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L’epopea dei gesuiti in America meridionale

· Tra loro Juan Ignacio Molina descrisse nel Settecento l’ambiente naturale del Cile ·

Il gesuita cileno Juan Ignacio Molina (1740-1829) fu una delle voci più forti e autorevoli di quell’autentico esercito del sapere rappresentato dai gesuiti espulsi nel Settecento dalla Spagna e dal Portogallo e rifugiatisi nello Stato pontificio. È una vicenda fondamentale per la cultura europea del tempo, a lungo trascurata dalla storiografia, anche specialistica, ed emersa in Italia in tutta la sua importanza solo di recente, prima con gli studi del gesuita Miguel Batllori e poi con quelli di Niccolò Guasti. Qualche anno fa si tenne sull’argomento un importante convegno a Bologna, i cui atti, ricchissimi di spunti, sono rimasti malauguratamente confinati nelle biblioteche universitarie, che sono degli straordinari archivi del sapere, ma purtroppo ininfluenti, in un’età in cui sembrano contare solo la superficialità della rete e l’effimero televisivo ( La presenza in Italia dei gesuiti iberici espulsi. Aspetti religiosi, politici, culturali , a cura di Ugo Baldini e Gian Paolo Brizzi, Clueb, Bologna, 2010, 683 pagine, euro 45).

«Espulsione dei gesuiti di Spagna il 31 marzo 1767» (Anonimo, Museo della Rivoluzione francese, Vizille)

Due parole, allora, per ambientare la vicenda. La crisi settecentesca della Compagnia di Gesù si concluse con la soppressione canonica dell’Ordine decretata nel 1773. Ma nei vent’anni precedenti i gesuiti erano scomparsi da gran parte dei regni d’Europa e dai loro possedimenti d’oltremare. Ciò significa che migliaia di gesuiti che operavano in America, dalla California al Cile meridionale, furono deportati in Europa con la forza, costretti a viaggi incredibili, sui muli, su carri trainati da buoi e sui fragili velieri del tempo, che poterono durare anche due anni e ai quali molti non sopravvissero. Lo svizzero Martin Schmid, per fare solo un esempio, operava in Bolivia e aveva più di settant’anni. Per tornare in Europa dovette scavalcare tutta l’America latina, e quindi le Ande, a dorso di mulo, fino ad Arica, in Cile. Di qui, risalendo il Pacifico, andò prima a Lima, poi a Panama e quindi a Cartagena, oggi in Colombia. Da Cartagena lo trasferirono a Cuba e da Cuba giunse infine a Cadice, in Spagna, dove si fece più di un anno di carcere, prima di ottenere il permesso di tornare in Svizzera, da dove era partito quarant’anni prima e dove arrivò giusto in tempo per morire a Lucerna nel 1772, quasi ottantenne. E non gli toccò neppure la sorte peggiore. Immaginiamo quale dovette essere il viaggio dei gesuiti che operavano nelle Filippine, all’altro capo del mondo, espulsi anch’essi, essendo le Filippine un possedimento spagnolo.
Per questi gesuiti non c’era più posto in Europa. La gran parte di loro, perciò, non ebbe altra scelta che di rifugiarsi nello Stato pontificio, l’unico angolo del continente disposto ad accoglierli. Fu così che nel giro di pochi mesi affluirono nel piccolo regno papale, dove peraltro stava maturando lo scioglimento definitivo della Compagnia, circa sei mila gesuiti, molti dei quali rappresentavano il top della cultura del tempo ed essendo vissuti in terre sconosciute, o quasi (pensiamo ai reduci dalle Riduzioni paraguayane, o dalle missioni californiane, o dalle lande estreme del Cile australe), portavano in Europa straordinari bagagli di conoscenze linguistiche, etnologiche, scientifiche, botaniche, geografiche. Conoscevano un mondo che pochi, allora, conoscevano. Nessuno, in Europa, poteva vantare un simile patrimonio culturale. Molti di loro si perdettero, ma molti si reinserirono e ricominciarono a lavorare, a scrivere, a insegnare, mescolando ovviamente il sapere con i rancori, la scienza con le nostalgie, la cultura con l’ansia di rivincita. La Romagna e le Marche furono la zona del territorio papale che ne accolse di più.
Erano uomini in esilio, senza nessuna speranza di poter tornare in patria. Ed erano degli sconfitti, sui quali gravò quella damnatio memoriae che i vincitori, purtroppo sempre infliggono ai vinti. Ma i loro influssi e il loro peso nella cultura europea del tempo fu molto maggiore di quanto non si sappia. Nelle biografie di Giacomo Leopardi si ricorda di sfuggita che i primi rudimenti della cultura classica li ricevette da don Giuseppe Torres, un religioso che il padre Monaldo aveva assunto come precettore. Ebbene, questi non era altro che l’ex gesuita messicano José Matías de Torres (1744-1821), espulso, rifugiato nelle Marche e accolto proprio per il suo sapere in casa Leopardi. I suoi libri e i suoi racconti sul Nuovo mondo (fu lui a far arrivare a Recanati la Storia del Messico di Francisco Javier Clavijero, anch’egli gesuita in esilio) contribuirono a plasmare uno dei più grandi poeti contemporanei. Da quell’esercito di religiosi esiliati uscirono uomini di cultura di eccelso valore, che hanno nobilitato il loro tempo: per fare solo qualche nome, Lorenzo Hervás y Panduro, il fondatore della linguistica moderna, vissuto prima a Cesena e poi a Roma; Juan Andrés, uno dei maggiori letterati del secolo, che operò a Ferrara, Mantova e Napoli; José Manuel Peramás, stabilitosi a Faenza, le cui informazioni sulle Riduzioni paraguayane fanno ancora testo.
Molti di loro scrissero direttamente in italiano, tradotti poi nelle principali lingue europee. E in italiano, a Imola e Bologna, dove era riuscito a ottenere una cattedra di lingua greca, scrisse quasi tutte le sue opere anche il cileno Juan Ignacio Molina, dal quale sono partito e al quale ora ritorno, di cui scrive ampiamente nel volume prima ricordato Gabriella Chiaramonti dell’università di Padova. I suoi libri sulla natura e sull’ambiente naturale del Cile, dove era nato, vicino a Talca (tralascio i titoli, un po’ farraginosi, come era uso del tempo, che si possono agevolmente trovare anche in Wikipedia), l’hanno reso uno dei maggiori naturalisti del suo secolo. In Europa si accorse di tutte le sciocchezze che si dicevano sui paesi americani, da autori ascoltati e celebrati (uno dei suoi bersagli polemici fu l’olandese Cornelius de Pauw), che scrivevano basandosi sul sentito dire, e si propose di rettificarle. Scrive che il suo intento è di far conoscere un paese “del tutto incognito”, demolendo “le false impressioni” che circolano mancando notizie sicure. Ne nacquero opere che finalmente proposero la nozione del Cile, il più lontano, il meno conosciuto e, allora, il più arretrato, dei territori coloniali spagnoli, su cose certe e non su fantasie.
Scrisse soprattutto di storia naturale, ma affrontò ampiamente anche la questione della convivenza nel suo paese fra spagnoli, creoli e nativi, scrivendo che la sua soluzione sarebbe stato il problema più difficile degli anni a venire, per cui oggi è celebrato come l’iniziatore della bibliografia nazionale cilena. Descrisse il Cile anche da un punto di vista che oggi diremmo turistico, scrivendo che «è senza contraddizione il più bello, il più ricco e il più fertile di quanti ne abbia in tutti i suoi domini la Monarchia spagnola». Leggiamo giudizi che chi ha visitato il Cile facilmente condivide: questo paese è «l’Italia, vale a dire il giardino dell’America meridionale, dove tutto ciò che può desiderarsi per passare una vita comoda, proviene colla medesima abbondanza e perfezione che nell’Europa». Come l’Italia è più lungo che largo, è protetto da una poderosa catena di montagne, è quasi alla medesima latitudine.

La vita con lui fu benigna e lo fece vivere fino a vedere ciò che aveva sognato: il suo paese libero e indipendente. Era ormai troppo vecchio per tornarvi, ma da lontano, diventato ormai un grande della cultura europea, poteva considerarsi a ragione uno dei padri fondatori del Cile moderno.

di Gianpaolo Romanato

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19 settembre 2018

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