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Giusto equilibrio

· La delicata gestione delle priorità nel trattare i pazienti ·

Molto spesso la cura di malati — in presenza di una quantità definita di operatori sanitari, medicinali e posti di cura — non può essere rivolta a tutti, e soprattutto non nello stesso momento: si impone, quindi, una scelta, che prende oggi il nome di triage e che è un’operazione ovviamente molto discussa.

Il termine triage deriva dal verbo francese trier, in uso dal XIV secolo con il significato di classificare o selezionare. La parola ebbe successo soprattutto in ambito militare: in questo contesto, l’origine del significato è attribuita al barone Dominique Jean Larrey, capo-chirurgo nell’esercito di Napoleone, che codificò uno dei primi sistemi di classificazione dei feriti sulla base della loro gravità (anziché della nazionalità, come in uso precedentemente).

Negli ultimi decenni il termine triage si è esteso ampiamente dal contesto militare a vari ambiti della medicina per indicare sistemi di classificazione dei pazienti in base all’urgenza, specialmente nei dipartimenti di emergenza e nel pronto soccorso.

Ma i criteri della classificazione, e il fatto stesso di farla, possono essere soggetti a critica: già nel «Time» dell’11 novembre 1974, si leggeva che triage è un «concetto crudele che insegna che, quando le risorse sono scarse, bisogna allocarle dove producono la maggiore utilità». Il triage è quindi esplicitamente associato a un approccio utilitarista.

Tuttavia, il triage non è solo questo, ma ha caratteristiche diverse a seconda delle circostanze. Per esempio, è assai diverso il triage che attua un singolo medico che debba attribuire le priorità tra un gruppo di pazienti in condizioni di emergenza e il triage applicato da istituzioni o commissioni nella scelta delle priorità per l’allocazione delle risorse.

Nel primo caso, il triage determina una violazione dell’etica ippocratica. Secondo l’etica ippocratica, infatti, il fatto che ci sia un paziente in più gravi condizioni non autorizza il medico ad abbandonare il paziente, meno grave, che sta curando. Tuttavia, è assai difficile, o forse impossibile, applicare un’etica strettamente ippocratica.

La sfida è quindi, come già osservavano nel 1995 i vescovi cattolici statunitensi riuniti nella Conferenza episcopale, trovare il giusto equilibrio che consenta, nell’allocazione delle risorse, «sia di promuovere l’equità delle cure — cioè, assicurare che il diritto di ogni persona alle cure basilari venga rispettato — sia di promuovere la salute di tutti nella comunità».

di Carlo Petrini

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26 febbraio 2020

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