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Il greggio inarrestabile vola verso quota 120 dollari

· Ma in Asia il prezzo si raffredda per voci su aumenti della produzione da parte dell’Opec ·

Il prezzo del petrolio tocca nuovi record. Il Brent ha superato ieri i 116 dollari a barile, mentre il Wti (West Texas Intermediate) è andato oltre i 106: ai massimi dal settembre 2008. Scattano in avanti i carburanti: la benzina verde, dopo due settimane di rialzi ininterrotti, ha superato il massimo di 1,560 euro toccato nel luglio del 2008 ed è arrivata a 1,568 euro nei distributori della Esso.

Sui mercati asiatici, questa mattina, la situazione si è calmata a causa delle ultime notizie provenienti dai Paesi dell'Opec (organizzazione che comprende i maggiori produttori di greggio del mondo). Kuwait, Emirati Arabi e Nigeria avrebbero deciso di seguire l’esempio dell’Arabia Saudita e di aumentare la produzione di petrolio nello sforzo comune volto a raffreddare i prezzi del greggio ormai lanciati verso i 120 dollari al barile. Lo ha reso noto ieri il «Financial Times», citando fonti industriali. Quando l’incremento si concretizzerà, cioè all’inizio di aprile, la mossa dei tre Paesi — precisa il quotidiano finaziario — sarà in grado di coprire il buco lasciato dalla Libia che ha interrotto le esportazioni in seguito allo scoppio delle proteste contro Gheddafi. Complessivamente Nigeria, Kuwait e Emirati sarebbero pronti ad aumentare la produzione di 300 mila barili. Una quantità, questa, che va a sommarsi ai 700.000 barili in più immessi sul mercato dall’Arabia saudita.

A livello ufficiale, l'Opec ancora non ha annunciato una decisione comune. I ministri dei Paesi aderenti all’organizzazione stanno tenendo consultazioni informali sui prezzi del petrolio e sull'impatto della crisi libica, ma il cartello non ritiene necessario al momento convocare un vertice straordinario. Lo ha detto un delegato dell’organizzazione, precisando che «c'è una comunicazione tra i ministri ma niente riguardo a un vertice straordinario».

L’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) è pronta ad agire se necessario, ma i problemi alle forniture di petrolio derivanti dalla crisi libica sono finora «limitati». Lo ha assicurato il direttore della divisione mercati energetici dell’Agenzia, Didier Houssin, in un’intervista all’agenzia Reuters. «Siamo pronti ad agire se dovesse essere necessario — ha detto Houssin — ma finora pensiamo che non lo sia perché il livello di interruzione delle forniture non è ancora elevato». Noi — ha aggiunto il direttore — «dobbiamo riconoscere che il petrolio libico è meno del due per cento della produzione globale di petrolio, c'è una capacità di ricambio e finora i raffinatori non hanno manifestato problemi nel trovare soluzioni alternative alle loro forniture».

Intanto, le maggiori società petrolifere statunitensi hanno sospeso il trading con la Libia e molte banche hanno deciso di ritirarsi dal finanziamento di questo tipo di accordi per il timore di essere colpite da possibili sanzioni. Secondo la Reuters, fra le società che hanno sospeso il trading ci sarebbero Morgan Stanley e EXXon Mobil. «Le sanzioni e le restrizioni imposte sulla Libia possono complicare il ritorno alla normalità dei trading e del commercio» ha spiegato Michael Wittner, analista di Société générale. Morgan Stanley ricorre a due o tre cargo di petrolio dalla Libia al mese per rifornire le raffinerie che operano a Grangemouth e a Lavera. L’azienda Conoco, tra i principali cartelli petroliferi statunitensi, detiene un sedici per cento della concessione Waha in Libia.

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