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Il grido degli affamati

· ​Alla Fao illustrata l’enciclica «Laudato si’» ·

Un’azione per uno sviluppo che voglia dirsi sostenibile deve orientarsi al servizio delle popolazioni più svantaggiate e alla preservazione di quei beni come l’acqua, i suoli, le diversità biologiche che — come avverte la Laudato si’ — limitano la speranza di vita di miliardi di persone e rischiano di diventare causa di conflitti. È una delle principali conclusioni a cui sono giunti i partecipanti al dibattito svoltosi a Roma lunedì 26 ottobre su iniziativa della Fao e della missione permanente della Santa Sede presso quella organizzazione.

Jaazeal Jakosalem «Il mondo»

Quasi a confermare l’intenzione di Papa Francesco, che vede l’enciclica come un “ponte” aperto ad accogliere la riflessione di più voci, anche non ecclesiali, l’appuntamento si è svolto alla presenza dei rappresentanti degli Stati membri e dei funzionari della Fao, con gli interventi del direttore generale José Graziano da Silva, dei cardinali Tauran e Turkson, presidenti dei Pontifici Consigli per il dialogo interreligioso e della giustizia e della pace, e dell’osservatore permanente della Santa Sede, monsignor Chica Arellano. «Le questioni della Laudato si’ di fronte al programma per lo sviluppo post-2015»: questo il tema dell’incontro, collocato nell’ambito dell’iniziativa della Fao «Comunicare per suscitare il cambiamento». Del resto l’obiettivo della “cura della casa comune” per la sua ampiezza, la sua dimensione tecnica e per l’indirizzo richiesto all’azione politica è del tutto rilevante per la dimensione internazionale. E lo è per un’istituzione come la Fao che opera per la preservazione dei diversi ecosistemi (dai suoli all’acqua, alle foreste, alle piante), il cui uso razionale è essenziale per favorire lo sviluppo agricolo e liberare l’umanità dalla fame.

Così, alla luce dell’enciclica, gli interventi hanno evidenziato come in quelle situazioni in cui è evidente il mancato sviluppo, sono sempre più complessi gli choc ambientali e le trasformazioni sociali e culturali, ed è sempre più a rischio la conservazione delle risorse naturali. Che nella dimensione internazionale significa operare perché i frutti della creazione siano veramente a vantaggio della famiglia umana e per il bene di ogni uomo, ma questo richiede un’azione concertata. Infatti, lo sviluppo agricolo, la crisi alimentare e la speculazione finanziaria che non risparmiano il settore agro-alimentare domandano interventi precisi che non possono ancora farsi attendere. Sono situazioni che, come ricorda il Pontefice nell’enciclica, riguardano i «poveri più abbandonati e maltrattati», molti dei quali vivono nelle aree rurali e domandano condizioni di vita capaci di superare le effettive ingiustizie. Questo richiede interventi capaci di unire in un’azione comune le istituzioni pubbliche, i governi, le associazioni di contadini, il settore delle imprese agricole. «Non sarà la fame in astratto — ha detto monsignor Chica Arellano — a muovere i cuori e le volontà per porre fine a questa piaga che devasta l’umanità. Quanti la subiscono non sono un semplice oggetto di statistiche e di bilanci. Gli indigenti, gli affamati, quelli che soffrono maggiormente per le inclemenze e i disastri climatici, sono persone». E, ha aggiunto, «sebbene si cerchi di mettere a tacere il loro grido e sebbene sia faticoso ascoltarli, non smettono di gridare, perché i poveri l’unica cosa che hanno è il grido. Queste grida esigono uno sguardo verso i loro volti lacerati, che ci stanno chiedendo con urgenza di uscire dalla nostra passività e dalla nostra indifferenza. Gli esclusi di questo mondo non ammettono attese né proroghe a lungo termine». Gli ha fatto eco il cardinale Tauran, il quale ha attinto alla cultura islamica, citatando il celebre sufi Ali al-Khawwaç, secondo cui «il misticismo è presente in ogni cosa, anche nel volto di un povero». Il porporato ha inoltre assicurato che «i politici possono contare sulla collaborazione dei cristiani in vista di una conversione ecologica che inizia con l’educazione». 

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