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Il giorno di Donald Trump

· Ha ottenuto 306 grandi elettori ed è il nuovo presidente degli Stati Uniti ·

I repubblicani conquistano sia il Senato che la Camera dei rappresentanti

Washington, 9. Donald Trump è il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti. Il primo autorevole commento della Santa Sede è quello del segretario di stato, cardinale Pietro Parolin, che a un gruppo di giornalisti ha dichiarato: «Prima di tutto, prendiamo nota con rispetto della volontà espressa dal popolo americano, in questo esercizio di democrazia che mi dicono sia stato caratterizzato anche da una grande affluenza alle urne. E poi facciamo gli auguri al nuovo presidente, perché il suo governo possa essere davvero fruttuoso. E assicuriamo anche la nostra preghiera, perché il Signore lo illumini e lo sostenga a servizio della sua patria, naturalmente, ma anche a servizio del benessere e della pace nel mondo. Credo che oggi ci sia bisogno appunto di lavorare tutti per cambiare la situazione mondiale, che è una situazione di grave lacerazione, di grave conflitto».

rump nel primo discorso ufficiale dopo i risultati del voto (Afp)

Al termine di una campagna elettorale durissima e di un voto incerto fino all’ultimo, il candidato repubblicano ha largamente superato la soglia dei 270 grandi elettori necessari per arrivare alla Casa Bianca. Hillary Clinton ha riconosciuto la sconfitta in un colloquio telefonico con il suo avversario.

«È giunto il momento di cicatrizzare le ferite, il popolo americano è uno solo e dobbiamo essere uniti. A tutti i repubblicani e democratici e indipendenti nel paese, dico che è arrivato il momento di essere un popolo unito»: queste le prime parole del presidente eletto, intervenendo nella ball room dell’Hotel Hilton di New York, nel cuore di Manhattan, subito dopo l’annuncio dei risultati ufficiali. «Lo prometto a tutti i cittadini. Sarò il presidente di tutti gli americani e questo è estremamente importante per me». Poi si è rivolto all’avversaria democratica: «Ho appena ricevuto una telefonata da Hillary Clinton, vorrei farle le mie congratulazioni, ha combattuto con tutta se stessa. Ha lavorato sodo e le dobbiamo una grande gratitudine». Affiancato dall’uomo che sarà il suo vicepresidente, l’attuale governatore dell’Indiana Mike Pence, Trump ha subito tracciato le linee guida del suo programma, con toni molto diversi da quelli usati in campagna. E lo ha fatto guardando in primo luogo alla politica interna, alla classe media bianca, i colletti blu e gli operai della rust belt, quella fetta dell’elettorato piegato dalla crisi con il sostegno del quale ha costruito la sua vittoria. «Il nostro paese non sarà secondo a nessuno: ricostruiremo tutto» ha promesso Trump. «Ogni americano avrà le sue chance e tutti quelli che sono stati dimenticati in passato non lo saranno più». Poi la politica internazionale, con la volontà di rilanciare il ruolo dell’America nello scacchiere internazionale: «Con il mondo cercheremo alleanze, non conflitti; ci comporteremo in maniera giusta con tutti i popoli e le altre nazioni». A pochi passi da Manhattan, nel quartier generale dei democratici, a Brooklyn, il clima è molto diverso. Clinton non ha ancora pronunciato un discorso ufficiale. Il suo staff ha comunicato che lo farà nelle prossime ore. Fino a tarda notte, i sostenitori dell’ex first lady hanno sperato in un sorpasso, per poi arrendersi all’evidenza. In un messaggio, il presidente uscente, Barack Obama, ha ricordato la campagna «faticosa, stressante e talvolta strana per tutti noi», sottolineando però che «la nostra democrazia è sempre stata turbolenta e chiassosa: siamo passati attraverso elezioni difficili e che ci hanno diviso, ma ne siamo sempre usciti più forti».

In ogni caso, i numeri parlano chiaro. Il rischio di una vittoria con margini molto ristretti, e quindi un presidente debole, è svanito. Trump ha conquistato 306 grandi elettori, ovvero 27 stati. Il tycoon repubblicano ha saputo convincere oltre 58 milioni di americani, il 47,7 per cento. Il dato più clamoroso riguarda gli stati del Midwest, tradizionalmente democratici, come Ohio, South Dakota, North Dakota, Nebraska, o quelli più in bilico come la decisiva Florida. Hillary Clinton si è fermata a 232 grandi elettori e 19 stati. La nettezza della vittoria di Trump è confermata dai risultati relativi al Congresso. I repubblicani hanno infatti conquistato sia il senato che la camera dei rappresentanti. Secondo i primi dati, il Grand Old Party avrebbe ottenuto 240 deputati contro i 195 democratici e 53 senatori contro 47. Numerose le reazioni sul piano internazionale. Soddisfazione arriva da Mosca. Il presidente russo, Vladimir Putin, si è congratulato con il nuovo presidente, augurandosi che «i rapporti russo-americani possano uscire dalla crisi», soprattutto su dossier importanti come l’economia e il Medio oriente. Positive le reazioni anche di India e Giappone. La Corea del Sud, invece, ha convocato il consiglio sulla sicurezza nazionale, preoccupata per l’approccio verso la Corea del Nord dichiarato dal tycoon. Il segretario della Nato, Jens Stoltenberg, ha detto che «la leadership degli Stati Uniti è importante nell’affrontare le nuove sfide sulla sicurezza». Stoltenberg ha assicurato la disponibilità alla piena collaborazione con la nuova amministrazione. Da Bruxelles la prima reazione europea è stata improntata al dialogo. «Continueremo a lavorare insieme, i legami tra Europa e Stati Uniti sono più forti di ogni cambiamento» ha sottolineato l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, Federica Mogherini. I presidenti del Consiglio e della Commissione, Donald Tusk e Jean-Claude Juncker, hanno invitato Trump a visitare l’Europa, affermando che «oggi è più importante che mai rafforzare le relazioni transatlantiche». Sul piano finanziario, la Borsa di Tokyo ha chiuso in calo del 5,4 per cento, al punto che è stata convocata una riunione d’emergenza del governo nipponico.

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