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Il giovedì santo di Vittorio Emanuele Orlando

· Dai diari del 1943 e del 1944 emerge un ritratto intimo e riflessivo del vecchio statista italiano ·

Durante i mesi estivi Vittorio Emanuele Orlando aveva l’abitudine di scrivere un diario. Nell’ otium forzato dell’inverno 1943-1944 trascorso a Roma, prolungò quotidianamente questa consuetudine: tali annotazioni, di cui già si conosceva l’esistenza, sono state finalmente pubblicate a cura di Nicla Buonasorte e con una premessa di Alberto Melloni ( Vittorio Emanuele Orlando, Memorie dall’Italia ferita. Diario 1943-1944 , Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2011, pagine xl + 208, euro 28).

Il diario è interessante più per la situazione che fotografa che per i suoi contenuti specifici (rare le riflessioni politiche, nessun retroscena rivelato). L'interesse risiede nel suo carattere privato: illumina tratti fondamentali della personalità e della cultura di uno dei principali intellettuali e uomini politici dell’ultimo periodo dell’Italia liberale. Non alludo ai tratti nevrotici e agli stati depressivi che la lunga clausura andò esasperando, ma al percorso spirituale che Orlando compì in quei mesi: «la residenza attuale - diceva a se stesso il 6 aprile 1944, Giovedì santo - ti ha raccostato a Gesù».

La sua esperienza ripropone un problema che andrebbe approfondito: quello della «religione» della classe politica pre-fascista, che, per la sua proclamata “laicità”, viene troppo spesso ascritta in blocco alla massoneria, al laicismo o al positivismo di fine Ottocento. Certo molto dipende dagli schieramenti e dai momenti, ma se si seguono le biografie dei personaggi troviamo molto spesso un fondo religioso (e cattolico) che continua a permeare scelte, comportamenti e presupposti taciti della vita privata. Si tratta di elementi che derivano dall’ambiente domestico, dall’istruzione e dalla successiva vita familiare: proprio il “familismo” è un’altra costante del diario, in cui si alternano pensieri affannosi costantemente rivolti ai figli e nipoti lontani e ricordi struggenti della moglie scomparsa. Da questa religiosità è sicuramente derivato (la conferma tutta l’esperienza politica orlandiana) un atteggiamento di naturale ossequio verso la Chiesa e i suoi esponenti, specie i Papi. Ossequio che ritroviamo anche in altri leader dell’Italia liberale, come Francesco Saverio Nitti e (con altra storia alle spalle) l’ebreo Luigi Luzzatti.

Questo complesso mondo interiore riemerge nei tragici mesi dell’inverno 1943-1944 e quasi si purifica nella meditazione quotidiana sulle vicende italiane ed europee. A 84 anni Orlando decise di «rientrare» a tutti gli effetti «nella Grazia», con la confessione generale e l’adempimento del precetto pasquale. Il 31 maggio si accostò al sacramento della confessione, il giorno successivo all’Eucaristia. Tre giorni dopo, Roma era liberata: era il 4 giugno, in quell’anno la domenica della Santissima Trinità.

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17 ottobre 2019

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