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Il giudice ragazzino

· Rosario Livatino nelle sue agende ·

Pubblichiamo stralci del libro La notizia diventa storia del caporedattore del quotidiano «La Sicilia» (Catania, Domenico Sanfilippo Editore, 2016, pagine 99, euro 8). Un viaggio alla scoperta della banalità del male della mafia 2.0, ma anche del narcisismo suicida dell’Is e del dolore ridotto a pretesto per reality show. Un testo di grande attualità in questi giorni in cui non si è ancora spenta l’eco della morte di Bernardo Provenzano, soprannominato Binnu ‘u tratturi per la violenza con cui falciava i nemici. «L’augurio che possiamo fare — ha detto l’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice — è che per lui ci sia la misericordia, ma per noi uomini deve continuare il cammino di legalità; ci possiamo augurare il riscatto da un potere che schiavizza». Un vasto cambiamento culturale è in corso, ha aggiunto l’arcivescovo di Monreale Michele Pennisi, nel cui territorio ci sono paesi come Corleone e San Giuseppe Jato, «è cresciuta soprattutto la presa di distanza da parte dei giovani. Merito del lavoro che si è fatto nelle scuole, nelle parrocchie».

Il 21 settembre 1990 gli inquirenti che per primi accorsero sul viadotto Gasena, lungo la statale che da Caltanissetta porta ad Agrigento, trovarono nel vallone sottostante il corpo privo di vita di un giovane magistrato. Quel giorno, come al solito, Rosario Livatino, all’epoca giudice a latere nel Tribunale di Agrigento, e nel decennio precedente sostituto procuratore della Repubblica nella Città dei Templi, viaggiava senza scorta, sulla sua ford fiesta amaranto, da Canicattì verso il luogo di lavoro.

Lungo il tragitto quattro killer, due in auto e due in moto, prima spararono sull’auto del magistrato e poi lo inseguirono a piedi per i campi fino a colpirlo a morte. Gli investigatori trovarono addosso al giudice assassinato un’agenda, che nella prima pagina conteneva una sigla con tre lettere maiuscole e puntate: s.t.d. Sembrò, in un primo tempo, una pista per orientare le indagini e svelare il mistero dell’assassinio, che seguiva di due anni un altro delitto eccellente compiuto nella zona, quello del giudice Antonino Saetta. In quella sigla c’era in effetti il segreto della vita del giudice ragazzino, ma un segreto diverso da quello che tanti immaginavano. s.t.d. non erano le iniziali di potenziali nemici mafiosi: quelle lettere dell’alfabeto indicavano invece un atto di affidamento, stavano per Sub Tutela Dei (“Sotto la tutela di Dio”). In tutte le agende del magistrato, dal 1978 al 1990 troviamo questa sigla, che suona come un programma. Livatino si mette sotto lo sguardo di Dio perché sa che per applicare la giustizia occorre una luce che illumini tutti gli aspetti della realtà e non faccia dimenticare mai che gli indagati, anche se colpevoli di reati gravi, sono comunque persone.

Attraverso le parole del giudice ragazzino possiamo comprendere meglio il suo “segreto”: la fede, per lui, non era un fatto estrinseco alla vita. La sigla s.t.d., del resto, lo lascia intendere: la fede è una luce che illumina le scelte quotidiane, che fa vedere negli altri, anche nei più incalliti delinquenti, un seme di umanità, che offre prospettiva al cammino dell’esistenza.

Livatino è stato un testimone della fede in terra di mafia per essersi impegnato nel suo lavoro di magistrato «non solo a rendere concreto nei casi di specie il comando astratto della legge» ma anche a «dare alla legge un’anima, tenendo sempre presente che la legge è un mezzo e non un fine». Il fatto che il processo canonico per la sua beatificazione, apertosi il 21 settembre 2011, sia arrivato speditamente verso la conclusione nella sua fase diocesana è il segno che la testimonianza offerta dal giudice ragazzino è quanto mai attuale per la presenza della Chiesa nell’isola. Ma, al di là di questo, il materiale offertoci dalle agende di Livatino ci fa capire perché effettivamente egli sia divenuto un “modello”: è stato un laico credente a cui tutti possono guardare con speranza.

di Giuseppe Di Fazio

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20 ottobre 2019

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