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Il grande inganno

· ​Colloquio con Franco Vaccari ·

«Il nemico è un inganno. Un miraggio creato artificialmente». Franco Vaccari, 67 anni, psicologo, ne è fermamente convinto. Una vita passata ad ascoltare, a capire il significato dietro le parole, a “leggere oltre” gli hanno insegnato, del resto, che non c’è conflitto che non si possa risolvere con la comunicazione. Così come, d’altra parte, parole sbagliate possono incendiare l’odio e innescare spirali incontrollabili di paure, rancori e sospetti. Toscano, («Sono cresciuto con il latte di La Pira», spiega con orgoglio) ad Arezzo ha dato vita a un’iniziativa che nel corso degli anni si è fatta apprezzare in tutto il mondo, conquistando la fiducia dei più importanti leader e organizzazioni internazionali. Rondine-Cittadella della pace, nata nel 1997, ha formato negli anni molti giovani che, partiti da realtà di forte conflitto, se non di guerra, nel borgo sull’Arno hanno imparato a conoscere il nemico, a studiarci insieme, a condividere paure e dolori, prima di tornare a casa e mettere a disposizione del proprio paese questo immenso patrimonio. «È iniziato tutto nel 1995 — racconta Vaccari — quando presi parte a una mediazione internazionale fra russi e ceceni nella crisi del Caucaso. Con me c’erano don Emanuele Bargellini, allora priore di Camaldoli, il futuro vescovo Rodolfo Cetoloni e un giovane tenente della Finanza poi diventato comandante della gendarmeria vaticana, Domenico Giani. Ci incaricarono di far studiare i giovani ceceni che non avevano più le scuole. Noi prendemmo anche i russi. Del resto la nostra ispirazione è chiara: da san Francesco all’opera benedettina fino all’umanesimo toscano».

Ovvero, la pace, il lavoro operoso oltre alla fede, la fiducia nel primato della conoscenza... Come avviene oggi la selezione dei giovani?

Attualmente lavoriamo in 25 paesi, quasi tutti quelli dove sono in corso guerre o dove sono presenti comunque situazioni di conflitto. Mandiamo il nostro bando di partecipazione attraverso le università, dove ci sono, oppure ambasciate, organizzazioni non governative. Poi andiamo sul luogo per scegliere coppie di partecipanti, composte da “nemici”, che ospiteremo per due anni. Nel corso di questo periodo i nostri ospiti si iscrivono a un master universitario a loro scelta, presso diverse università con cui collaboriamo. E poi imparano il nostro metodo. Che è il metodo della condivisione, della conoscenza reciproca dei problemi, dell’ascolto. Ma prima di tutto imparano l’italiano, che è la lingua ufficiale della cittadella della pace. E devo dire che lo studio della nostra lingua aiuta molto.

Abbastanza sorprendente, visto che l’uso che se ne fa negli ultimi tempi, almeno nei confini nazionali... forse all’estero sanno apprezzarlo maggiormente...

Ha ragione, è così... Eppure è incredibile come lo studio in comune di una lingua straniera, con tutte le difficoltà che questo comporta, contribuisca alla nascita di un linguaggio nuovo e di nuovi contenuti. Le racconto questa esperienza: tempo fa avevamo fra gli ospiti, come coppia di “nemici” due ragazze, una armena, l’altra azerbaigiana. Accade che quasi contemporaneamente i rispettivi fratelli finiscono nelle mani delle fazioni avverse. Cala, comprensibilmente, una coltre di silenzio, il dialogo si fa difficile. Le ragazze non sanno che dire. Poi improvvisamente si abbracciano. Raccontano che guardandosi avevano riconosciuto esclusivamente la condivisione di un unico dolore. La ragazza azerbaigiana, la sera, si mette in contatto con la sua famiglia. Prova a spiegare quello che è le accaduto. Non ci riesce. Non riesce nella sua lingua. Non riesce con l’inglese. Le escono solo parole in italiano, perché in quel momento era l’unico linguaggio della pace che conosceva: non riusciva a trovare termini che esprimessero fedelmente quello che aveva provato. Un fenomeno che, devo dire, ha suscitato persino l’attenzione e la curiosità degli studiosi delle neuroscienze.

E anche di personalità di primo piano... Papa Francesco in particolare ha appoggiato la vostra campagna che chiede ai governi di rinunciare a una cifra simbolica del loro budget militare per destinarla alla formazione di nuovi leader di pace a Rondine...

È così. Papa Francesco ci ha dato grande appoggio. L’iniziativa è stata presentata al corpo diplomatico della Santa Sede, al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il quale l’ha sottoscritta nel febbraio scorso e poi ha mantenuto l’impegno venendoci a trovare a Rondine e portando con sé la cifra che sarebbe servita a comprare 5 fucili, quindicimila euro circa. Si tratta di piccoli “sacrifici” ma di grande valore simbolico. Il cardinale Bassetti, che era presente durante la visita di Conte, ha notato che siamo riusciti laddove non erano arrivati neanche La Pira e Follereau... (il primo chiese invano a Fanfani di devolvere una cifra della spesa militare ai monasteri di clausura che pregavano per la pace, il secondo come noto affermò che con la spesa che occorreva a comprare un caccia si sarebbe debellata la lebbra nel mondo, ndr). In effetti si tratta di operazioni che sono complicate anche sotto l’aspetto della burocrazia. Quando naturalmente anche quest’ultima non viene usata come alibi...

Avete avuto modo di verificare i risultati delle vostre iniziative?

Molti. Abbiamo contatti con l’ambasciata di Israele, con quella di Giordania, della Germania, dell’Olanda, della Nigeria, della Svizzera... Le assicuro che non è scontato. E i nostri studenti riescono a incidere. Molti si sono imposti a livello politico. Nei conflitti del Caucaso del sud, per esempio. In Armenia abbiamo una eletta al parlamento. In Sierra Leone i nostri studenti sono presenti nei villaggi più sperduti. Abbiamo cominciato ad avere contatti in Libia. Certo, ci piacerebbe che questo nostro “laboratorio artigianale” potesse avere in futuro numeri più grandi, avere almeno 50-60 giovani da formare ogni anno. Ma nel frattempo stiamo lavorando anche nella formazione dei leader d’impresa, in modo che siano educati in modo diverso, più consapevole, secondo quella che è stata felicemente definita “ecologia umana”.

Lei parla spesso della “necessità di uscire dai veleni dell’inimicizia, che incubano ovunque”. Dove, in particolare, oggi?

In ogni relazione umana. Il tema è rendersene conto. Capire che il nemico è sempre in agguato per poi verificare come sia facile destrutturarlo. Lo si può constatare anche in famiglia o nelle stesse diverse confessioni religiose. È drammatico apprendere che oggi due miliardi di giovani fra i 14 e i 30 anni vivono divisi da una barriera. Fisica o ideale.
Due miliardi divisi, appunto, da un grande inganno.

di Marco Bellizi

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20 settembre 2019

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