Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Venti oggetti
per capire Shakespeare

Non è difficile, nei teatri italiani che mettono in scena Shakespeare, imbattersi, già alla fine del primo atto, in una platea di teste reclinate, un chiaro segno di resa da parte di spettatori vinti dalla noia e sedotti dalla penombra. La colpa di questa piccola strage non è certamente del testo, ma del sussiego con cui troppo spesso questo viene interpretato. Perché le opere shakespeariane, anche quelle meno leggere, sono quanto di più lontano di possa immaginare dalla paludata lentezza di certe rappresentazioni. 

La medaglia commemorativa  della circumnavigazione di Francis Drake

Per comprenderlo bisognerebbe immaginarsi in un teatro della Londra a cavallo tra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo; in uno di quei pomeriggi umidi sulla sponda del Tamigi dove erano ubicati il Globe o il Rose, piccole strutture in legno e calce (ovviamente prive di elettricità e che quindi potevano offrire spettacoli solo contando sulla luce naturale) in cui si assiepavano sia le persone delle classi meno abbienti, sia i lord e i ricchi mercanti. I primi, in piedi nella platea, versavano un penny in una specie di salvadanaio dipinto di verde, definito box che veniva poi custodito in un apposito locale (da cui box-office), gli altri spendevano cifre più consistenti per occupare i posti più comodi nelle gallerie. Ma nessuno di questi spettatori rischiava di addormentarsi e non solo perché gli spettacoli erano diurni. Nei teatri elisabettiani infatti il pubblico non era un semplice fruitore. Commentava ad alta voce le vicende dei protagonisti, spesso interagendo con gli attori. Le risse non erano rare ed era normale consumare grandi quantità di cibo, soprattutto noci, frutta e ostriche, un po’ come nei nostri cinema si usa sgranocchiare i pop-corn.
Per far comprendere l’impatto del teatro nella Londra elisabettiana, Neil MacGregor, nel suo Il mondo inquieto di Shakespeare (“Shakespeare's restless world”) pubblicato in italiano da Adelphi (Milano, 2017, pagine 315, euro 22), lo paragona alla televisione dei primi anni Sessanta del secolo scorso: uno spazio animato dai migliori talenti del tempo e capace di azzerare, o quasi, le distanze sociali. Uno spazio che, proprio come la televisione, si alimentava delle mode del tempo per elaborare un linguaggio comprensibile al pubblico contemporaneo. Molti riferimenti e molte arguzie linguistiche shakespeariane sono oggi difficili, ma non impossibili, da cogliere perché si rifanno a episodi e a costumi del tempo. Allo stesso modo, una battuta su una zampa di elefante in un programma televisivo degli anni Sessanta può essere oggi compresa solo da chi conosce la moda di una cinquantina di anni fa.
Il mondo proposto da Shakespeare nelle sue tragedie, nelle sue commedie e soprattutto nei suoi drammi storici si alimentava quindi delle consuetudini dell’epoca. E MacGregor, già autore de La storia del mondo in 100 oggetti propone una divertente carrellata di venti reperti dell’età elisabettiana proprio per rendere più chiaro il contesto e il quadro di riferimenti in cui l’autore di muoveva. Alcuni di questi reperti, come un’elegante forchetta arricchita dall’incisione di iniziali e dai rebbi molto appuntiti, sono stati rinvenuti durante gli scavi effettuati nei siti dove sorgevano i teatri londinesi. Altri sono invece già conosciuti da tempo. Come la medaglia commemorativa in argento coniata in occasione della circumnavigazione del globo da parte di sir Francis Drake. Quando, nel 1580, Drake completò, a bordo della Cerva d'oro, il giro del mondo, William Shakespeare aveva solo sedici anni. E l’effetto che il viaggio del navigatore inglese ebbe su di lui e sui suoi contemporanei fu davvero dirompente, simile a quello che nel XX secolo ebbero i primi viaggi spaziali. All’improvviso il mondo assumeva contorni diversi, contorni certi, aveva nuovi confini che potevano essere tracciati, proprio come sulla medaglia d'argento che, tappa dopo tappa, elenca tutte le terre toccate da Drake prima del suo ritorno a Plymouth. All’improvviso, soprattutto, si ebbe la certezza che il mondo poteva essere attraversato in tutta la sua ampiezza. L’uomo non era più destinato a rimanere ancorato al proprio villaggio, ma poteva finalmente proiettarsi in spazi totalmente nuovi.
Il sogno di una notte di mezza estate è l’opera di Shakespeare che meglio esprime questa nuova consapevolezza, ma che allo stesso tempo proclama l'incrollabile fede dell’autore nella potenza dello strumento teatrale, capace di trascendere persino l'importanza delle nuovo conquiste. Nella commedia, infatti, lo spiritello Puck si vanta con Oberon, il re delle fate, di poter compiere il giro del mondo in poco meno di mezz’ora. Una dichiarazione che oggi può al massimo provocare un sorriso, ma che negli anni Novanta del xvi secolo faceva senz'altro strabuzzare gli occhi a chi si assiepava nel GlobeTheatre. Perché tutti coglievano subito il riferimento al viaggio di Drake e tutti sapevano che per portarlo a termine c’erano voluti quasi tre anni. Si può forse immaginare che il proprietario dell’elegante forchetta rinvenuta tra i resti del teatro l’abbia lasciata cadere in un moto di sorpresa per l’incredibile proclama di Puck, ma la fantasia non serve per affermare che nella battuta dell’impertinente spiritello è racchiusa l'idea alla base del teatro shakespeariano. Insomma è come se, parlando al re delle fate, Puck/Shakespeare si rivolgesse al pubblico, coprotagonista della commedia, per dire: «Sappiamo che sir Drake, nostro vanto nazionale, ha compiuto il suo giro del mondo in poco meno tre anni, ma se vi affidate a me e alla potenza delle mie parole, vi garantisco che vi farò compiere lo stesso viaggio in poco meno di mezz’ora».

Una fiducia illimitata nelle risorse del linguaggio teatrale risiede quindi nelle parole di Puck e, in fondo, in tutta la produzione di Shakespeare, capace come pochi altri autori di andare oltre il dato contingente, si trattasse anche di una fondamentale scoperta geografica. Solo cosi, infatti, l’opera, per quanto ancorata al reale, riesce a superare lo spazio e il tempo per divenire patrimonio di tutti.

di Giuseppe Fiorentino

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

20 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE