sud sudanese). Gli accordi di pace firmati lo scorso 23 gennaio ad Addis Abeba tra il Governo e ribelli del Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese (Splm) non sono riusciti a porre fine alle ostilità e si è costituito un movimento/esercito di resistenza, che punta al rovesciamento del Governo di Juba, accusato di essere autoritario e antidemocratico.

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17 agosto 2019

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