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Il giglio degli irochesi

· Profilo di Kateri Tekakwitha la prima pellerossa che verrà canonizzata ·

Pubblichiamo, tratto dalla «Civiltà Cattolica» del 21 gennaio 2012, ampi stralci dell’articolo dedicato alla irochese Kateri Tekakwitha, la prima “pellerossa” d’America che sarà presto canonizzata.

Il 13 marzo 1885 il capo di una tribù di indiani del Nord America, di nome Meshkiassang, scriveva al Sommo Pontefice da Fort William, Lake Superior, Ontario, nei seguenti termini: «Nostro Padre, nostro Papa, anche se noi indiani siamo molto poveri e miserevoli, tuttavia il nostro Creatore ha avuto grande compassione di noi e ci ha dato la religione cattolica. Oltre a ciò Egli ha avuto pietà di noi e ci ha dato Caterina Tekakwitha. Questa santa vergine, una indiana come noi, essendo stata favorita da Gesù Cristo con molta grazia, crebbe molto buona e santa, ed ora — come noi ne siamo persuasi — è gloriosa nel cielo e prega per noi tutti. Questa vergine, noi crediamo, ci è stata data da Dio come un gran favore, perché è la nostra piccola sorella. Ma adesso speriamo che anche Tu, nostro Padre, che sei il Vicario di Gesù Cristo, vorrai pure concederci un favore; ti supplichiamo con tutto il nostro cuore di parlare e di dire: “Voi indiani, miei figli, prendete Caterina come oggetto della vostra venerazione nelle chiese, perché lei è santa ed è in cielo”».

Era questa una delle tante missive inviate al Santo Padre per manifestargli la grande fiducia che i cattolici indiani avevano di vedere riconosciuta come santa una giovane di una delle loro tribù grandemente amata e stimata per il modo in cui ella aveva vissuto secondo lo spirito del Vangelo.

Kateri Tekakwitha, della tribù degli Agniers o Mohawks degli indiani irochesi, nacque e passò la prima parte della sua esistenza nel territorio che attualmente si trova nello Stato di New York negli Stati Uniti, e il resto della sua vita in quello che fa parte del Canada e si trova al di là del fiume Saint Laurence, di fronte alla città di Montréal. Qui ella concluse la sua esistenza terrena dopo aver dato un brillante esempio di vita cristiana.

Caterina nacque nel 1656 a Ossernenon da un indiano irochese pagano e da una algonchina, piissima cristiana, di nome Kahontake, che era stata fatta prigioniera dagli irochesi e, con il tempo, aveva acquistato le simpatie e l’affetto di uno dei capi tribù Mohawk, il quale l’aveva poi sposata quando risiedevano nel villaggio di Ossernenon, nei pressi dell’attuale Auriesville nello Stato di New York. Il nome indiano che le era stato dato alla nascita era quello di Ioragode (Splendore del sole). Gli indiani di questa tribù erano gli stessi che pochi anni prima, nel 1642, avevano torturato e poi nel 1646 messo a morte sant’Isaac Jogues.

La madre di Kateri era stata educata da buona cristiana fra i coloni francesi di «Trois Rivières» nel Canada, dove, durante una guerriglia tra gli Algonchini e i Mohawks, era stata catturata da questi ultimi e trasferita ad Ossernenon. Nonostante le difficoltà di vivere fra pagani, riuscì a preservare la sua fede fino alla morte, desiderando che i suoi figli potessero ricevere il battesimo. Prima però di poter procurare loro questa grazia, non essendovi dei missionari fra i Mohawks, morì per un’epidemia di vaiolo, insieme con il marito e il figlio, lasciando orfana Ioragode, che aveva soltanto quattro anni.

Anche lei era stata affetta dal medesimo morbo, ma era riuscita a guarire, portando però delle gravose conseguenze, quali la difficoltà nella vista e il volto butterato. Di lei si occuparono le zie e uno zio di nome Ioverano, che era uno dei capi della tribù degli Agniers o Mohawks, fortemente contrario al cristianesimo e ai missionari. Per allontanarsi dall’area in cui si era diffuso il vaiolo, si trasferirono da una località all’altra per ben tre volte durante l’infanzia e l’adolescenza di Kateri, e infine si accamparono a Gahneouagé, ove attualmente si trova il paese di Fonda.

Nei primi anni della sua gioventù, a causa del suo viso sfigurato e della sofferenza agli occhi causata dal vaiolo, Kateri cercò di rimanere piuttosto isolata nella propria capanna, che a poco a poco imparò ad amare. Nell’uscire dalla capanna, doveva camminare tenendo le mani protese in avanti per rendersi conto se c’era dinanzi a lei qualche ostacolo: da ciò il soprannome di «Tekakwitha», che nel linguaggio indiano Mohawk significa appunto «una persona che procede con le mani in avanti» per allontanare gli ostacoli, ovvero, analogamente, «una persona che con le sue mani mette tutte le cose in ordine».

Quando Kateri raggiunse l’età in cui le giovani indiane usano sposarsi, i suoi parenti avevano scelto per lei un marito; lei però si rifiutò di unirsi a lui. Nonostante i sotterfugi e le minacce con cui si cercò di forzarla al matrimonio, ella resistette. Soffrì con pazienza il pessimo trattamento a cui fu sottoposta dai suoi familiari a motivo della sua opposizione, e infine li vinse con la sua docilità e dolcezza. Nel 1666, in seguito alle trattative condotte dal viceré, De Tracy, con i capi tribù degli irochesi, l’accesso dei missionari al loro territorio fu concesso come una delle condizioni di pace. Alcuni delegati irochesi, dopo essersi recati a visitare il viceré, ritornarono ai territori in cui risiedevano insieme con tre missionari. Fu in tale occasione che questi sacerdoti soggiornarono nel villaggio in cui si trovava Tekakwitha, e fu suo zio che diede loro ospitalità, in quanto era uno dei capi tribù. In questa occasione lo zio affidò a Kateri l’incarico di servire i tre missionari, e ciò le diede l’opportunità di avere qualche fuggevole contatto con sacerdoti cattolici, cosa questa che segnò la vita della ragazza. Da allora infatti crebbe in lei il desiderio di poter divenire cristiana e quindi di ricevere il battesimo.

Una volta ricevuto il sacramento dell’iniziazione cristiana, la giovane pellirossa divenne in modo sempre crescente una fervente «figlia di Dio»: la sua sollecitudine per i malati, i sofferenti, i più poveri; la sua umile dolcezza e la carità verso tutti, resa ancor più trasparente dalla sua purezza, non poterono rimanere nascoste.

La situazione in cui si trovava era dunque tutt’altro che favorevole. Essa poi era resa ancora peggiore dal fatto che, non esistendo nei dintorni una comunità cristiana, Kateri non aveva la possibilità di accostarsi ai sacramenti e di ricevere l’assistenza spirituale dei missionari. Allo scopo di togliere la giovane neofita da quell’ambiente a lei ostile e di facilitarle il progresso nella virtù, il padre de Lamberville, dopo aver parlato con un capo tribù degli Oneida, fervente cattolico, decise che era bene che Caterina si trasferisse nella colonia di indiani cristiani, conosciuta come Missione di San Francesco Saverio, alla Prairie de la Madeleine, nel Canada, di fronte alla città di Montréal, al di là del grande fiume Saint Laurence. Nell’inviarla a tale missione, il padre de Lamberville scrisse di lei ai missionari: «Noi vi consegniamo un tesoro, come presto capirete; custoditelo dunque bene e aiutatelo a divenire migliore per la gloria di Dio e per la salvezza di un’anima che certamente Gli è molto cara».

I gesuiti della Missione di San Francesco Saverio considerarono l’arrivo della Tekakwitha come quello di un’inviata da Dio per edificare tutti con la sua vita esemplare. Alla nuova Missione, Kateri ebbe la fortuna di vivere sotto la protezione di una pia donna, la quale l’aiutò a coltivare la sua predisposizione alla virtù. Dal suo arrivo alla Missione fino alla sua morte ella cercò sempre ciò che è più perfetto e più gradito a Dio e si sforzò di fare tutto per Lui, senza egoismo e con la massima riconoscenza. Kateri infatti, nelle sue sofferenze, pensava ai pellirosse, ai membri della sua tribù e offriva a Dio le sue mortificazioni e preghiere per ottenere che essi — tutti — accogliessero la luce del Vangelo e aprissero il loro cuore a Cristo.

Nell’ambiente della Missione la vita di Caterina si svolgeva in modo ben più sereno di quanto non fosse avvenuto prima. Ella trascorreva di solito il tempo nella capanna, poteva partecipare agli incontri e alle conversazioni che si facevano nell’oratorio detto «della Croce», si recava nella chiesa del villaggio non solo per le funzioni che vi si svolgevano, ma anche per passare lungo tempo dinanzi al suo Signore presente nell’Eucaristia. Era Lui il centro della sua vita. «Il sabato sera era solita confessarsi dopo un accurato esame di coscienza, e lo faceva — scrive il suo padre spirituale — con un sentimento straordinario, che non poteva venirle che dallo Spirito Santo. Si credeva la più grande peccatrice del mondo, per quanto ella fosse di una innocenza angelica». È questa una disposizione d’animo ben comune ai santi, i quali, quanto più si accostano a Dio, tanto più diventano consapevoli della sua infinita santità e, per ciò stesso, sentono la propria piccolezza e miseria.

Normalmente e secondo le abitudini della tribù, durante l’inverno Kateri andava a caccia insieme agli altri abitanti del villaggio per trovare cibo: così le donne del villaggio si procacciavano il sostentamento. Erano mesi particolarmente faticosi e duri, ma erano pure quelli in cui gli indiani si procuravano selvaggina per il nutrimento e pellicce da vendere ai commercianti. Erano però pure mesi nei quali i cristiani da poco convertiti alla fede, vivendo lontano dai missionari e privi della loro guida spirituale, potevano facilmente ritornare a usi e modi di vivere non consoni con le esigenze della vita e morale cristiana.

In questa situazione particolarmente ardua, Kateri seppe mantenere il suo tenore di vita: al lavoro senza posa alternava la preghiera, così come aveva fatto nella Missione. Come più tardi rivelerà colei che l’aveva presa quasi come una figlia, una certa Anastasia, durante le ore che Caterina trascorreva in preghiera ogni mattina, amava unirsi in spirito ai fedeli che, rimasti a Sault, avevano la possibilità di assistere al sacrificio eucaristico. Nella sua fede semplice e profonda, supplicava il suo angelo custode di recarsi presso l’altare della chiesa della Missione, per dire, a suo nome, al Signore quanto lei lo amava.

Durante un solo inverno, a motivo della sua malferma salute, Kateri non andò a caccia, ma rimase nella propria capanna, pregando e prendendo parte alle riunioni che le persone più anziane facevano nell’oratorio della Croce presso il villaggio e nella chiesa. La sua pietà, il suo palese amore per Nostro Signore erano tali che il suo direttore spirituale, il padre Cholenec, la autorizzò a fare la prima Comunione già nello stesso primo Natale da lei trascorso a Sault: fu questo un favore veramente eccezionale, poiché normalmente si usava provare a lungo i neofiti indiani prima di ammetterli a ricevere Gesù nell’Eucaristia.

Il suo amore per la verginità era talmente vivo e profondo che lei riuscì a non cedere alle insistenze che le venivano fatte dalla sua sorella adottiva e da Anastasia, che le aveva fatto da madre: ambedue infatti si sforzavano di farle abbracciare lo stato matrimoniale. Il suo direttore spirituale Cholenec le aveva consigliato di considerare per tre giorni la questione del matrimonio, ma Kateri dopo pochi minuti dichiarò di aver rinunziato a esso per avere Gesù Cristo come suo unico sposo.

Questo padre, conoscendo a fondo l’animo di Kateri, era così convinto della sua purezza, del suo amore per la verginità e della sua costanza, che il 25 marzo 1679 le permise, dopo averle dato la Comunione, di fare a Nostro Signore voto di verginità perpetua. Nella sua ultima e dolorosissima malattia, Kateri diede una prova sublime della eroicità delle sue virtù, e in specie della sua fede, speranza, carità, pazienza, rassegnazione e gioia nelle sofferenze. Ma un giorno di febbraio 1680, i fedeli non la videro più nella chiesa della missione: era rimasta nella capanna stremata di forze e ormai incapace anche solo di sollevare il capo. Kateri era tenuta in tale concetto di santità che i missionari credettero opportuno portarle il Viatico alla sua capanna invece di trasportarla, come si usava, nella chiesa per la sua ultima Comunione. Kateri ricevette con grande pietà il Viatico il giorno prima della morte, e il giorno seguente ricevette con uguale devozione il sacramento dell’Unzione degli infermi. Le ultime parole intellegibili pronunciate da lei furono: «Gesù, ti amo», ed ella fu cosciente fino alla morte, mostrando di capire ancora i pensieri che le erano suggeriti.

Pochi minuti dopo le tre pomeridiane, quando le campane avevano finito di suonare per chiamare i cristiani a celebrare «la cena del Signore», Kateri rispondeva all’ultimo invito che Egli le faceva dicendo: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» ( Apocalisse , 3, 20). Si addormentò dolcemente e tranquillamente nel Signore il mercoledì della Settimana santa alle tre pomeridiane: era il 17 aprile 1680, e Kateri aveva 24 anni. Il suo volto, prima contratto dal dolore, si distese. Su di esso apparvero i tratti sereni di chi conversa amabilmente con la persona che le è più cara: Kateri ormai conversava con il suo «vero Dio», Rawanniio, non solo più nell’intimo del cuore, ma contemplandolo apertamente faccia a faccia.

Con la beatificazione di Kateri Tekakwitha, il Papa Giovanni Paolo II, avendo sentito e accolto la voce accorata dei pellirosse che avevano continuato lungo tutto quel periodo a supplicarlo «di parlare e di dire: “Voi indiani, miei figli…”», rispose loro con amore: «Prendete Caterina come oggetto della vostra venerazione nelle chiese, perché lei è santa ed è in cielo». Queste le commoventi parole scritte da alcuni pellirosse, e dalle quali abbiamo preso le mosse per presentare questa beata, nota attraverso i secoli come «il giglio degli irochesi». Vi ritorniamo ora, perché ciò che Giovanni Paolo II ha compiuto con la beatificazione di Caterina è non solo una risposta a una invocazione, ma è, come dicevamo fin dall’inizio, un riconoscimento, un messaggio e una luce che il Vicario di Cristo ha offerto al mondo intero additando questa giovane pellirossa analfabeta, Ioragode: Kateri Tekakwitha. La sua canonizzazione, annunciata da Benedetto XVI , costituirà per tutti i fedeli un riconoscimento della forza dei puri di cuore, di coloro, cioè, dei quali Gesù ha detto che sono «beati… perché vedranno Dio» ( Matteo , 5, 8). Sarà una luce offerta a tutte le genti e nazioni con la quale il Sommo Pontefice vuol ricordare che ogni gruppo etnico, anche minoritario, ha le sue ricchezze che devono essere valorizzate e autenticamente sviluppate, riparando le ingiustizie da esso subite nel corso dei secoli.

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